La lotta degli ambulanti che infiamma la protesta cinese

Sempre più spesso nelle province gli abitanti scendono in piazza contro le vessazioni delle autorità.

Nella Nuovissima Cina, quella rampante ma che crea un solco sempre più ampio tra chi è ricco e chi non possiede niente, basta ormai poco per infiammare la scena sociale. Basta una voce che rapida si sparge, catalizzando migliaia di persone in direzione di una rabbia nuova e inusuale per il paese: alla notizia del maltrattamento da parte della polizia locale nei confronti di Wang Lianmei, una venditrice ambulante, incinta, nei pressi di un centro commerciale di una cittadina nella provincia meridionale del Guandong, è partita una protesta di migliaia di lavoratori migranti. Gente arrivata nelle ricche città del sud dal Sichuan, proprio come la ragazza maltrattata. Il marito della giovane ha anche rassicurato tutti, in tv, circa le buone condizioni di salute della moglie, ma ormai le contestazioni erano incontrollabili.    Le foto che arrivano dall’internet cinese vedono schierati in modo contrapposto, manifestanti e forze dell’ordine. Una rabbia diffusa che per la prima volta non si rivolge solo contro le autorità, ma anche contro i cittadini ricchi.

È QUESTO L’ELEMENTO DIROMPENTE    dei recenti scontri nel sud del paese: i migranti, braccia e spalle su cui si costruisce la prosperità cinese, hanno tentato di marciare verso la zona ricca della città con l’intento di distruggere tutto quanto si trovava davanti alla loro strada e alle loro intenzioni. È questo elemento classista, si sarebbe detto nella Cina di qualche decennio fa, la novità dei recenti incidenti di massa, shijian in cinese, che nel paese avvengono a migliaia ogni anno.    Si tratta di un cambiamento di obiettivi da parte di chi protesta, che solleva un piccolo velo su una nuova sensibilità da parte degli ultimi, i reietti del paese. Gli scontri del Guandong seguono di qualche giorno quelli di Lichuan in Hubei, Cina centrale: in quel caso le proteste erano nate dalla morte di Ran Jianxin, ex direttore dell’ufficio anti-corruzione locale. Ran sarebbe morto per le ferite ricevute in un pestaggio: non voleva cooperare nella campagna per le demolizioni e la requisizione forzata di terre. Anche in quel caso era toccato ai mezzi blindati disperdere l’ira della folla. Tra Hubei e Guandong sarebbero una cinquantina le persone arrestate, mentre le autorità assicurano indagini puntigliose sulla morte di Ran: troppo tardi.    I fatti arrivano in un periodo di tensione latente in Cina, dovuta al coagularsi di elementi come l’inflazione, l’aumento costante dei prezzi delle case, le angherie da parte dei funzionari locali, la corruzione e le attività di demolizione ed evacuazione di poveracci, che continuano senza sosta.

UN PAESE SEMPRE PIÙ DIVISO , da una parte i mega ricchi, dall’altra chi non ha potuto godere dei frutti del progresso economico. Una crisi di nervi della povera gente che il Partito aveva previsto, ma che ora deve controllare: non sono stati pochi i richiami negli ultimi tempi a necessarie manovre di controllo delle masse, da parte dei vertici del Partito. Ci sono stati arresti continui tra gli attivisti, ma i problemi si sono moltiplicati: proteste in Mongolia Interna, attentati di bombaroli solitari e ora il ruggito dei lavoratori migranti. Un viatico poco rasserenante per il Partito Comunista che rischia di vedere rovinato l’avvicinamento al 1° luglio, quando compierà 90 anni.

di Simone Pieranni, IFQ

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