Ministeriale un par di palle

Che cos’è il reato ministeriale? La legge e la Costituzione parlano chiaro: è il reato commesso da un membro del governo nell’esercizio delle sue funzioni. Ma, da quando c’è B., il concetto s’è allargato a tutti i reati commessi dai membri del governo, punto. Il perché è noto: il reato ministeriale è competenza del Tribunale dei ministri, che può processarne l’autore solo se autorizzato dal Parlamento (cioè mai). Da qualche anno le Camere abusano del proprio potere e si arrogano il diritto di decidere al posto dei giudici se un reato è ministeriale o meno. L’hanno fatto per salvare Matteoli dal processo a Livorno per favoreggiamento all’ex prefetto (l’avrebbe avvertito delle intercettazioni a suo carico); per salvare Mastella dal processo a Napoli per concussione, corruzione e altri reati; per salvare Castelli dall’accusa di aver diffamato Diliberto accusandolo in tv di “mandare la gente in giro a sprangare”; e infine per salvare B. dal processo dinanzi al Tribunale di Milano che si permette di processarlo per concussione alla Questura di Milano (la famosa telefonata per Ruby nipote di Mubarak). Ora la Cassazione, V sezione penale, con un’ordinanza depositata il 13 maggio sul caso Castelli-Diliberto, ribadisce che, per far scattare il reato ministeriale, non basta che l’autore sia un ministro (o il premier): “Costituisce orientamento consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, tanto da costituire diritto vivente, quello secondo cui… gli elementi che caratterizzano la categoria dei ‘reati ministeriali’ sono la particolare configurazione giuridica soggettiva dell’autore del reato… e il rapporto di connessione fra la condotta integratrice dell’illecito e le funzioni esercitate dal ministro, rapporto che sussiste tutte le volte in cui l’atto o la condotta siano comunque riferibili alla competenza funzionale del soggetto… Quindi sono esclusi quei reati in cui sia ravvisabile un mero rapporto di occasionalità tra la condotta illecita del ministro e l’esercizio delle funzioni… Solo il rapporto oggettivo e strumentale con l’esercizio delle funzioni può essere il criterio utilizzabile per delimitar la categoria dei reati ministeriali”. Sul caso di Castelli, che nel 2004, da ministro della Giustizia, insultò Diliberto, il Tribunale di Roma ha commesso una “violazione di legge” assolvendolo nel 2008 dai reati di ingiurie e diffamazione perché “non punibile trattandosi di opinioni espresse per il perseguimento di un interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”. Dare del picchiatore a un collega non rientra fra “le funzioni proprie del ministro”. Queste “possono ben consistere nella illustrazione e nella difesa, in una trasmissione televisiva, di una legge e della linea politica che con essa si intende esprimere, restano però estranee a tematiche coinvolgenti contestazioni personali o attacchi a comportamenti che nulla hanno a che vedere con lo svolgimento dell’incarico ministeriale”. Ma ha violato la legge e la Costituzione anche il Senato quando, nel 2009, ha dichiarato “improcedibile” il reato di Castelli “in assenza dei presupposti previsti dall’art. 96 della Costituzione per l’esercizio di tale prerogativa”: “Non spetta all’Organo parlamentare la valutazione in ordine alla natura ministeriale del reato, rimessa invece in modo esclusivo all’Autorità giudiziaria”. Dunque la Cassazione solleva conflitto di attribuzioni contro il Senato dinanzi alla Consulta, perché questa affermi che “il Senato non aveva il potere di negare l’autorizzazione a procedere” contro Castelli e, negandola, ha assunto una decisione “illegittima” che “invade le attribuzioni del potere giudiziario”. Insomma Castelli dev’essere processato per aver ingiuriato e diffamato Diliberto: reati comuni e non ministeriali. Ora, secondo voi, come prenderà l’ordinanza chi sostiene che B. fece rilasciare dalla Questura un’amica minorenne fermata per furto nell’esercizio delle sue alte funzioni di presidente del Consiglio? E, soprattutto, dove la prenderà?

di Marco Travaglio, IFQ

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