Viaggio a Giugliano, dove la terra accoglie i rifiuti settentrionali

“Guarda ‘sti sacchi: è amianto”. Salvatore Napolano, attivista di Legambiente, ci accompagna nel giro all’inferno. Siamo a Giugliano, terza città della Campania. Qui una volta le terre erano fertilissime e il paesaggio agrario di vigne, pescheti, frutteti e campi pieni di verdure, era un pezzo di quel paradiso che non c’è più e che chiamavano Campania Felix. Camorra, politici da rapina, industriali del Nord hanno ridotto Giugliano e i suoi dintorni in “Monnezza City”. Una discarica di veleni clandestini e ufficiali a cielo aperto. Terre stuprate, uomini, donne e bambini avvelenati. Ieri come oggi. Così è da almeno vent’anni.    Salvatore si mette le mani nei capelli, scende dalla macchina e ci trascina a vedere da vicino quei sacchi gonfi di morte. “Attenzione pericolo”, c’è scritto, “contiene amianto”. Quattro-cinque sacchi lacerati dalle “zoccole” e dai cani randagi, buttati a terra nella strada sterrata e stretta di via Carrafiello, a ridosso di frutteti dove lavorano ignari o rassegnati contadini , a poche centinaia di metri dalla strada asfaltata dove (e siamo in pieno giorno) si fermano a vendere il loro corpo giovani prostitute balcaniche. Forse i parlamentari della Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, in questi giorni in visita in Campania, farebbero bene a lasciare le comode e rinfrescate stanze della Prefettura di Napoli per recarsi qui. Capirebbero molte cose dell’eterna emergenza monnezza in Campania, capirebbero dove abitano le responsabilità vere del più grande disastro ambientale d’Europa, si renderebbero conto che i no della Lega, gli egoismi dei governatori delle regioni del Nord, non sono solo propaganda di basso livello e folklore secessionista, ma qualcosa di ben più grave e pericoloso.

COMPLICITÀ, possiamo chiamarla, complicità ideologica col sistema industriale e produttivo dell’Italia che tira con la peggiore camorra. Al Nord producevano, qui sversavano i loro veleni. Sentite cosa ha detto ai magistrati Gaetano Vassallo, grande imprenditore dei rifiuti in nome e per conto del clan dei casalesi. “Una volta colmate le discariche i rifiuti venivano interrati ovunque. Ci veniva chiesto di concedere l’uso dei nostri timbri (le autorizzazioni legali concesse ai gestori di discariche, ndr) in modo da coprire e giustificare lo smaltimento di produttori di rifiuti del Nord Italia”. Erano veleni, vernici speciali il cui smaltimento legale e non dannoso sarebbe costato cifre enormi. Con la camorra, invece, prezzi da realizzo. I rifiuti speciali di una azienda di coloranti di Savona, racconta Vassallo, “li portammo nella mia discarica per circa 6 mila quintali”. Anche i veleni vomitati dall’Acna di Cengio, i residui della lavorazione dell’industria della concia toscana, quelli delle industrie casearie della Campania, tutto è stato interrato qui, in queste terre.    La camorra guadagnava oro: “Duecentomila tonnellate di sostanze tossiche – fa mettere a verbale l’imprenditore della monnezza – ci furono pagate a 10 lire al chilo”.    I sacchi di amianto sono a pochi passi da noi, intorno la terra ha un colore grigiastro, anche l’aria e il sole sembrano malati. E il ricordo va a una delle confessioni più inquietanti del pentito Vassallo, che davanti ai magistrati dell’antimafia napoletana tratteggia uno scenario da incubo. “I rifiuti della Mb (una fabbrica del Nord, ndr), arrivavano qui in speciali cisterne di acciaio inox anticorrosivo”. Ma quando il liquido veniva sversato nei fossi scavati alla meno peggio e senza alcun sistema di impermeabilizzazione, gli spazzini della camorra, anche loro, rimanevano a bocca aperta. “Perché quella roba friggeva, era così potente che squagliava anche le bottiglie di plastica che c’erano nel terreno”.

GIUGLIANO, 40 discariche tra abusive e ufficiali, 15 concentrate in soli 5 km quadri, il più grande impianto Stir (trito-vagliatura della monnezza, ndr) dei sette presenti in Campania. Terra di veleni. E di morte. Qualche anno fa una quindicina di esperti (ricercatori Enea, Istituto superiore sanità, Cnr Pisa, Arpa Campania, Università di Napoli e Legambiente), hanno attentamente studiato l’area e le conseguenze provocate sulla popolazione di Giugliano, Villaricca e Qualiano (150 mila abitanti), dalla presenza di discariche. “La mortalità per tumore è risultata significativamente accresciuta con riferimento ai tumori maligni di polmone, pleura, laringe, vescica, fegato e encefalo”. Questa è la drammatica sintesi finale. Ma i rifiuti sono denaro anche per le grandi imprese. Taverna del Re, nome che evoca passati gloriosi, spettacolo allucinante. Qui ci sono le Piramidi della monnezza, 4 milioni di “ecoballe” accatastate in questi depositi all’aperto. Sono il monumento al fallimento della politica dei Commissariati straordinari dal 1998 ad oggi.    Montagne di schifo imballato che sono servite alla Fibe-Impregilo per chiedere crediti alle banche, spacciate come combustibile da incenerire nel termovalorizzatori, in parte sequestrate dalla magistratura, in parte messe lì, in attesa di non si sa cosa. Per tutto questo, per questa trasformazione della città in enorme deposito di monnezza, Giugliano doveva essere risarcita. Cinquanta milioni di euro per la bonifica del territorio e delle discariche della camorra, più una serie di misure compensative per la presenza di discariche ufficiali e di impianti. Promesse al vento. Mentre percorriamo la strada del ritorno, a Giugliano ci sono a terra 1500 tonnellate di monnezza, anche qui è emergenza. Le strade che portano a Varcaturo, Licola e Lago Patria, sono una enorme discarica. Perché qui la camorra della monnezza non la ferma nessuno. Continua a stuprare queste terre una volta bellissime.

di Enrico Fierro, IFQ

Una montagna di rifiuti (poi data alle fiamme) davanti alla stazione di Giugliano, nel giugno scorso

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