La corruzione strozza la crescita

Pubblichiamo una sintesi del contributo di Marco Onado al volume “Berlusconismo. Analisi di un sistema di potere”; a cura di Paul Ginsborg e Enrica Asquer (Laterza), da oggi in libreria.

Sono due i temi su cui vorrei soffermarmi. Il primo riguarda la frequenza e la continuità con cui la finanza (bancaria e delle imprese) è stata usata per puri scopi di corruzione. Il secondo è quello della natura consociativa e ristretta di un sistema imprenditoriale portato storicamente a far prevalere gli aspetti di potere e consociativi rispetto a quelli astrattamente di mercato, come la concorrenza e la crescita. Questi due temi, che si sono intrecciati strettamente nel corso degli ultimi decenni, hanno comportato gravi problemi e conseguenze spesso tragiche, ma per entrambi non sono mai state trovate soluzioni soddisfacenti. (…) L’elenco degli scandali finanziari italiani è straordinariamente lungo. Il catalogo, per dirla con il mozartiano Leporello, può arrivare a “1003”, ma in questo caso è l’Italia, non la Spagna, a vantare il primato. Se vogliamo partire dagli anni Settanta, la fase in cui avremmo dovuto consolidare lo straordinario balzo in avanti dei primi venti anni di dopoguerra, possiamo cominciare dal caso del finanziere Michele Sindona (1974), proseguendo con i fondi neri che coinvolgono grandi imprese italiane (le industrie petrolifere e la Montedison da poco costituita); le tangenti Eni-Petromin (1980); il Banco Ambrosiano e lo Ior (1982); le losche trame di affari degli affiliati alla P2 (in particolare le vicende del “Corriere della Sera”); la Sir e le sue scandalose sentenze che risarciscono gli eredi del fallito, frutto di corruzione dei giudici come quella sul lodo Mondadori; Enimont (la madre di tutte le tangenti); il crollo del gruppo Ferruzzi e di Montedison (1993); il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia; e, infine, negli anni più recenti: Cirio (2003); Parmalat (2004); le scalate bancarie con copiose manipolazioni di mercato (2005); gli immobiliaristi di oggi; i crack con forti sospetti di bancarotta fraudolenta di imprese appena quotate in Borsa fra grandi festeggiamenti (Mariella Burani). E certamente faccio torto a qualcuno. (…)

MENTRE si snodava questa lunga sequenza di scandali e corruzione, cosa succedeva nel-l’economia italiana nel suo complesso? Cerchiamo di cambiare prospettiva e passare dalla dimensione micro dei singoli casi a quella macro del sistema produttivo nel suo complesso. Ebbene, i fatti stilizzati degli ultimi decenni possono essere così sintetizzati. In primo luogo, l’economia italiana rallenta vistosamente, sia rispetto agli anni Sessanta e Settanta, sia nel confronto con gli altri paesi industrializzati ed europei. La crescita del prodotto per abitante in Italia passa dal 3,4 per cento negli anni Settanta, al 2,5 negli anni Ottanta, all’1,4 negli anni Novanta, alla stasi dell’ultimo decennio. In secondo luogo, la grande impresa manifatturiera italiana sparisce dalla scena internazionale. Fra le prime 100 imprese di “Fortune” troviamo oggi solo quattro imprese italiane di cui una finanziaria (Generali, al 19° posto), due legate a monopoli naturali (Eni ed Enel, rispettivamente al 24° e al 60°) e Fiat, l’unica manifatturiera che è 85a, con ricavi totali pari a circa la metà di Volkswagen. Nel gruppo che occupa fra la centesima e la duecentesima posizione troviamo solo banche e Telecom Italia. Nessun altro paese, neanche i piccoli come Belgio, Olanda o i paesi scandi-navi presenta una caratteristica così spiccata. (…) Il capitalismo italiano è tradizionalmente basato su relazioni personali e su intrecci societari, che tendono a costruire una rete di alleanze. Ancora una volta, l’aspetto del potere prevale su quello astrattamente imprenditoriale.

A PARTIRE dagli anni Novanta, la grande impresa privata italiana risulta sempre più piccola nel confronto internazionale e si dedica a settori protetti dalla concorrenza internazionale. La rete degli intrecci azionari e di potere non solo non viene smantellata, ma copre a questo punto l’intero sistema produttivo nazionale . Si sono così create le condizioni ideali perché un imprenditore come Silvio Berlusconi, operante appunto in un settore protetto come quello delle comunicazioni, abbia visto prima rafforzare il proprio potere di mercato grazie al sostegno politico (ed è dimostrata la responsabilità in questo passaggio cruciale dei governi di centrosinistra, in particolare quelli presieduti da Bettino Craxi), e grazie alla corruzione (il lodo Mondadori), e poi abbia potuto assumere, ovviamente a seguito di libere elezioni, il governo del paese. (…) A questo punto la domanda è molto semplice. C’è un nesso fra questo quadro e la lunga lista di scandali di cui abbiamo parlato all’inizio? È evidente che un nesso causale in senso strettamente scientifico non è proponibile e tanto meno dimostrabile. Ma è altrettanto vero che questa singolare propensione delle imprese italiane (soprattutto le grandi) all’illecito e alla corruzione politica costituisce un fattore ambientale di estrema importanza che condiziona le scelte di investimento e di sviluppo della generalità delle imprese. La bassa crescita italiana è stata attribuita all’esistenza di strati sempre più diffusi di criminalità organizzata e al cattivo funzionamento della giustizia. Minore attenzione si è prestata (forse non a caso) alla diffusione dei crimini dei colletti bianchi e alla loro contiguità alla corruzione politica. Nella battaglia politica, la questione morale è stata posta a parole, spesso anche in termini forti. Ma alla severità nominale hanno fatto seguito comportamenti tutto sommato concilianti che hanno inevitabilmente avuto effetti negativi sui comportamenti collettivi.    PERCHÉ – e qui ritorno al punto da cui ero partito – non è bastato quello che avevano accertato la Commissione Sindona e quella sulla P2 per sbarrare la strada politica ad Andreotti e tanti altri, compreso l’intestatario della tessera 1816, Silvio Berlusconi? Io credo che sia necessario meditare seriamente sul perché la domanda di atteggiamenti veramente severi e rigorosi non sia stata soddisfatta adeguatamente in passato e sul perché oggi vi sia tanto spazio per raggruppamenti politici e movimenti che spesso sembrano solo cavalcare l’onda del populismo. Eppure nel nostro paese esistono ampi strati di cittadini desiderosi di cambiamento e capaci di comportamenti coraggiosi. La prova più evidente è la sempre più vasta area di cittadini e imprenditori che rifiutano e combattono la mafia e la camorra in circostanze ambientali di estrema difficoltà. Diffondere quel coraggio è condizione necessaria, ma ancora non sufficiente.

di Marco Onado, IFQ

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