Un catalogo senza fine

L’inutile sequenza di proposte mai realizzate dal Parlamento

È il 15 maggio 2008, la legislatura è cominciata da sedici giorni e in Parlamento approdano le “norme per il contenimento dei costi della politica, delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni”. Alla Camera le ha presentate la Radicale Rita Bernardini, al Senato il suo collega Marco Perduca. Con quelle proposte, spiegava la Bernardini agli onorevoli colleghi, si raccolgono “i dati-denuncia divulgati in più occasioni dai quotidiani nazionali e contenuti nei saggi Il costo della democrazia di Cesare Salvi e Massimo Villo-ne (Mondadori, 2005) e La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (Rizzoli, 2007)”. Che fine hanno fatto? Sono in commissione Affari costituzionali da luglio di quell’anno. È così che ancora ieri, sulla prima pagina del Corriere della Sera, quattro anni dopo l’uscita di quel libro, Rizzo e Stella hanno potuto lanciare il loro avvertimento: quando Fini annuncia al Fatto l’intenzione di tagliare i costi della politica “non può pretendere che gli italiani gli credano sulla parola. Sono stati già scottati troppe volte”. Solo nel 2008, almeno altre quattro: due proposte dell’Idv, tutte e due a firma del deputato Antonio Borghesi, sono ferme nei cassetti della Camera una da giugno, l’altra da ottobre di tre anni fa. La prima chiedeva la “diminuzione del numero dei parlamentari, dei membri del governo e dei componenti dei consigli e delle giunte regionali, nonché soppressione del Cnel”, l’altra pure sognava una più generica “riduzione dei costi della politica”.

CHIUSE NEL cassetto anche le buone intenzioni della Pd Olga D’Antona: sia quelle “per la semplificazione istituzionale” (assegnate a giugno 2008), sia quelle contro gli “sprechi e i costi impropri della politica” (settembre 2008). Il 2009 non è andato meglio : al Senato è ferma dal 26 maggio di quell’anno la proposta presentata dal capogruppo dell’Italia dei Valori, Felice Belisario: chiede la “diminuzione del numero dei parlamentari, dei componenti dei consigli e delle giunte regionali, nonché la soppressione delle province”. Un disegno di legge costituzionale identico è depositato anche alla Camera, primo firmatario Antonio Di Pietro. Identico anche il destino: assegnato alla commissione Affari costituzionali il 30 giugno di due anni fa, non è nemmeno cominciata la discussione. Lo stesso giorno di primavera del 2009, Belisario e Di Pietro hanno presentato altri due progetti di legge, a Montecitorio e a Palazzo Madama. Si tratta di “disposizioni per la riduzione dei costi della politica e per il contenimento della spesa pubblica” che servivano ad “onorare – diceva Belisario due anni e due mesi fa – i programmi di tutti i partiti politici e di tutte le coalizioni, che (…) sono rimasti lettera morta”. Quelle depositate al Senato non hanno mai cominciato la loro corsa, il progetto presentato alla Camera, invece, è finito “assorbito” dalla Carta delle Autonomie di iniziativa governati-va che dal 6 aprile scorso è all’esame delle commissioni del Senato. Tutto fermo come le altre decine di proposte presentate in passato da Diliberto, Giordano, La Malfa, Salvi, Valdo Spini, perfino dal tanto vituperato Turigliatto: 24 proposte di legge in cinque anni e nessuna che sia mai arrivata almeno a un voto in aula.

SE NON ALTRO, le proposte che il presidente della Camera Gianfranco Fini ha annunciato al Fatto, in aula ci arriveranno per forza. Sono contenute nel Bilancio interno di Montecitorio, e l’obiettivo è approvarlo prima della pausa estiva. Oggi, Fini si incontrerà con i parlamentari questori di Camera e Senato e insieme a loro elaborerà la bozza da portare giovedì mattina all’ufficio di presidenza. Gabriele Albonetti, questore in quota Pd, è fiducioso: “Da due anni non chiediamo un euro in più al ministero, ora credo si possa anche cominciare a ridurre”. Cosa? “Soprattutto le spese strutturali come quelle per la ristorazione: va rivisto il numero degli aventi diritto e anche i punti di ristoro: ne abbiamo tre, ne bastano meno”. E da gennaio, annuncia, risparmieremo almeno un po’ dei 14 milioni di euro che servivano a pagare l’affitto del palazzo di piazza San Claudio, visto che il contratto è stato disdettato: “Valorizzate questi passi – invita Albonetti –. Altrimenti date ragione a quei parlamentari che mi dicono: ‘non tagliamo, tanto non si accontenteranno mai’”.

DI PIETRO annuncia l’intenzione di mettere in piedi una manifestazione a fine settembre che dica “basta con la Casta” e nel frattempo presenta “una manovra correttiva da oltre 15 miliardi per abbattere i costi della politica e liberare risorse che consentano di tagliare le tasse”. Anche il Pd vuole dare il suo “contributo concreto di sobrietà e di responsabilità”: cinque proposte di risparmio che verranno presentate durante la discussione sul Bilancio da lunedì. E ieri, l’altra faccia del palazzo, quella che poltrone non ne ha, ha scritto a Fini per ricordargli che ci sono anche loro. Si tratta del Coordinamento Collaboratori Parlamentari (Co.Co.Parl), 230 assistenti dei deputati che spesso sono costretti a lavorare in nero. Per loro imporre delle regole, significa anche risparmiare: “Ad ogni deputato vengono attribuiti mensilmente 3.690 euro per le spese di staff, indipendentemente dall’utilizzo che ne venga poi fatto. Nella sola Camera (…) ci sono 400 deputati che utilizzano il fondo per motivi diversi a quelli cui è destinato”, spiega il Co.co.parl.: se smettono di dare soldi a chi non li usa, si risparmiano quasi 18 milioni di euro all’anno.

di Paola Zanca, IFQ

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini (FOTO DLM)

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