I nostri riformisti che, sulle province, hanno perso la faccia

Una delle grandi questioni politiche degli ultimi vent’anni è questa: i grandi capi del riformismo italiano ci sono o ci fanno? Le giustificazioni al voto del Pd che ha mantenuto le Province viaggiavano nello scivoloso terreno fra il ridicolo e il penoso. Con sconfinamenti nell’ultima ideologia superstite della sinistra: il “benealtrismo”. “Ci vuole ben altro che l’abolizione delle Province per rimettere in sesto i conti dello Stato”. Certo, ma intanto milioni di cittadini si sarebbero accontentati di veder abolito il più impopolare e costoso (14 miliardi) degli inutili. Perché il Pd non ha voluto?  L’unica logica spiegazione è che il Pd non vuole mandare a casa i suoi quaranta presidente di Province e il personale politico al seguito.

Le altre sono francamente degli alibi. “Così s’incoraggio l’antipolitica” hanno tuonato i dirigenti locali e nazionali del Pd, ma è vero l’esatto contrario. A parte questo, di che vanno cianciando questi professionisti della politica ignorante? Di abolire le Province si parla fin dalla Costituente. Si decise allora di mantenerli soltanto in attesa delle Regioni. Quindi le Province avrebbero dovuto morire nel 1970 e invece sono raddoppiate. Il Il Pd vorrebbe ridurle, ma non abolirle. Confermando una concezione miserabile del riformismo all’italiana, che consiste nel trovare un eterno compromesso con il peggio espresso della destra. Ma se il partito riformista non ha neppure il coraggio di varare la più popolare delle riforme, come pensa di poter cambiare il Paese?

La vera questione è che il Pd, per meglio dire la sua dirigenza, non è in grado di intercettare e neppure di capire la spinta profonda al cambiamento della società italiana. In qualche modo chiara al resto dell’opposizione, da Di Pietro a Vendola, perfino da Casini a Fini. Il Pd ha vinto a sua insaputa le elezioni di Milano e Napoli con candidati che non avrebbe mai scelto, ha vinto a sua insaputa i referendum che non voleva. Ed è diventato nei sondaggi il primo partito per demeriti altrui. Poi, quando si è trattato di ritirare i premi della lotteria, ha perso i biglietti vincenti.

I dirigenti più capaci del Pd, e ce ne sono, dovrebbero riflettere e cambiare in fretta strada. Altrimenti la storia è già scritta. L’ennesima resurrezione di Berlusconi, magari in forma di un berlusconismo senza il Cavaliere. Deludere ancora le attese degli elettori del centrosinistra significa andare incontro, alle prossime elezioni, a una disfatta storica e definitiva, contro una santa alleanza di centrodestra, da Casini alla Lega, con Berlusconi a fare il burattinaio.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

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