A un passo dalla fine di una lunga stazione, è venuto il tempo d’interrogarsi su quale sarà l’Italia del dopo Berlusconi. Non tanto sul piano delle ipotesi e degli scenari politici, i governi Tremonti o Maroni, le larghe intese, le elezioni anticipate, quanto laddove il berlusconismo ha colpito più nel profondo, ovvero la cultura diffusa del Paese. Il berlusconismo è stato per quasi vent’anni una risposta culturale, prima che politica, al bisogno di un’intera nazione di sfuggire ai dilemmi del presente. È stata la fissazione ad un paesaggio degli anni Ottanta, l’infantilizzazione  prima e la regressione totale poi di una società che ha smarrito verso la metà degli anni Ottanta la speranza di un futuro migliore.

L’illusione che tutti i problemi complessi della modernità, dalla mondializzazione dell’economia alla concorrenza dei mercati emergenti, dalla riconversione post industriale all’immigrazione, potessero essere risolti a colpi di slogan e miracoli, ricondotti a vecchie categorie di visione del mondo come il comunismo e l’anticomunismo. Questa restaurazione è dilagata, in assenza di un vero progetto alternativo e moderno di sinistra, ha finito per conquistare tutti i territori. Non solo la politica, ma la comunicazione, il costume, i modelli culturali e la vita quotidiana.

Il modo per esempio di considerare la figura della donna, con un salto all’indietro di quaranta o cinquant’anni, a molto prima dei movimenti femministi. La maniera di gestire o meglio di ignorare del tutto il problema del ricambio generazionale, costringendo i giovani italiani a una condizione unica in Europa e nell’Occidente democratico di eterna infanzia, perenne precarietà. Il ritorno alla fanciullezza di un Paese troppo invecchiato è stata la chiave del berslusconismo, ben rappresentata dall’immagine che vediamo ogni sera sulle nostre televisioni. Lo spettacolo di anziani signori che litigano, urlano e ripetono come filastrocche le stesse cose, come appunti in una classe d’asilo gestita da un supplente distratto. Non serve allora invitare a moderare i toni. Piuttosto un esempio volto a maturare i toni, a confrontarsi da persone adulte.

A questo infantilismo da bambini capricciosi e anarcoidi si è piegata tutta la cultura, anche quell’opposizione che continua a sfornare antidoti bambineschi alla malattia, non solo attraverso i casi eclatanti di Di Pietro e Grillo. Nel regno dei Pinocchi mai cresciuti è normale che vinca il più bravo a raccontare bugie. Uscire da questo incantesimo alimentato per vent’anni, in assenza si spera di eventi catastrofici, sarà molto più difficile che liberarsi di Berlusconi.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

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