San Raffaele, il cerchio si stringe

L’ospedale nella morsa tra inchiesta e creditori. E il Vaticano prende tempo.

L’unica cosa certa è che ormai non c’è più tempo. Le casse dell’ospedale San Raffaele sono quasi vuote. A questo punto sono a rischio gli stessi stipendi dei dipendenti e l’acquisto dei medicinali. I creditori incombono con decreti ingiuntivi per una somma che sfiora i 20 milioni, ma ci sono altre posizioni aperte che presto potrebbero sfociare in un contenzioso per almeno una cinquantina di milioni. Tra i fornitori che reclamano i pagamenti ci sono anche multinazionali come Ibm e Roche. E dopo il suicidio, lunedì, di Mario Cal, il braccio destro di don Luigi Verzé, le indagini della Procura di Milano hanno accelerato il passo. I magistrati, secondo indiscrezioni, stanno considerando anche l’ipotesi di avanzare un’istanza di fallimento. Ieri ufficiali del Nucleo tributario della Guardia di Finanza si sono confrontati con il procuratore aggiunto Francesco Greco e i pm Luigi Orsi e Laura Pedio sui documenti fin qua raccolti.

IL POSSIBILE affondo della Procura potrebbe essere evitato con la presentazione di una domanda di concordato preventivo. Ma su questo punto il Vaticano, che due settimane fa ha preso il comando del San Raffaele esautorando il fondatore don Verzé, preferisce prendere tempo. La proposta già pronta, elaborata dagli advisor della fondazione, è stata accantonata e il nuovo azionista di maggioranza, cioè la Santa Sede, sta studiando le carte. Con il ruolo di consulente potrebbe presto entrare in scena l’ex numero uno di Parmalat, Enrico Bondi, con l’avvocato Franco Gianni. In ambienti giudiziari si dice che il nuovo consiglio di amministrazione sarebbe pronto a presentare una nuova proposta di concordato intorno a metà della settimana prossima. Tra gli amministratori appena nominati ci sarebbero però visioni diverse su modi e tempi dell’intervento. In particolare Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, la banca vaticana, sarebbe su posizioni di estrema prudenza. A spingere invece per una soluzione rapida è il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, che ha inviato al San Raffaele un suo uomo di fiducia come Giuseppe Profiti, numero uno dell’ospedale romano Bambin Gesù, di proprietà vaticana. Di sicuro una soluzione va però trovata in fetta. Per rimettere in linea di galleggiamento la gestione del San Raffaele, oppresso da oltre un miliardo di debiti sono necessari da subito almeno 250 milioni di euro.    La situazione potrebbe complicarsi ancora se nel frattempo i magistrati, esaminando la documentazione contabile, dovessero ravvisare reati finanziari. L’unico “fascicolo penale” certo, al momento, è quello aperto dal pm Mario Ascione per la morte di Cal. L’ipotesi su cui lavora il magistrato, “istigazione al suicidio” (per ora contro ignoti) non è stata solo una scelta tecnica per poter disporre l’autopsia, che sarà eseguita questa mattina alle 8.30. Il magistrato vuole capire quanto abbia pesato il dissesto finanziario del San Raffaele sulle condizioni psicologiche del manager, se abbia subito forti pressioni, se ci sia “ un ponte”, “un link” tra il gesto estremo di Cal e le lunghe settimane in cui venne discusso il salvataggio dell’ospedale. Un periodo segnato da scontri tra banche, consulenti, manager coinvolti nella vicenda. Fino a quando finì per tramontare l’ipotesi di un intervento del gruppo ospedaliero di Giuseppe Rotelli ed ebbe la meglio il Vaticano.

ASCIONE ha intenzione di ascoltare diverse persone, e non è escluso che anche a don Verzé tocchi testimoniare. Verrà riascoltato il responsabile della sicurezza al San Raffaele, Vitantonio Cirillo. È lui che ha trovato agonizzante Cal nel suo ufficio. E lunedì notte, al pm ha raccontato quei minuti drammatici: “Voglio ribadire che il nostro rapporto era molto consolidato. Tenevo a lui più che a mio padre. Sono intervenuto nell’immediatezza del fatto per prestare soccorso. Quando sono entrato nell’ufficio ho visto le segretarie bloccate, non facevano niente”. A quel punto ha dato un calcio alla pistola “e ho cercato di rianimarlo (…)”.    Ricordo che Cal indossava camicia e giacca ma senza cravatta. Tuttavia non mi è sembrato strano, già altre volte si era presentato senza”. Poi, a verbale, Cirillo racconta gli ultimi giorni del manager e le sue preoccupazioni: “Circa sette, dieci giorni fa mi ha confidato che per far fronte alla grave esposizione (del San Raffaele, ndr) avrebbe preferito chiedere sostegno al gruppo di Rotelli, ma don Verzé preferiva il Vaticano perché Rotelli avrebbe determinato maggiori tagli al personale e quindi si sarebbe trattato di una cordata più invisa alla struttura e ai sanitari”. Sull’ipotesi dell’ingresso del Vaticano nel consiglio del San Raffaele, Cirillo risponde: “L’ipotesi di intervento della Chiesa, per quanto a mia conoscenza, si è materializzata solo giovedì scorso”.    Il manager, stando al racconto del capo dei vigilantes, era comprensibilmente turbato: “Negli ultimi 15-20 giorni ho visto Cal più spento, taciturno. Parcheggiava sotto una grossa pianta, in un posto diverso da quello a lui riservato e faceva i sotterranei per entrare da un ingresso diverso. Negli ultimi tempi leggendo i quotidiani apprendevo degli attacchi a Cal e al suo modo di condurre l’ospedale”. Cirillo racconta al pm di esserci rimasto molto male perché sicuro dell’onestà del manager. Cal stesso era rimasto molto colpito. “Io cercavo di scuoterlo e lui rispondeva che per certi attacchi non si può fare nulla”.

di Vittorio Malagutti e Antonella Mascali, IFQ

(FOTO EMBLEMA)

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