San Pellegrino, di pubblico c’è solo un rubinetto

Delle storiche Terme non è rimasto più nulla. Ora è tutto dei privati

Il rubinetto che vedete sotto è ciò che resta delle prestigiose fonti di San Pellegrino Terme nel cuore della Val Brembana in provincia di Bergamo. Cosa ne sia stato di uno dei principali luoghi termali è nel fermo immagine di un immenso patrimonio architettonico abbandonato.    Un complesso di splendidi edifici in stile Liberty all’interno dei quali venivano fatte le cure idropiniche (assunzione delle acque minerali) e quelle inalatorie, fanghi, bagni, idromassaggi e massaggi. In questo comune considerato un tempo tappa obbligatoria del circuito termale del Paese, come Salsomaggiore oppure Fiuggi, oggi pesa la cappa grigia di grandi progetti di trasformazioni edilizie, varianti al Pgt e accordi di programma rimasti tali.

TANTO PER intenderci: un utilizzo di suolo più o meno di 35 mila metri quadrati di cui solo 2695 riguarderà però l’aspetto termalistico addirittura mille metri quadrati in meno rispetto alla situazione attuale.    Intanto, però, a San Pellegrino le terme non ci sono più.    La rinomata località considerata nel secolo scorso un simbolo dello stile e delle strutture delle città del benessere termale oggi, nella migliore delle ipotesi, potrebbe diventare un sito su cui costruire un centro commerciale, un parcheggio multipiano e appartamenti.    Tutto insomma sulle spalle della preziosa acqua che sgorga silenziosa e costante a 26 gradi dalle profondità del sottosuolo, incanalata e imbottigliata nel nuovo stabilimento della Sanpellegrino Spa (oggi gruppo Nestlé Waters) proprietaria, con Regio Decreto del 1933, delle antiche terme e detentrice della quasi totalità delle concessioni di acque minerali. Nel frattempo la società, cede a un privato (il gruppo Percassi di Bergamo) le storiche terme, il vecchio stabilimento di imbottigliamento, l’ex hotel Terme, l’ex stabilimento termale, ma soprattutto la concessione della sorgente acqua “Vita” utilizzata per i fanghi e gli idromassaggi. Pure il famoso rubinetto dal quale i cittadini attingevano l’acqua pubblica è stato modificato e affiancato, come si vede dall’immagine, da una seconda tubazione esterna.    Insomma la storia di San Pellegrino raccontata nella settimana del quesito referendario sembra davvero un triste presagio di come, nel paese dell’acqua, questo bene venga bistrattato e soprattutto gestito non tanto come bene pubblico, ma piuttosto e sempre più come ricchezza privata. Ma cosa resta oggi delle prestigiose terme?    Il Casinò inaugurato nel 1904 è un maestoso complesso architettonico in stile Liberty. All’interno , nel vestibolo, si innalzano otto colonne in marmo rosso di Verona che introducono al monumentale scalone. Le decorazioni interne, i mosaici, le balaustre e le porte furono curate dall’architetto Romolo Squadrelli. Questo edificio è stato casa da gioco solo fino al 1917.    Il Grand Hotel invece è un colosso di sette piani su un’area di oltre 2 mila metri quadrati costruito nel 1905; allora già provvisto di ascensori, luce elettrica, acqua potabile e telefono in tutte le trecento camere. Venne chiuso nel 1979.

INFINE lo stabilimento termale inattivo e ormai al centro di una battaglia a suon di interrogazioni, denunce e ricorsi al Tar presentati da un gruppo di cittadini di San Pellegrino riuniti in comitato per la tutela dei monumenti e delle bellezze naturali e ambientali del paese.    Tra i vari progetti, infatti, c’è anche la costruzione di una depandance (con annessa sala congressi) di oltre 2 mila metri quadrati all’interno del parco la riserva verde di 7 mila metri quadrati del Gran Hotel.    Nel 2006 prende forma il famoso accordo di programma, siglato un anno dopo, per il rilancio delle terme di San Pellegrino sottoscritto da regione Lombardia, Provincia di Bergamo, Comune di San Pellegrino e gruppo Per-cassi. La sintesi dei contenuti ci viene spiegata dall’ architetto Donatella Donati, oggi consigliere di minoranza, fra i fondatori del comitato. “Il casinò rimarrà del comune, ma la gestione passerà a Percassi per 30 anni. Stesso destino attende le future nuove terme mentre l’originario edificio delle terme, vincolato dalle belle arti, verrà svuotato per far spazio a un centro commerciale per il quale, naturalmente, è stata rilasciata regolare autorizzazione paesistica a gennaio 2011”. Il Grand Hotel, invece, dovrà essere recuperato come albergo di lusso di proprietà di Comune e Provincia ma gestito, manco a dirlo, sempre dallo stesso gruppo privato. Precisa poi l’architetto: “L’atto integrativo del 2010 poi riassume, amplia in alcune parti gli impegni dei sottoscrittori anche se al momento nulla ancora è stato realizzato a parte strade e fognature pagate dalla Regione”.    Insomma, mentre le date di conclusione dei lavori vengono procrastinate di anno in anno, San Pellegrino Terme è senza le terme da 5 anni.    Ricapitolando: a disposizione della collettività di San Pellegrino c’è il famoso rubinetto, uno stabilimento termale chiuso ma, in compenso, il progetto per un nuovo centro termale la cui apertura slitta di anno in anno ed è ora prevista per novembre 2013. La spesa complessiva si aggirerebbe intorno ai 16 milioni di euro di cui metà promessi da regione Lombardia e metà a carico dall’amministrazione comunale. Ma il punto secondo Walter Ghilardi – ex consigliere di minoranza – è che l’amministrazione comunale di San Pellegrino non ha più alcuna voce in capitolo sulla gestione dell’acqua.    “SE ANCHE volesse riaprire le terme non potrebbe farlo perché tutto è transitato direttamente dalla società Sanpellegrino al gruppo Percassi”. Senza contare che oltre all’incognita sulla effettiva riapertura delle terme nessuno sembra preoccuparsi delle ripercussioni sull’intera economia del paese. Ma Ghilardi parla che di un ulteriore paradosso: “Se oggi il Comune decidesse di realizzare il centro termale, magari in una sua proprietà (per esempio nel Grand Hotel) e usufruendo dei fondi promessi dalla Regione, che acqua potrebbe impiegare? Quella dell’acquedotto comunale?”.    Attenzione, perché se non passa il referendum, potrebbe dover pagare anche quella.

di Elisabetta Reguitt, IFQ

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