La tratta che per Parigi ha senso (e costa meno)

In Francia la Lione-Torino procede liscia come l’olio, niente contestazioni né ribellioni popolari. Nel 2001 il governo italiano chiese quasi in ginocchio ai cugini francesi di presentare il progetto all’Ue: solo una linea transfrontaliera poteva aver accesso ai finanziamenti. Ma la Francia non era molto interessata al Corridoio 5 avendo già altre efficienti ramificazioni verso Est, e accettò le avances del ministro Castelli a condizione di spalmare più costi sull’Italia. “Il Tgv fu ben visto fin dal principio – spiega Eric Jozsef, corrispondente in Italia di Liberation -. Erano anni di grande fiducia nelle tecnologie, nel web. L’idea della velocità piaceva a tutti: destra e sinistra. I Verdi spiegarono che passare dalla gomma alla rotaia era salutare. Così i lavori sono partiti, funziona tutto bene anche se in qualche caso i Tgv tra città minori sono stati ridotti: i treni normali vanno già veloci. Comunque queste contestazioni italiane da noi proprio non si capiscono. La gente dice: ma perché tutto questo baccano per un tunnel nella montagna?”.    Gli amministratori francesi sanno perché. Sanno che l’Ue concederà i fondi in parti uguali, ma il costo della galleria principale sarà caricato per il 63% sull’Italia, mentre la distribuzione geografica dei costi per i lavori sull’intera Lione-Torino si concentrerà per il 63% sulla parte francese: noi spendiamo di più, loro avranno più opere realizzate. Oltretutto la popolazione interessata in Francia è meno di un quarto di quella residente nella stretta Val di Susa, e i contratti dei due Paesi sono sfalsati sin dall’origine: l’Italia deve ultimare l’accesso al tunnel principale entro il 2023, la Francia solo nel 2035. Per questo Parigi finora ha messo mano soprattutto al tragitto di suo reale interesse, i 109 chilometri tra Lione e Chambéry. Da lì il Tgv dovrebbe arrivare a Saint Jean de Maurienne, 74 chilometri piuttosto semplici, per poi tuffarsi dentro il tunnel che sbuca a Chiusa San Michele.    INSOMMA l’opera, vista da lì, ha senso e costa il giusto, anche se non mancano comitati no Tav che, insieme a quelli italiani e baschi, hanno dichiarato guerra alle opere inutili e si ritroveranno a Venaus l’11 agosto. Intanto i francesi hanno già scavato le tre “discenderie” di loro competenza, cioè tre gallerie che sbucano sul tracciato del (futuro) tunnel per accelerare l’opera aggredendola in più punti, e trasformandosi in uscite di sicurezza a lavori conclusi. Quando? Come? Per ora il nodo si chiama Siim Kallas, il commissario europeo per i trasporti che chiede non solo il – simbolico – avvio dei lavori anche sul fronte italiano e il – tuttora latitante – ok paesaggistico del ministero per l’Ambiente, ma anche un risolutivo vertice italo-francese sulla ridefinizione dei costi. Il tragitto nostrano ha visto quadruplicare il preventivo, e di certo Sarkozy non intende sopportare la lievitazione dei costi italiani. Perché anche i francesi, col loro 37% di tunnel da pagare, potrebbero cominciare ad arrabbiarsi se il conto diventasse troppo salato.

di Chiara Paolin, IFQ

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