“Questa politica debole è criminogena”

A un anno dalla P3, e in piena P4, sulla questione morale nella magistratura – e nella politica – rompe il silenzio Giuseppe Maria Berruti. Giudice della Cassazione, protagonista in positivo della battaglia al Csm contro la nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte d’appello di Milano, avvenuta il 3 febbraio 2010. Quattro mesi dopo, la Procura di Roma ipotizzerà che il tributarista Pasquale Lombardi (arrestato per la P3) ha brigato assieme a Marra per la sua nomina. “Pasqualino” avrebbe avuto l’avallo, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, del sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, indagato. Per rendere l’idea di quanto Berruti si sia messo contro il suo gruppo al Csm, Unità per la Costituzione, e contro i poteri forti, riportiamo un’intercettazione fra Lombardi e Marra: “L’unico stronzo in questo momento è lui…” e Marra: “Non ti preoccupare ci facciamo anche a Berruti”.    Giudice le inchieste su P3 e    P4 coinvolgono diversi magistrati. Che sta succedendo?    C’è un’aggressione all’indipendenza della magistratura attraverso l’utilizzo da parte della politica o di centri di affari legati ad essa, di magistrati amici. Il problema non è, però, solo di corruzione individuale. Purtroppo fatti di questo genere sono sempre possibili. Il dato di novità è l’utilizzo della lusinga politica. Il miraggio della grande carriera o del seggio parlamentare, facilitati dalle amicizie politiche in cambio di favori di tipo giudiziario. Questa novità dipende, in parte, dalla straordinaria debolezza della politica che in realtà non governa e dunque apre grandi spazi ai comitati di malaffare. La politica debole, insomma, è criminogena. E in una fase nella quale, proprio per questo tessuto malato, l’attività giudiziaria è di fatto centrale, il magistrato amico diventa una risorsa essenziale.    Anche all’epoca della P2 c’erano magistrati coinvolti…    Ma in quegli anni vi fu una consapevolezza assoluta della pericolosità di questi rapporti distorti. La magistratura reagì con rapidità, espellendo i magistrati infedeli o inducendoli alle dimissioni.    Invece oggi le procedure sono molto lente. E scatti di dignità non se ne vedono…    Il fatto che la maggioranza provi a cucire addosso alla magistratura l’abito dell’avversario politico rende tutto più complicato. Da qui, gesti di eccessiva prudenza.    E dunque come si fa pulizia dentro la magistratura?    La questione morale è essenzialmente la questione dell’indipendenza del giudice. Il magistrato dipende solo dalla legge, accusa o giudica bene se la osserva senza riguardo per il risultato politico del suo agire. Un atteggiamento fortemente rifiutato da gran parte della politica. I magistrati devono riflettere sul grande valore della professionalità, sulla valutazione interna: è l’unica fonte di legittimazione del loro potere trasparente. Credo che ancora la magistratura questa riflessione non l’abbia compiuta del tutto.    Cosa pensa della responsabilità civile dei magistrati?    È una grottesca barbarie: mette nelle mani del soccombente in un giudizio il diritto di colpire chi ha applicato la legge.    In molti però, la condividono.    Il magistrato sbaglia perché non osserva la legge, perché è stato negligente, perché è stato infedele. Ipotesi queste che sono già previste come fonte di responsabilità disciplinare e, se del caso, penale. La chiamata in giudizio diretta da parte del cittadino è un’altra cosa. Ci potrebbero essere dunque pm intimoriti dall’andare fino in fondo a un’inchiesta e giudici tentati da una decisione puramente difensiva.    La bozza della manovra economica riprende una parte del processo breve e modifica la legge sull’equa riparazione. Che valutazione ne dà?    Osservo che la giurisprudenza anche europea fissa in 3 anni la durata adeguata di un giudizio di merito. Portarla a due provoca un costo maggiore per lo Stato.    Qual è la ratio della modifica?    Quella di introdurre il termine di due anni, in analogia con quello che dovrebbe essere il termine del cosiddetto processo breve. Una legge che mi auguro non venga mai approvata perché insieme al meccanismo di prescrizione rende impossibili i giudizi seri.    Lei è di Unicost, corrente di cui fanno parte i magistrati    coinvolti nella P3 e P4. Che    problema c’è all’interno?    Unicost ha la struttura di un grande gruppo che riflette le tensioni e i caratteri della magistratura. Quindi richiede di soffrire un po’ di più per un’azione istituzionale che sia oltre che condivisa, rigorosa. Ogni tanto sogno di guidare una piccolissima corrente di duri e puri che non si sporca le mani con il governo perché non conta nulla, ma poi mi sveglio.

di Antonella Mascali, IFQ

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