“Io trafficante di bambini”

In Italia da Kabul con 8 mila dollari Poi finiscono sulle nostre strade

“Niente nomi. Niente posti. E niente foto, se vuoi parlare”. Muhammad (non è il suo vero nome) è lapidario. È pomeriggio inoltrato e lui è appena rientrato dalla sua ultima consegna. Tratta in esseri umani.    Uno, nell’ambiente, dei più noti trafficanti dell’Afghanistan. Intorno a lui, un’organizzazione di decine di persone da Kabul all’Europa: autisti, falsari, locatori, guide e trafficanti. In ogni luogo, lungo quel percorso di migliaia di chilometri che separa una vita difficile dalla speranza di una migliore. La sua casa sorge alla periferia di Kabul, ci sono le sbarre alla sua porta d’ingresso. Fuori due guardie armate. Dentro è accogliente con tappeti e cuscini dorati. La moglie incinta sta preparando la cena e un dolce profumo di verdura cotta e pane impregna l’aria. Muhammad siede gambe incrociate, circondato dai suoi telefonini. Ha 32 anni ma come tutti gli afghani, ne dimostra di più, almeno 40. Indossa un lindo Salwar kamise, la tipica veste afghana.

“IN QUESTI sei anni ho portato circa 500 persone in Europa. Non è facile, ma non è neanche impossibile, la settimana scorsa ne ho fatti arrivare cinque a Milano. L’Italia è bella, ma i miei clienti preferiscono proseguire verso la Francia o il nord Europa. Molti si fermano in Grecia, perché non hanno abbastanza soldi per andare oltre”. Costa lasciare tutto e tentare la fortuna. I rischi sono tanti. “I poliziotti iraniani al confine sparano per uccidere. Quelli turchi sono gentili, quelli greci anche, e quelli italiani se sanno che andrai in un altro Paese ti lasciano andare”.    La prima tappa è il confine iraniano, Nimroz, Muhammad non porta più di sei o sette persone per volta, ci si muove verso ovest e si supera la provincia di Farah. “Se i talebani mi vedessero così senza barba, mi taglierebbero la gola in un minuto”. Alla frontiera incontra gli altri trafficanti, mettono insieme i “passeggeri”, per un blocco di cento persone “regalano” 4 mila dollari ai poliziotti iraniani. E i cancelli si aprono. Tutti hanno documenti contraffatti. Al di là del confine ci sono diversi minivan in attesa, chi parte ha una serie di numeri di telefono con contatti nei vari Paesi.    Oltre il filo, voci sconosciute dicono cosa fare e dove andare: “A Teheran, abbiamo delle case, restano qualche giorno e poi si spostano verso il confine con la Turchia, qui è dura, perché ci sono le montagne e si deve fare un po’ a piedi e un po’ in macchina”. Piccole code di uomini, “le donne, meglio di no”, che si arrampicano tra le foreste. Chi sta dall’altra parte monitora gli spostamenti delle autorità, e poi dà il via libera. La meta è Istanbul. Sembra facile, ma non lo è, i clandestini spesso sono bambini, sanno solo che devono andare avanti e non fermarsi mai. “Qui devono bruciare i documenti, ne forniamo altri, di solito passaporti o carte di identità vere, ma rubate e con la foto cambiata, o di qualcuno che somiglia molto, la polizia non è mai troppo precisa”.    In Turchia molti si fermano perché devono pagare la seconda tratta (la prima a Teheran con un versamento in banca di contanti su un conto che gli viene fornito) e non hanno più soldi. Qualcuno lavora in nero per mettere da parte quello che manca. Poi ci si muove verso la Grecia: “Per affidarsi a trafficanti locali che hanno i barconi, oppure se è un buon carico se ne compra uno, ma è rischioso, è facile perderlo”.    Si affronta l’acqua, il fiume Evros e poi il mare che gli afghani vedono per la prima volta. “Se ti prendono sul suolo greco, la polizia è molto attiva in Grecia, ti mettono in un centro per qualche settimana, poi ti danno un foglio di via, e si va ad Atene, dove i miei uomini ti accolgono, e ti danno un visto Schengen e documenti, non è difficile neanche questo, basta oliare le persone giuste, e poi si sale su un aereo. Gli ultimi arrivati a Milano, tre volevano andare in Francia e si sono diretti verso Venezia in treno, anche se è nella direzione opposta, ma serve a depistare e poi da lì, verso la Francia. Anche qui i documenti vengono distrutti. Una volta in Italia sei sfortunato se qualcuno te li chiede”. Ma a questo punto sei arrivato senza soldi, senza conoscere la lingua, non sai dove andare, e non hai i documenti per lavorare.    Perché lo fa? “Devo sfamare la mia famiglia, qui la vita costa. Non sono un assistente sociale, offro un mezzo per arrivare dove vogliono, poi dipende da loro. Sono persone che non avranno mai un visto perché sono poveracci, ma anche i poveri sognano. Puoi biasimarli? Qui c’è la guerra, ci sono gli attentati, si vive nella paura e non c’è speranza. Io realizzo la prima parte del sogno. Ho scontato due anni di prigione in Turchia per questo”.

IL TARIFFARIO è per lo più fisso: 800 dollari da Kabul a Teheran, 1.200 da Teheran a Istanbul, 2.000 dalla Turchia ad Atene, 3.600 da Atene all’Italia. Lui in sei mesi (perché d’inverno non si lavora) ha guadagnato 20 mila dollari tolte le spese.    Squilla il telefono. Per un attimo cala il silenzio. Poi la voce di Muhammad è concitata: “Quattro persone sono state prese a Istanbul, ah non c’è pace”, dice sorridendo, ma poi si fa serio. “Ho un problema in Italia, c’è un bambino in un centro vicino a Potenza. Puoi tirarlo fuori? Il padre è disposto a pagare mille dollari”.    E come? “Ti metti in contatto con un afghano che ti dico io, sta in Italia, garantisci che è un parente del ragazzino, e in un attimo è libero. C’è anche un ragazzino di 8 anni in Grecia, rinchiuso, potrei farti avere dei documenti, tanto non controllano, in agosto da voi c’è una tale confusione per le vacanze, lo prendi e in nave lo porti in Italia. Poi se lo prende qualcuno dei miei”.

di Barbara Schiavulli, IFQ

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