La “peggiore istruzione”. Altri 20 mila insegnanti a casa

Terza tranche di tagli alle scuole. Licenziati anche 14.200 tecnici.

Non ci sono solo precari nella parte “peggiore” del Paese: da settembre, a ingrossare le file degli sgraditi al ministro Renato Brunetta ci saranno anche 33.900 disoccupati in più tra docenti e personale tecnico della scuola.    Quando i bambini torneranno sui banchi non troveranno 19.699 insegnanti che fino all’anno scorso li hanno seguiti. Nonostante l’altro ieri il Consiglio di Stato abbia accolto la class action contro le classi “pollaio”, i tagli imposti dai ministri dell’Istruzione e dell’Economia, Mariastella Gelmini e Giulio Tremonti, con la Finanziaria 2008, continuano a falcidiare la scuola pubblica. A farne le spese saranno gli studenti, costretti a rinunciare a molte ore di lavoro con i loro docenti e le famiglie che dovranno rinunciare al tempo pieno. In Lombardia, per esempio, saranno tagliate 2.415 cattedre tra scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I e II grado, di cui la metà nella sola città di Milano che eliminerà 482 insegnanti nelle scuole superiori. Non va meglio agli studenti piemontesi che su un totale di 42 mila cattedre ne vedranno tagliate 1.179 di cui 625 a Torino e, complessivamente, 796 alle elementari. La situazione del Sud non è più rosea: in Campania il taglio sarà di 2.234 insegnanti, più della metà nella città di Napoli. Chi ne risentirà di più sono gli studenti della scuola superiore, che perderanno 1.081 docenti.

IL MINISTRO dell’Istruzione ha giustificato la riduzione affermando che i docenti “in Italia sono troppi”. Ma qualunque persona abbia avuto un contatto con la scuola pubblica sa invece che la verità è un’altra: la carenza di personale costringe all’addio al tempo pieno, a un numero sempre più ridotto di ore di compresenza tra insegnanti, che significa sostegno ai disabili e recupero per chi incontra maggiori difficoltà.    “Il taglio di 19.699 docenti provocherà l’ulteriore peggioramento della qualità dell’offerta formativa nella scuola pubblica – spiega Mimmo Pantaleo, segretario della Flc Cgil – non si riesce più a garantire tutto il tempo pieno nella primaria e di quello prolungato nella secondaria. Alle superiori la riduzione di ore d’insegnamento e di laboratorio non garantiscono il salto di qualità necessario a garantire ai ragazzi una formazione all’altezza delle innovazioni del mondo del lavoro”.    I numeri delle altre regioni sono anche peggiori: in Sicilia, su un totale di 62.418 cattedre è previsto un taglio di 2.534 insegnanti, in Veneto di 1.398, in Abruzzo di 475, in Basilicata di 373 e in Calabria resteranno a casa 1.093 docenti. Stessa situazione al centro: in Emilia Romagna il taglio sarà di 881 cattedre, 917 in Toscana, 512 nelle Marche, 246 in Umbria, 158 in Molise e 1.989 nel Lazio, di cui 1400 nella Capitale. Infine, 364 insegnanti in meno in Friuli Venezia Giulia, 383 in Liguria, 670 in Sardegna e 1.878 in Puglia.    Non meno allarmanti i numeri che riguardano il personale tecnico amministrativo che vedrà ridurre il proprio organico di altre 14.200 unità. Infatti il piano triennale imposto dal governo con l’articolo 64 della legge 133 del 2008 ha tagliato in tutto 87.400 cattedre e 44.500 Ata tra il 2009 e il 2012.    “Questo significa che migliaia di precari resteranno senza supplenze annuali – analizza Pantaleo – e tantissimi docenti saranno dichiarati in soprannumero e quindi costretti a cambiare sede o a fare da tappabuchi. Nel mezzogiorno la situazione è disastrosa. Di epocale nelle politiche del ministro Gelmini ci sono solo i licenziamenti di massa, la mortificazione delle professionalità e la distruzione della scuola pubblica per lasciare campo libero alla privatizzazione della istruzione pubblica”.

“NON APPAGATI dal triplice schiaffo preso tra amministrative e referendum, forse non hanno capito che i cittadini, nel conto presentato al Governo, hanno messo anche i tagli all’istruzione – dichiara Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Partito democratico – quale sarà l’effetto dell’ennesimo taglio? Classi affollate oltre ogni limite di legge, liste d’attesa nella scuola dell’infanzia, definitiva cancellazione delle compresenze e del tempo pieno, impossibilità per le scuole di organizzare i laboratori, meno sostegno per gli studenti con disabilità e altri precari licenziati che non sapranno di che vivere. Il risultato sarà un Paese meno uguale e con meno opportunità di crescita. Abbiamo chiesto la cancellazione dei tagli e la stabilizzazione di chi lavora su posti vacanti. Ma la miglior cosa sarebbe che questo governo, che non rappresenta più il sentimento di un Paese intero, andasse a casa”.    Senza dimenticare la denuncia dei sindacati di base sulla cassa integrazione prevista per 11.500 lavoratori nel settore delle pulizie. Forse servivano a pulire le cattedre che non ci saranno più.

di Caterina Perniconi, IFQ

 

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