Se la lingua dei politici fa rimpiangere il vecchio poltichese

Il disgusto per il livello di decadimento della lingua dei politici è tale che ormai a risentire in un vecchio filmato le famose “convergenze parallele” di Aldo Moro si prova un moto di sollievo, quasi simpatia. Ha anche ragione Giorgio Bocca, che l’ha scritto tempo fa trattando della rissa scatenata da Letizia Moratti contro Giuliano Pisapia: ormai non esiste un politico di nessun livello, ministro o assessore, che riesca a esprimersi in un italiano non diciamo corretto, ma almeno decente.

L’uso della lingua in politica è segno sicuro per capire la salute democratica di un Paese. L’italiano della prima parte della Costituzione è una lingua soda, limpida, popolare eppure alta. I tentativi di riscrivere la Costituzione degli ultimi anni sono invece arzigogolati, burocratesi, a volte semplicemente analfabeti. I discorsi di De Gaspari, Togliatti, Nenni erano discorsi di uomini colti, in qualche caso con il vezzo della citazione erudita, ma quasi sempre chiari e diretti. Il ricorso alla propaganda più becera, agli slogan offensivi, era tutt’altro che disdegnato, am tutto sommato marginale rispetto al dibattito nazionale.

Il politichese del declino repubblicano indicava già una perdita di senso, un imbastardirsi progressivo della democrazia nella pura tutela d’interessi di parte da nascondere con un meta linguaggio per addetti ai lavori.

Con la caduta della Prima repubblica, il giusto rifiuto del politichese è però precipitato subito in una  lingua populista da osteria. Una finta democratizzazione. In realtà la sostituzione di una maschera raffinata, il politichese, con una assai più grossolana, il populismo. Sempre per tutelare inconfessabili interessi di pochi, pochissimi e soprattutto di uno. Il maggiore successo del berlusconismo è stato d’imporre questa lingua povera, fatta di slogan e luoghi comuni ripetuti all’ossessione, anche agli avversari.

I talk show sono diventati il pollaio che conosciamo, dove ormai è impossibile imbattersi in un barlume d’intelligenza, di complessità, fosse pure l’uso corretto del congiuntivo. In questo ormai non c’è troppa distanza fra i cortigiani del berlusconismo e gli oppositori. Bersani mima un linguaggio popolare fatto di proverbi e “buonsensismo”, che risulta alla lunga stucchevole e quasi caricaturale. Per non parlare di Di Pietro o di Beppe Grillo. Tutti urlano a squarciagola frasi fatte, per sovrapporsi ad altre frasi fatte. Le cronache ci rivelano personaggi come Scilipoti, che è laureato in Medicina eppure para un italiano da ripetente delle elementari. Perché stupirsi se uno che parlar così, poi agisce in quel modo?

di Curzio Maltese, Il Venerdì

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