Macellai cambogiani, processo alle ombre

Alla sbarra, 30 anni dopo, gli uomini del boia Pol Pot Giustizia tardiva per un milione e mezzo di morti

Il museo del genocidio a Phnom Penh

Gli ultimi maestri dell’orrore vanno in tribunale per spiegare come hanno ucciso (a bastonate) un numero incerto di persone quando non sopportavano di obbedire al fanatismo che esasperava le “comuni” della rivoluzione culturale cinese, incubo Khmer Rossi, cambogiani rossi di Pol Pot. Tra il ’75 e il ’79 hanno assassinato un milione e mezzo di disobbedienti.    Disobbedire voleva dire non denunciare chi portava gli occhiali, chi parlava il francese saltellante della colonia di Parigi, chi rifiutava la “civiltà contadina” per sfogliare libri la cui memoria era proibita, o fare il medico, l’avvocato, l’insegnante, vendere stoffe e ortaggi o raccogliere riso nel nome della proprietà quando la proprietà era stata abolita dai profeti dello Stato padrone. Decideva le fantasie e la dieta di ogni persona nella trasformazione di piccoli e grandi protagonisti in contadini medievali. Il viaggio dei giornalisti che i “liberatori” vietnamiti accompagnavano nelle scoperte dell’orrore, sfiorava trulli bianchi; in lontananza avevano l’aria innocente di cumuli di pietre ed erano teschi ammonticchiati lungo le strade come ammonimento alle Pol Pot era l’icona suprema, il sacerdote sommo. Cultura parigina, teatrante di mediocre successo, leader dall’integralismo spietato. Finito il carnevale eccolo davanti al tribunale che lo condanna alla prigione eterna. Ma la morte arriva quasi subito.

SCOMPARSO l’ideologo che Pechino proteggeva con discrezione, tutto finito? Un po’ sì perché l’età dei quattro ideologi superstiti ondeggia tra i 79 e gli 85 anni. La loro pedagogia educava i bambini a spiare “genitori trasgressivi” tanto che fino a qualche tempo fa nelle campagne lungo il Megonk se i giochi dell’infanzia trascinavano l’allegria dei piccoli fra padri e nonni impegnati in discorsi politici, il silenzio pietrificava l’assemblea fino a quando l’ultimo bambino non usciva dalla sala degli adulti. Il segno della paura sopravvive nel pessimismo di possibili ritorni. Se l’immagine di Pol Pot accompagnava ogni passo cambogiano, l’ideologo sotterraneo, acuminato e senza pietà, era il numero due, per lungo tempo faccia senza nome: Nuon Chen. L’altro ieri arriva nell’aula dove il nuovo tribunale faticosamente strutturato da compromessi Onu lunghi cinque anni, decide l’analisi dei crimini con ritardo surreale nell’aula gremita da testimoni sopravvissuti e da discendenti di famiglie scomparse nei gironi di una follia senza nome.    Nuon Chen arriva trasandato come un clochard che si è lasciato andare. Ma non del tutto. I suoi avvocati avvertono della decisione di voler rispondere alla “curiosità dei giudici” solo quando “verranno accolte le richieste di allargare il periodo incriminato”. Non più i quattro anni del delirio al potere. Nuon Chen e gli altri pretendono che gli anni da considerare devono cominciare all’inizio dell’escalation americana in Vietnam. Quei bombardamenti al napalm che bruciavano le rive del Mekong e condannano generazioni e generazioni a deformità raccapriccianti da una parte e dall’altra della frontiera. E allungano ombre pesanti sulla rete dei consiglieri dei governi insediati dalla Cia a Saigon.    Dimitri Negroponte, per esempio. Cresciuto all’ombra di Bush padre e insediato nel trono di zar dello spionaggio da Bush figlio. Si è fatto le ossa tra Vietnam e Cambogia . E Graham Green ne ha anticipato le fortune in un romanzo famoso: L’americano tranquillo.

NUON CHEN e gli altri reduci pretendono che il loro sadismo venga considerato “legittima reazione” alle bombe a grappolo che avvolgevano nelle nuvole arancione i villaggi di Cambogia e Vietnam. Fra i documenti depositati dalla difesa, la voce di Bob Dylan, due video contro l’ipocrisia che ancora brucia la memoria americana.    Le tossine dei processi di Norimberga infastidiscono il passato e il presente. I fantasmi dei compagni di Pol Pot non sono cascami degli anni quasi dimenticati. Ripropongono il dubbio che accompagna mezzo secolo della nostra storia: la responsabilità delle superpotenze nel giocare con le ambizioni di leader gonfia-bili da sgonfiare appena strategie e finanze suggeriscono convenienze diverse. E gli assassini sopportati e nutriti da Cina, Russia e Stati Uniti non servono più. Vanno scaricati nell’ignominia: da Pol Pot, Nuon Chen, Saddam Hussein.

BIN LADEN, adesso Gheddafi. Con la dignità morale di chi sintetizzaleinquietudinidiogniPaese del mondo, la risoluzione delle Nazioni Unite potrebbe non separare i sacrilegi dei responsabili dei massacri a bastonate ai sacrilegi sofisticati di burattinai nascosti sotto gli slogan di strane democrazie e nella concretezza delle strategie economiche.    Il processo cambogiano è solo una curiosità lontana. Invece potrebbe aprire un nuovo umanesimo e ridiscutere i dogmi di Norimberga. Mostri e mandanti nel tribunale della storia.

di Maurizio Chierici, IFQ

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