Tutte le “Domeniche di sangue” di un grande reporter

Irlanda, Armenia, Afghanistan e Palestina nella penna di Fisk

Via alla volta di Monaghan con i suoi vicoli illuminati dal sole, i contrabbandieri di benzina, i laghetti nascosti e all’orizzonte le fattorie spazzate del vento del Nord, mentre l’autista mi racconta che Patrick Kavanagh (poeta irlandese considerato il “poeta della terra” e dei contadini, ndt) era di queste parti e io, stanco e irritabile dopo il viaggio in aereo da Beirut, gli rispondo brusco che lo sapevo e poi vado su tutte le furie quando aggiunge che non ha mai letto un suo verso. Capisco benissimo perché Kavanagh se ne andò da questa terra ingrata e cercò rifugio nei pub di Dublino.    Al Flat Lake Festival, che si svolge nei giardini della grande dimora dei Madden, devo sostenere un “dibattito” con Eamon McCann – “attivista”, giornalista, “estremista”, stando al rapporto Saville sulla “Domenica di sangue” (quando a Derry nel 1972 l’esercito britannico aprì il fuoco su un corteo uccidendo molti cattolici, ndt) e “terrorista”, tanto per non farsi mancare nulla – sull’Irlanda del Nord e il Medio Oriente. Purtroppo Eamon ed io la pensiamo allo stesso modo su un mucchio di cose. Tra il pubblico c’è un americano che mi aggredisce per aver definito la stampa americana “vigliacca” e “cialtrona”.

PER TUTTA risposta tiro fuori un rapporto del Wall Street Journal sui talebani che fa continuamente riferimento ad anonime “fonti ufficiali del governo” fin quando i presenti scoppiano a ridere sgangheratamente e il tizio se la dà a gambe. Eamon fa a pezzi il rapporto Saville che giustificò la mattanza da parte dei paracadutisti britannici seppellendo le loro responsabilità sotto una montagna di menzogne. Dal canto mio parlo dell’Olocausto degli armeni del 1915 e del rifiuto della Turchia di ammettere la verità e a questo punto sento tra il pubblico la voce di un irlandese che ci invita a “voltare pagina”, visto che ormai nulla si può fare per le ingiustizie del passato. Non è vero affatto, replico.    Per porre riparo ad una ingiustizia bisogna raccontare la verità storica. Se l’uccisione di 14 cattolici a Derry ha comportato una inchiesta durata 10 anni, il genocidio di un milione e mezzo di armeni val bene 96 anni di studi e ricerche. È con sollievo che mi rifugio nella casa dove i Madden, anglo-irlandesi, vivono dal 1734. È una sorta di Buckingham Palace in miniatura dove ci si sente a proprio agio, grazie anche a Johnny e Lucy Madden : caminetto acceso, dipinti degli antenati alle pareti, uova e pancetta, pane tostato e caffè per colazione alle 7,30 del mattino. Uno dei Madden è stato un ufficiale britannico in Egitto mentre un altro ha prestato servizio nella polizia in Palestina. Il padre di Johnny faceva parte della Guardia irlandese e perse una gamba in Normandia. A casa Madden, tranquillamente seduto sul divano, c’è un altro pezzo forte del festival: Ulick O’Connor. Se la morte di Garret Fitzgerald lascia in Irlanda un solo statista, vale a dire John Hume, Ulick è senza ombra di dubbio l’unico uomo rinascimentale che ancora abita quest’isola: poeta, giocatore di rugby, drammaturgo, esperto di teatro No giapponese (ha scritto “Submarine” nel quale Roger Casement raggiunge la costa occidentale dell’Irlanda con il suo sottomarino tedesco per cercare di fermare la rivolta del 1916), emulo di Yeats, Gogarty e Maud Gonne, amico dei primi beatnik di New York, di Cecil Bea-ton, di Alec Guinness e di Michael MacLiammoir e di tutti i grandi attori del nostro tempo, autore della meravigliosa e vagamente scabrosa biografia dello scrittore irlandese e membro dell’Ira Brendan Behan, saltatore con l’asta e campione di pugilato. Ha 82 anni.

CONOSCO ULICK da anni, lo ammiro, ma sono sempre pronto a giudicarlo con obiettività. Ulick, un uomo oltre modo generoso e con una memoria da elefante (ma attenti alle zanne!!), mi consegna una copia autografata dei suoi diari 1970-1981. Come ogni uomo del Rinascimento, c’è in Ulick anche un po’ di Machiavelli per via della sua visione cinica del potere e di un senso dell’umorismo intinto nel curaro. Quando il Nobel Seamus Heaney evita di dichiararsi troppo nazionalista, lo definisce senza tanti giri di parole “la pecorella Seamus”. Ma stasera è in gran forma e lo si capisce quando parla dei dittatori del Medio Oriente con la competenza che può avere solo chi ha capito bene chi era Oswald Mosley (fondatore nel 1932 del partito fascista britannico, ndt). “Mosley è stata una delle prime vittime dell’età di Narciso”, scrive nel 1971.    Leggo il suo diario sepolto sotto una spessa coperta, come è d’obbligo in queste bellissime, grandissime, ma gelide dimore. “Così come i bambini invidiano i divi dello schermo, i tipi alla Mosley non sanno resistere alla droga dell’ammirazione pubblica… Per loro è come un viaggio con lsd”. Nei suoi diari Ulick ha inserito anche la lettera più breve di tutti i tempi, scritta da Yeats a una donna che stava dimagrendo troppo. “Cara Shelah, ingrassati”.    NON SONO passate nemmeno 48 ore e già sono in volo sull’Atlantico alla volta del Canada. In nave un tempo ci volevano tre settimane. Ora bastano 9 ore a bordo di un 747. Tengo una conferenza a nord di Vancouver e finalmente, allungato su una sedia a sdraio dinanzi al lago Heffley tra anatre selvatiche e alci, mi riposo e sfoglio il giornale di destra National Post. I Paesi arabi usciti dalle rivoluzioni – scrive George Jonas – sono “regimi infiltrati o dominati da organizzazioni tipo Fratelli musulmani (sic!) e sono repressivi almeno quanto i regimi che hanno sostituito… Molti degli eroi della “primavera araba” lungi dall’essere amici della democrazia liberale sembrano implacabilmente e permanentemente nemici della democrazia. Sono del genere dei talebani (ancora sic!). Alla testa delle rivoluzioni non ci sono i democratici , ma i jihadisti”. Siamo a Fantasyland e ancora una volta all’età di Narciso.

di Robert Fisk, IFQ

(c) The Independent Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

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