Fiumicino stritolata: raddoppio dell’aeroporto, discarica e porto In 70 mila accerchiati da cemento e rifiuti

Le vallate? Ottime per nascondere cumuli e cumuli d’immondizia. La pianura coltivata? Perfetta da asfaltare per costruire due o tre piste aeroportuali. La spiaggia? Ovvio, lì va inserito il nuovo porto commerciale. Presi singolarmente sono tre progetti che metterebbero in crisi qualsiasi territorio e la sua popolazione: Fiumicino, comune alle porte di Roma, rischia di vederli realizzati tutti e tre in uno spazio di 22 chilometri. Costruttori, manager e investitori parlano di progresso, sviluppo, ottimizzazione, poi usano la solita formula magica, quella che dovrebbe zittire tutti: nuovi posti di lavoro. Così, chi è coinvolto sul raddoppio dello scalo aereo di Fiumicino è arrivato a proporre un’equazione affascinante: “Calcolando 4 mila addetti ogni milione di passeggeri, se le previsioni di crescita saranno rispettate con 100 milioni di viaggiatori in più al 2030, i nuovi posti di lavoro saranno 400 mila”. Parola di Fabrizio Palenzona, presidente di Aeroporti di Roma, a margine della presentazione del Rapporto 2010 dell’Enac. “Secondo questo calcolo, a oggi, il Leonardo da Vinci dovrebbe avere circa settantamila lavoratori diretti e altri centomila nel-l’indotto – spiega Andrea Guizzi del comitato Fuoripista –. Al contrario ne risultato appena 2400. Durante un convegno ho chiesto lumi ai rappresentanti di Adr ed Enac. Nessuno mi ha risposto. Silenzio e fastidio. Mentre dalle istituzioni il solito imbarazzo balbettante”. Quindi il risultato è sempre lo stesso: la politica con la “P” maiuscola fa spazio a quella con la “p” minuscola. Vuol dire cittadini uniti in comitati, a seguire riunioni, grigliate per autofinanziarsi, esperienze di report d’assalto per svelare le bugie. Manifestazioni, picchetti, striscioni sulle autostrade, ideazione e diffusione di volantini e manifesti. Ecco allora, il comitato contro la discarica, o quello contrario al raddoppio dell’aeroporto. Sono loro l’unico “fastidio”, l’unico argine, contro un colata di cemento e immondizia già bella e infiocchettata. Sono loro il presidio sul territorio “un presidio che sta crescendo di giorno in giorno – prosegue Guizzi – e che ci ha fatto diventare esperti di argomenti a noi lontani. Adesso sappiamo tutto di rotte, aerei, costi, traffico. Vuole sapere qual è lo scalo più grande al mondo? Atlanta”.

COMANDA BENETTON

Partiamo dai dati: al Leonardo da Vinci passano 36 milioni di passeggeri, lo scalo è organizzato con un sistema di tre piste. Vogliono raddoppiarle. Per farlo sono necessari 1.300 ettari e un costo che supera i dieci miliardi di euro. Gran parte dei terreni sono della Maccarese spa, azienda di proprietà della famiglia Benetton, acquistata dall’Iri per circa 93 miliardi. Adesso sono agricoli, coltivati, riforniscono la Capitale e la provincia di frutta e verdura, impegnano mano d’opera. Sono ossigeno per il territorio. In caso di esproprio la famiglia trevigiana vedrà riconosciuto un indennizzo pari a 20 euro a metro quadrato per circa 1000 ettari. Ottima plusvalenza. Un anno fa il Fatto si è occupato della vicenda, con i cittadini preoccupati per la propria salute, visti i continui episodi tumorali. Mancavano i numeri, i dati. Ancora non esistono, ma qualche indicazione in più arriva dalla Lombardia: una nota inedita del ministero dell’Ambiente, pubblicata per la prima volta sul nostro giornale, ha rivelato che Malpensa, negli ultimi dodici anni, ha registrato un aumento per mortalità legate alle malattie respiratorie, pari al 54% e un balzo nei ricoveri del 23,8%, contro una media della provincia del 14%. Eppure tutto ciò non interessa. Da Adr spacciano il raddoppio come necessario, ma da Fuoripista replicano: “Lo scalo londinese di Heathrow ha il doppio di passeggeri e la stessa struttura di Fiumicino: lì hanno ottimizzato i tempi di discesa”. Tutto qui.

NUOVA MALAGROTTA

La minaccia è sempre la stessa, e arriva dalla politica: attenzione, rischiamo di fare la fine di Napoli. Così da anni, le varie maggioranze rinnovano la concessione alla discarica più grande (e satura) d’Europa: Mala-grotta, un milione e cinquecentomila tonnellate di rifiuti l’anno. Ora pare sia giunto il momento di risolvere la questione, e una delle zone individuate dalla giunta Polverini è proprio a Fiumicino: quaranta ettari tra aziende agricole biologiche e allevamenti. “Vuol dire l’azzera-mento di tutto, la distruzione di un territorio già martoriato” spiegano dall’azienda Castellaccio. Loro sono stati contatta-ti per la concessione dei terreni. Hanno detto “no”, si sono organizzati, sono alla quinta settimana di manifestazione e sono andati anche a Peccioli “perché il presidente del Lazio ha fatto riferimento a quella discarica come modello virtuoso da seguire. Un modello a impatto zero. Cosa abbiamo trovato? La solita pattumiera a cielo aperto”.

L’APPRODO

Denuncia Legambiente: “Sono previsti 129.700 metri cubi e 104,29 ettari di demanio per 1.445 posti barca, nel pieno della foce del Tevere, in area di esondazione del fiume a rischio idrogeologico molto elevato”. Non c’è problema: l’amministrazione ha dato comunque il via libera. I lavori sono partiti, budget iniziale di 500 milioni di euro, transennata la spiaggia, disseminata la costa di blocchi di cemento. Un affare anche per Caltagirone-Bellavista, uno dei grandi costruttori italiani, coinvolto nella vicenda. Peccato che pochi mesi dopo c’è stato lo stop per il mancato pagamento delle imprese e delle cave dalle quali sono stati acquistati i blocchi: il rosso dovrebbe essere superiore ai sei milioni di euro. Risultato? “Hanno tolto un pezzo di spiaggia ai cittadini, hanno buttato soldi e non risolto i tanti problemi della zona, come il complesso abitativo qui accanto”, spiega Raffaele Megna del Pd di Fiumicino. Parla e indica un nucleo di case poco lontano, si chiama Passo della Sentinella, da decenni ci abitano circa 1500 persone. Da decenni non hanno né fogne, né altro. Eppure siamo alle porte di Roma.

INTERPORTO

Tra la spiaggia, l’aeroporto e Fiumicino, da lontano è possibile scorgere una serie di enormi strutture bianche. Disperse tra le erbacce. Lo chiamano Interporto, doveva essere uno strategico punto di scambio. Sul sito scrivono: “Potrà svolgere una funzione di piattaforma logistica in grado di offrire servizi ad hoc e proseguimenti con modalità multimodali via mare, terra ed aereo per le merci”. Costo: 500 milioni di euro per una superficie di circa 1.600.000 metri quadri. Grandi applausi, pari alle speranze. Non hanno calcolato il terreno argilloso dove alcuni pavimenti sono sprofondati di diversi centimetri, un po’ la stessa cosa accaduta negli anni ‘60 quando è stato inaugurato l’aeroporto di Fiumicino: in quel caso toccò alle piste. Ma sono andati avanti. Il progresso non si può fermare. Dicono.

di Alessandro Ferrucci , IFQ

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