Gli assassini e il cavaliere

Quante volte le stesse parole tornano negli appunti di un cronista: cambiano gli anni e i protagonisti, ma il lamento no. Si irrobustisce, imbarbarisce. Chissà cos’ha pensato il professor Veronesi quando il primo ministro gli ha strappato il bisturi per estirpare il cancro dei magistrati dal Palazzo di Giustizia di Milano. Tempo fa ho incontrato sette ergastolani nel viaggio da Firenze a Barcellona, Sicilia. Mani “sporche di sangue” (qualcuno scriveva così), eppure quando rispondevano al curioso di passaggio, sembravano diversi da come li avevo immaginati. Sussurravano il dolore disarmati “dall’errore giudiziario”. Nel silenzio delle Murate di Firenze, Rina Fort racconta gli anni della persecuzione: giudici istruttori e pubblici ministeri “si passano parola da un processo all’altro e senza prove inventano l’orribile colpa che trascina la mia esistenza in questo inferno. Perché tutti contro di me?”. Compostezza di una vecchia signora che non si rassegna all’errore. Oggi i ragazzi non sanno chi era Rina Fort: ha ucciso la moglie dell’amante e i suoi tre bambini nella Milano che Dino Buzzati attraversava come un noir. Il piccolo aveva 10 mesi. Con la mano destra lo finisce come uno straccio. Mentre parla mi accorgo di una fascia che copre la mano dell’orrore. Segue lo sguardo, la voce indurisce: “Artrite. Non immagini altre cose. Come potrei essere tranquilla se avessi commesso una strage così?”. Andava ai processi avvolta in una sciarpa gialla che le copriva la bocca. Bella e perversa nell’Italia del dopoguerra, rotocalchi e Tv ancora lontani. E le ragazze arrivavano a scuola con le labbra nascoste dal giallo dell’eroina malvagia. “Mi hanno condannato per la fretta di andare in vacanza… Testimoni inconsistenti… Prove stravolte per confermare teoremi che sono un delirio… Ero sindaco del mio paese e ho perduto l’onore: “Da Pianosa a Porto Longone, la stessa indignazione accompagna il desiderio dell’innocenza perduta, autoredenzione della quale si convincevano in una solitudine che fa impazzire la memoria. Anche chi non è mai solo trova conveniente rifugiarsi nell’onestà immaginaria. Passano gli anni, cambiano le storie eppure le parole restano le stesse. Maggio ’81, al Corriere della Sera (direzione P2) arriva un comunicato del ricercatissimo Licio Gelli, maestro dalla venerabile potenza, vagabondo tra Argentina e Uraguay, mentre i giudici vogliono parlargli in Italia. Non si fida di Giuliano Turone e Gherardo Colombo perché “le vicende che mi riguardano sono talmente paradossali, così gratuite e manifestatamente infondate, da scoraggiare la volontà di presentarmi ai magistrati. Clima di caccia alle streghe. Temo per la mia incolumità. Non hanno in mano né un documento, né un giuramento, né un testamento spirituale che provino l’affiliazione alla P2 di persone alle quali mi sono accostato per occasionale conoscenza. Eccomi perseguitato dalla casta delle toghe”. Gelli scappa appena lo scandalo scoppia nei giornali e nelle poche Tv libere dalle mani della loggia. E chi informa i lettori, suscita reazioni opposte: indignazione verso i protagonisti dell’infamia o incredulità rabbiosa da scaricare su giornalisti e magistrati. Il tempo passa ed è noioso (e scoraggiante) riascoltare gli stessi discorsi e gli stessi evviva appena il Cavaliere del predellino benedice la folla davanti al Palazzo di Giustizia, dove gli ignobili inquirenti aprono il libro delle accuse “paradossali, gratuite, infondate”. Toghe che all’improvviso diventano rosse, quindi, da indicare al pubblico ludibrio per scaldare le anime di fideisti talmente fragili da non sopportare una vita normale. Ecco che sette ergastolani, il venerabile P2 e il Cavaliere, si aggrappano alla stessa bugia. Ma i soldi e le stravaganze della nuova politica fanno la differenza.

di Maurizio Chieric, IFQ

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