La grande paura di Letta e del governo

Voci su un avviso di garanzia in arrivo, processioni a Palazzo Grazioli

Per qualcuno solo un timore, per i più l’attesa angosciosa dell’inevitabile. E lo spettro del crollo di regime del ’92 che diventa immagine plastica, quando a Palazzo Grazioli entrano alla spicciolata prima Gianni Letta, poi Alfano e, infine, Ghedini. Poco prima è uscito Tremonti. È quasi ora di pranzo, ma stavolta non si parla del capo e del suo nuovo passaggio nelle aule di giustizia milanesi (sarà a processo sia sabato che lunedì prossimi), sul tavolo c’è la costruzione di un muro di difesa, anche mediatica, per “l’eminenza azzurrina”. Le voci della Procura di Napoli su un imminente avviso di garanzia per Gianni Letta (che peraltro essendo un tecnico e non un parlamentare non gode dell’immunità) sarebbero state ascoltate con molta attenzione a Palazzo Chigi, accompagnate da rassicurazioni, arrivate in modo informale, ma da fonte autorevole, sul fatto che il provvedimento potrebbe essere notificato solo dopo la verifica di governo, quindi dopo il 22, per evitare inutili strumentalizzazioni sulla solita “giustizia ad orologeria”. Notizie che in un batter d’occhio si sono riversate nei Palazzi della politica, alla Camera per lo più, dove la paura collettiva dei berluscones, di-venuta nel corso delle ore quasi certezza della fine, ha prodotto una ridicola serie di grotteschi attestati di stima a un Letta, per la verità, ancora formalmente al di sopra di ogni sospetto. Almeno sulla carta, ma chissà per quanto.

BERLUSCONI , durante l’incontro con Ghedini e Alfano, è sembrato ai suoi un combattente, come quando c’è da menar le mani con la giustizia che è il campo in cui il Cavaliere si trova meglio. E la baldanza di una nuova guerra con i giudici lo ha portato, durante il Consiglio dei ministri, a mostrare sicurezza: “Non ho paura di nessuno, la maggioranza tiene assolutamente, sono convinto che non ci siano alternative a questo governo e a questa maggioranza”. Eppure Maroni sembrava di tutt’altro avviso, ieri pomeriggio a Palazzo Chigi. Il Cavaliere aveva appena finito di ripetere che con la Lega sono ancora rose e fiori e che quel gestaccio , un pollice verso, fatto da Bossi in risposta a una domanda impertinente dei giornalisti (“quanto regge il governo?”) non erano da interpretare come una condanna a morte. Maroni, però, lo ha gelato: “Deciderà Pontida”. Uno, due, tre secondi di silenzio assoluto, il volto del Cavaliere che si contrae e ancora Maroni che getta benzina sull’imbarazzo: “E Berlusconi ascolterà con attenzione”. Il Pdl ostaggio della Lega? Di certo è chiara l’intenzione del Carroccio di alzare la tensione sull’appuntamento padano dove, per la prima volta dopo sette anni, parlerà solo Bossi, evitando così di mettere in evidenza il fiume carsico frondista che scorre dentro il partito. Domenica a Pontida, Bossi cercherà dunque di rinsaldare il patto con il suo popolo in disarmo puntando l’accento sui soldi, su una riforma fiscale che Tremonti varerà (ma che non convince granché il Carroccio per via dell’aumento dell’Iva che colpirebbe le piccole e medie imprese) e sulla necessità di fermare la guerra con la Libia. E a dimostrazione che il governo può – ma soprattutto deve – andare avanti, verrà sbandierata come una vittoria leghi-sta il decreto sul rimpatrio forzato degli immigrati approvato in calcio d’angolo ieri in Consiglio dei ministri solo per togliere l’argomento dal possibile novero delle lamentele bossiane contro il Pdl; solo propaganda, nulla di più. A Pontida, dunque, non ci saranno sfracelli, anche se Bossi farà senza dubbio un paio di sparate grosse che potranno far pensare diversamente. La sostanza è, però, che anche il Senatùr, inguaiato dalle lotte interne, in questa fase non ha grandi margini di manovra. Ecco perché, sostenevano ieri alla Camera uomini fedeli al Cavaliere, la maggioranza dovrebbe tenere botta non solo sul voto di fiducia che verrà posto per far passare (martedì) il decreto Sviluppo, ma anche sulla verifica del giorno dopo (sempre alla Camera, al Senato c’è meno fibrillazione), proprio perché non c’è alcuna volontà, in questo momento, di andare a uno showdown; la Lega vuol cambiare prima la legge elettorale, il Pdl punta su Alfano per dare nuovo smalto al partito e far ripartire, con la riforma fiscale di Tremonti, l’azione di governo.

MA È COMUNQUE una tenuta a tempo determinato. Perché da fuori, proprio come nel ’92, la magistratura sta alzando il tiro. E c’è chi immagina che una volta colpito Letta (l’avviso di garanzia viene considerato dai più quasi “inevitabile”) i pm di Napoli, ma forse non solo loro, potrebbero puntare su altri Achille Papa presenti in gran quantità in Parlamento nelle file pidielline. E, allora, sarebbe davvero una nuova Tangentopoli. Per dirla con Nichi Vendola, che ieri ha incontrato un Berlusconi scuro in volto, “il governo crollerà di certo: ma addosso al Paese”.

di Sara Nicoli, IFQ

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