Chiude l’Iribus di Grottaminarda Polemica sui piani di Marchionne

Il nuovo focolaio di crisi si chiama Iribus. La Fiat ha annunciato la chiusura della fabbrica di autobus di Grottaminarda, in provincia di Avellino. Sono in gioco 690 posti di lavoro. Venerdì scorso i lavoratori hanno bloccato per protesta il casello autostradale di Grottaminarda, sulla A16 Napoli-Canosa. Il vescovo Giovanni D’Alise ha celebrato la messa davanti ai cancelli. “Non si possono rispettare sempre e solo le regole dell’economia – ha detto – Esiste l’uomo, che viene prima di tutto: non si può togliere la speranza di potersi costruire una famiglia, di continuare a respirare l’aria buona delle nostre zone”.

LA FABBRICA irpina, costruita nel 1974 grazie ai buoni uffici del politico di riferimento locale, l’allora ministro dell’Industria Ciriaco De Mita, è l’ultima tessera tolta dal mosaico della presenza della Fiat in Italia. Lo storico dell’industria Giuseppe Berta, ex responsabile dell’archivio Fiat e autore di libri sulla casa torinese, ha dato ieri il suo autorevole pronostico all’agenzia AdnKronos. Berta commenta le reazioni alla sentenza di sabato scorso che ha convalidato l’accordo separato per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, ma ha anche ripristinato il diritto della Fiom-Cgil alla rappresentanza sindacale benché non abbia firmato l’intesa insieme a Cisl e Uil. Ci sarebbe da parte del numero uno Sergio Marchionne “una perplessità crescente”, perché il radicale cambiamento delle relazioni industriali che ha cercato di imporre “non c’è, o c’è solo in parte”. In questo quadro, “vedendo disattesi i principi a cui ha voluto subordinare i propri investimenti”, il manager italo-canadese si trova a “gestire stabilimenti in Italia che hanno una governabilità diversa dagli altri nel mondo, ed è più facile che i suoi dubbi sugli investimenti in Italia si rafforzino. Potrebbe quindi rinunciarvi, “almeno in parte”, e l’ipotesi a giudizio di Berta, è “concreta se non addirittura probabile”.    Così, mentre la Campania si stringe attorno allo stabilimento di Grottaminarda, ma nello stesso tempo considera “in salvo” Pomigliano d’Arco, dove sono ormai avviate le operazioni per la produzione della nuova Panda a partire da fine anno, le preoccupazioni maggiori sono concentrate, in prospettiva, su Mirafiori. Dopo il drammatico referendum dello scorso gennaio, dove l’accordo “modello Pomigliano” è passato con lieve margine nella consultazione tra i lavoratori, non è più successo niente. Gli addetti sono in cassa integrazione praticamente sempre, salvo qualche giorno al mese, e della nuova società (la cosiddetta newco) dove trasferire i dipendenti delle Carrozzerie per dare vita alla produzione di un Suv sulla base del nuovo contratto di lavoro non c’è traccia.    È probabilmente a Mirafiori che pensava il numero uno della Cgil Susanna Camusso quando ieri, in un’intervista a Repubblica, ha nuovamente attaccato Marchionne, giudicando “insopportabili le sue minacce”: “Ogni occasione è buona per lui per ribadire che non è detto che rimanga in Italia. È davvero un modo poco rispettoso di stare nel nostro Paese”.

IDENTICA preoccupazione risuonava ieri nelle parole del sindaco di Torino, Piero Fassino: “Il mio auspicio è che Fiat non dia corso al congelamento di Fabbrica Italia come ventilato e che i programmi trovino puntuale realizzazione”. Fassino ha rivelato di aver incontrato Marchionne e il presidente della Fiat John Elkann la settimana scorsa: “Mi era stato ribadita la piena determinazione del gruppo a continuare ad avere a Torino una presenza strategica e a dare corso agli investimenti previsti”. Più decisamente ottimista si è mostrato il leader della Cisl Raffaele Bonanni, per il quale i problemi vengono dalla parte “conflittuale” del sindacato e gli investimenti non sarebbero in discussione: “A Pomigliano sono in piedi. E anche a Mirafiori. Non vorrei che si aprisse un nuovo tormentone”, ha detto.    Ma il quadro resta di grande confuzione, come confermano le parole dello stesso vicepresidente della Confindustria, Alberto Bombassei, che ieri è sembrato non solo confermare ma addirittura incoraggiare l’eventuale disimpegno dall’Italia, totale o parziale, della Fiat.    “Non so cosa abbia intenzione di fare Marchionne, ma certo, parlo come imprenditore, di fronte alle difficoltà e incertezze del momento e alle tante possibilità che oggi qualsiasi industriale ha di investire in tanti paesi dove tutti sono pronti ad accogliere nuovi investimenti, non mi stupirei se decidesse di congelare gli investimenti in Italia”, ha detto Bombassei.    Il fatto che i 20 miliardi di investimenti promessi da Marchionne per il piano Fabbrica Italia sfumino verso un futuro indefinito non serve neppure a incoraggiare la Borsa. Ieri il titolo Fiat dell’auto ha perso il 4,37 per cento, con una performance nettamente peggiore del listino di Milano nel suo complesso. Negli ultimi 12 mesi il titolo Fiat, nonostante la conquista dell’americana Chrysler, ha perso in Borsa il 68 per cento del suo valore. Nello stesso periodo l’indice generale Ftse Mib è arretrato dell’11 per cento.

di Giorgio Meletti, IFQ

Le proteste dei lavoratori della Iribus di Grottaminarda

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