Tra missili e radar, la Sardegna dei segreti

Si scrive Sardegna, si potrebbe leggere “colonia”. Delle forze armate. Che si tratti di poligoni militari insediati nei luoghi tra i più suggestivi dell’isola, di radar da installare al servizio della sicurezza sulle colline con vista mare (ce ne sono in programma cinque) o, giusto per non farsi mancare niente, di navi passeggeri utilizzate per il trasporto “silenzioso” di missili e armi.

L’ULTIMO capitolo è proprio questo e, mentre i comitati spontanei di cittadini fanno sentire la propria voce di dissenso e sconcerto, organizzando manifestazioni a sostegno di magistrati come il procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi (che porta avanti l’indagine sul poligono interforze di Quirra) o eventi musicali (uno proprio ieri sera a Iglesias, che ha visto sul palco gruppi di musicisti emergenti, per quello che è stato chiamato il Festival No radar), arriva una notizia che ha l’effetto (è proprio il caso di dirlo) di una bomba.

Ovvero l’imposizione del segreto di Stato sulla vicenda delle armi confiscate e custodite nei bunker di Santo Stefano, nell’arcipelago della Maddalena. In particolare sulla destinazione finale di quel materiale ingombrante che doveva essere distrutto, invece a maggio è stato caricato sui container dell’Esercito italiano e spedito oltremare con i traghetti degli ignari passeggeri diretti a Civitavecchia. Trasfertisti e villeggianti che si sono goduti la traversata senza sapere dove, in realtà, stessero poggiando i piedi. Una vicenda che ha convinto la Procura di Tempio ad aprire un’inchiesta, ma l’attività dei magistrati si dovrà scontrare con il muro di gomma rappresentato dal segreto di Stato. Questione spinosa, di cui si era già occupato il senatore Giampiero Scanu (Pd), presentando un’interrogazione al presidente del Consiglio e al ministro della Difesa.

Scanu rilancia: “Il fatto che impongano il segreto di Stato legittima le nostre preoccupazioni, quindi sarebbe bene avere un chiarimento immediato. Di fatto ci troviamo di fronte ad una recrudescenza dell’implementazione delle attività di servitù, in contro tendenza rispetto a quanto il governo aveva dichiarato di voler fare dopo le nostre sollecitazioni. Una politica – conclude Scanu – impossibile da condividere. Il mio non è antimilitarismo, bensì anti-militarizzazione”. Il sospetto che aleggia con sempre maggiore forza è che le armi, confiscate dalla Nato nel 1994 e che avrebbero dovuto essere distrutte, abbiano preso la strada per la Libia. Maurizio Turco e Luca Marco Comellini, rispettivamente deputato radicale e segretario del Pdm (Partito per la tutela dei diritti di militari e delle forze di polizia), avevano già chiesto chiarimenti al ministro della Difesa.

IN PARTICOLARE per conoscere “dopo le ammissioni da parte della Francia sull’invio di armi ai ribelli libici, la tipologia di aiuti che fino ad oggi sono stati inviati agli stessi ribelli, nonché escludere l’invio di armamenti di qualsiasi natura anche alla luce del fatto che dalla metà dello scorso mese di mese aprile operano sul suolo libico 10 militari italiani con il compito di istruttore”. Per Turco e Comellini “c’è un problema e non riguarda la sicurezza nazionale, ma eventualmente un traffico di armi internazionale e la compromissione del Governo italiano che in tal caso avrebbe violato le risoluzioni dell’Onu e ancor prima la sua stessa Costituzione”.

di Cinzia Simbula IFQ

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