La storia di Abderrahmann fermato ubriaco e morto annegato

Quattro carabinieri indagati nel padovano

“In paese la voce gira da tanto: quando i marocchini bevono, o fanno un po’ di casino, li prendono e li portano al fiume. Però c’è voluto il morto per intervenire”. Luca Bertolino abita a Montagnana, paesotto alle porte di Padova. Diciotto anni fa ha messo su un’associazione che si chiama “Razzismo Stop” per difendere la memoria di un bambino rom, morto dentro una caserma dei carabinieri lì vicino, a Ponte di Brenta. L’avevano beccato a rubare, dalla stanza di sicurezza è uscito con una pallottola in testa. Colpo accidentale sfuggito durante una colluttazione, dissero. “Fu un episodio terribile, pensai che dovevamo reagire – spiega Bertolino –. Ma non abbiamo ottenuto molto: noi siamo quelli dei centri sociali, i no global, gente un po’ così. E anche con Abderrahmann siamo arrivati tardi”.    Marocchino, 24 anni, Abderrahman Sahli era noto alle forze dell’ordine. Beveva spesso, qualche volta infastidiva la gente al bar. Gli anziani che giocavano a carte, quando hanno saputo del suo cadavere trovato nelle acque calme del Frassine, hanno detto solo: “Ghe sta bèn”.

COME È MORTO quel ragazzo? Le indagini, guidate dal procuratore aggiunto di Padova Matteo Stuccilli, sono in corso. Il contadino che l’ha visto galleggiare ha raccontato di una faccia molto gonfia, di una ferita grande sulla testa. Il 15 maggio Abderrahmann era alla Festa del Prosciutto, tutta Montagnana in piazza per mangiare e divertirsi. C’erano anche i marocchini, una comunità numerosa, ben inserita: operai, pizzaioli, manovali in campagna, badanti . Qualcuno invece non lavora, vive male e diventa un problema. Abderrahmann l’hanno preso a sera tarda, era ubriaco. Con le manette ai polsi è salito in macchina coi carabinieri ed è arrivato fino al fiume. Un militare ha confermato: l’abbiamo messo dentro l’acqua, fino alla cintola, e poi lasciato sulla riva a riposare. Una settimana dopo, il ritrovamento del cadavere. È morto subito? È ricaduto in acqua ferito? Qualcuno l’ha spinto dentro sperando sparisse? Quattro carabinieri sono ora sotto indagine: omicidio colposo, sequestro di persona, omesso soccorso i capi d’accusa su cui si sta lavorando. Già trasferiti i quattro militari, ma non sospesi. “Eh, anche il carabiniere del ragazzino rom è ancora in servizio – scuote la testa Bertolino –, spero stavolta vada diversamente, ma non mi aspetto molto. Piuttosto stiamo lavorando coi ragazzi giovani, gli immigrati di seconda generazione, per creare un terreno comune. Il Prefetto di Padova ci ha promesso un aiuto, speriamo: in paese c’è stata poca attenzione finora. E hanno appena eletto un sindaco leghista, sarà dura cambiare le cose”.

DIPENDERÀ dalla gente. Dipenderà dai genitori di Abderramhann che aspettano un permesso di soggiorno per venire in Italia a difendere le ragioni del figlio. Dipenderà anche da tanti altri che hanno vissuto la stessa esperienza. Roberta Po-lese, giornalista del Corriere del Veneto, li ha incontrati: “Altro che bagno forzato per riprenderci dalla sbornia, i carabinieri ci buttano giù dal ponte e noi ci dobbiamo arrangiare” le ha spiegato Abele Abdelilah, invalido dopo aver prestato servizio in Iraq nell’operazione Desert Storm. “Sono uscito dai Caschi blu dell’Onu con il grado di maggiore e un braccio distrutto – dice Abele –, sono arrivato qui e non ho un lavoro. Bevo, sì, perché la mia vita fa schifo, ma non faccio del male a nessuno. Ad Abderraham è successo quello che è capitato a me due volte: i carabinieri ci trovano ubriachi, ci fanno salire in macchina ammanettati, e senza passare dalla caserma ci portano su quel ponte, ci insultano, ci tolgono le manette e ci buttano giù con un calcio. Non ci denunciano nemmeno”.

di Chiara Paolin, IFQ

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