Amianto, una strage consapevole

Battute finali del processo Eternit a Torino, Guariniello: “Dolo evidente”.

“L’Eternit ha causato un vero e proprio disastro, che prosegue ancora oggi per consapevole, deliberata volontà dei suoi proprietari”. Inizia così la requisitoria del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e le sue parole risuonano nella stessa aula 1 del Palazzo di Giustizia di Torino dove soltanto due mesi fa è stata letta la sentenza della strage alla ThyssenKrupp; una sentenza che è già passata alla storia, perché per la prima volta un “incidente” sul lavoro è stato giudicato omicidio volontario. La sentenza Eternit potrebbe essere – per quanto una graduatoria d’importanza, va da sé, sia impossibile – ancora più significativa. Per un motivo molto semplice, i numeri: il capo d’accusa elenca complessivamente 2191 morti (1649 soltanto a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria) e circa 6300 parti civili.

I DUE IMPUTATI, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il quasi novantenne barone belga Jean Louis De Marchienne, devono rispondere di omissione dolosa di cautele antinfortunistiche e disastro doloso. Ancora una volta, come nel caso ThyssenKrupp, il pool di Raffaele Guariniello contesta il dolo. I due, in qualità di presidente e amministratore delegato della multinazionale svizzera dell’amianto, avrebbero deliberatamente omesso di adottare misure necessarie per tutelare la salute dei lavoratori, nonostante la pericolosità dell’amianto – come i pubblici ministeri hanno tentato di dimostrare – fosse nota alla comunità scientifica fin dalla fine del XIX secolo. Ma a morire di asbestosi e mesotelioma pleurico non sono stati soltanto i lavoratori dell’Eternit. A Casale Monferrato (e non solo) si sono ammalate persone che in fabbrica non avevano mai messo piede, perché l’amianto intorno agli stabilimenti era dappertutto.

“NON ABBIAMO contestato il dolo per la gravità delle conseguenze – ha detto ieri Guariniello – né per l’intesa commozione suscitata ovunque non solo in Italia, né per dare una risposta alle richieste di giustizia avanzate non solo dalle famiglie delle vittime. Il dolo, la contestazione del dolo, non è il frutto di una scelta emotiva e men che meno il frutto di una scelta filosofica. È il frutto di un’analisi meditata. Nell’immediatezza dei fatti, noi abbiamo iscritto nel registro delle notizie di reato soltanto reati colposi, primo fra tutti l’omicidio colposo. Nell’immediatezza dei fatti, mai per un attimo avevamo pensato di contestare il dolo. Sono state le indagini a imporcelo. E aggiungo, sono state proprio le risultanze dibattimentali a rendere per noi palmare la sussistenza del dolo”.    Ai pubblici ministeri Gianfranco Colace e Sara Panelli, ora, il difficile compito di convincere la Corte. Stephan Schmidheiny, ex amministratore delegato di Eternit, non è un imputato qualunque: è uno degli uomini più ricchi del mondo (Forbes lo piazza al 354esimo posto), si è reiventato filantropo paladino dello sviluppo sostenibile e può disporre di una batteria di decine di avvocati. Non era scontato il rinvio a giudizio, non lo è la condanna, per quanto Guariniello non abbia dubbi che le responsabilità siano da cercare ai vertici e non – come sempre accaduto in tutti gli altri processi per morti d’amianto – tra i pesci piccoli.

“NON SIAMO in presenza – ha detto il procuratore aggiunto – di carenze occasionali o meramente operative. Siamo in presenza invece di carenza strutturali, addebitabili a una politica mondiale, a scelte aziendali di fondo, a scelte di carattere generale della politica aziendale, rispetto alle quali nessuna capacità di intervento possa realisticamente attribuirsi ai dirigenti italiani degli stabilimenti Eternit del nostro Paese”.    Comunque vada (la sentenza potrebbe arrivare entro l’estate) è già pronto un Eternit-bis. Perché a Casale Monferrato, dove la percentuale di mortalità per mesotelioma pleurico è 40 volte superiore al resto del Piemonte, si continua a morire.

di Stefano Caselli, IFQ

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