Sul ponte del Titanic

Non è finita. La combinazione tra scetticismo dei mercati sui conti dell’Italia e incertezze del governo nel risanarli è una bomba a orologeria. Nella mattina di ieri si teme il peggio: un’asta di Btp, i buoni del Tesoro poliennali, va male: il tasso di interesse sui titoli a 15 anni arriva al record storico da quando c’è l’euro, 5,90 per cento. Un salasso per le casse dello Stato. All’istante gli investitori ricominciano a vendere i titoli di Stato che hanno in portafoglio, lo spread (cioè la misura di quanto l’Italia è più a rischio crac della Germania) si allarga, e per qualche ora si sfonda la soglia critica dei 300 punti base, cioè il 3 per cento.    “SENZA IL PAREGGIO di bilancio il mostro del debito che viene dal passato divorerebbe il nostro futuro”, avverte il ministro del Tesoro Giulio Tremonti, chiedendo al Senato di convertire in legge il decreto della manovra, blindato da un voto di fiducia. I toni sono inediti per un ministro che fino a due giorni fa spiegava che lo spread è un problema dell’Europa e non dell’Italia. Se l’Europa (e l’Italia) affonda, dice Tremonti, “è come sul Titanic: non si salvano neanche i passeggeri in prima classe”. Messaggio ai senatori che cominciavano ad aggrottare le sopracciglia sentendo un discorso rivolto ai mercati finanziari più che all’aula di Palazzo Madama. Tre-monti parla di cose che finora il governo aveva detto solo in inglese, nei vertici con la Commissione europea: una per tutte l’impegno preso con Bruxelles di inserire in Costituzione il vincolo al pareggio di bilancio, cioè il divieto di spendere più di quello che si incassa (il conto degli interessi sul debito è a parte). “Dovremo insieme, maggioranza e opposizione, introdurre nella nostra Costituzione la regola d’oro del pareggio di bilancio”, annuncia. E il Pd è già d’accordo. Visto che l’Economist oggi, racconta di un euro sull’orlo del baratro anche per le “liti da cortile” tra Silvio Berlusconi e il suo ministro, Tremonti parla di concordia anche con l’opposizione: “Il paese ci guarda: siamo diversi ma non troppo divisi”.    Il Senato approva la conversione in legge del decreto con il voto di fiducia, con 161 voti favorevoli, 135 contrari e tre astensioni. Fin qui tutto chiaro.

CAPIRE esattamente che cosa i senatori hanno approvato è più laborioso. In estrema sintesi: la manovra 2011-2014 originaria, nonostante gli annunci, era di soli 25 miliardi (cioè prevedeva per lo Stato 25 miliardi di risparmi strutturali). Altri 15 erano affidati alla delega per una legge di riforma del fisco e dell’assistenza che – di nuovo in barba alle promesse – doveva aumentare il gettito per le casse dello Stato. Dopo il panico dei giorni scorsi sui mercati e gli inviti del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ad aumentare la portata della manovra, Tremonti aveva promesso una versione “rinforzata” del provvedimento.

Quindi la delega sulla riforma fiscale e assistenziale è stata inglobata dalla legge che converte il decreto, e la sua portata è salita da 14,9 a oltre 20 miliardi di euro. Risultato finale: una manovra da quasi 47 miliardi che anticipa buona parte degli interventi già sul 2011 e sul 2012 anziché rimandare tutto al 2013 e 2014, cioè alla prossima legislatura. Ma c’è il trucco: la delega fiscale prevede la cosiddetta “clausola di salvaguardia”: se il Parlamento non approva entro il 2013 la riforma del fisco e delle misure di assistenza, i 20 miliardi previsti e necessari per ridurre il deficit si troveranno comunque. Come? Con tagli lineari a detrazioni e deduzioni, del 5 per cento nel 2013 e del 20 per cento nel 2014. É una formula complicata che significa una cosa semplice: aumentano le tasse. Perché si riducono quella miriade di sconti di cui praticamente tutti i contribuenti usufruiscono almeno in parte. E qui c’è un giallo: tutti insieme questi sconti fiscali valgono 160 miliardi all’anno, applicando alla lettera la mannaia della manovra si risparmierebbero 8 miliardi nel 2013 e oltre 30 nel 2014, quasi il doppio di quelli stimati nel governo. Il conto non torna. Ma sarà comunque un problema di chi governerà nel 2013. Intanto il Parlamento attuale approverà questa manovra, oggi si vota alla Camera. E questa rapidità per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “è un miracolo”. Ma in molti sono convinti che, appena approvata questa, sarà il momento di fare un’altra manovra. Perché il pareggio di bilancio del 2014 ancora non è scontato, soprattutto se il costo del debito continuerà ad aumentare.

di Stefano Feltri, IFQ

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