La denuncia viene da chi di soccorsi umanitari se ne intende: Medici senza frontiere, l’organizzazione umanitaria da decenni in prima linea su fronti di guerra, catastrofi ed emergenze umanitarie in ogni parte del mondo. In una lettera aperta indirizzata alle autorità italiane, Msf chiede ufficialmente che vengano migliorate le condizioni per i migranti, i rifugiati, i richiedenti asilo che da dicembre approdano sulle coste italiane, in massima parte a Lampedusa, in fuga dagli scontri e dalle violenze che infiammano il Nordafrica. “Le condizioni in cui vengono accolti i rifugiati e i migranti sono inadeguate e non rispettano gli standard minimi di accoglienza stabiliti per le persone vulnerabili che si trovano ad affrontare nuove situazioni di incertezza e sofferenza” è scritto nel documento di Msf. Tra il 14 febbraio e il 21 aprile 2011 Msf è stata presente con sue équipe a Lampedusa, dove ha effettuato 765 visite per migranti e rifugiati fornendo loro 4.500 kit igienici e di beni di prima necessità. Ma, come è scritto nella lettera al governo italiano, “i migranti arrivati a Lampedusa hanno dei bisogni che vanno oltre l’assistenza medica e la distribuzione di generi di prima necessità. Ed è responsabilità dello Stato italiano assicurare delle condizioni di accoglienza adeguate, fornire informazioni nonché l’accesso a procedure legali e di protezione”. La direttiva del Consiglio europeo stabilisce norme minime relative all’accoglienza dei richiedenti asilo (2003/9/Ce) e afferma esplicitamente che “l’accoglienza di gruppi aventi particolari esigenze dovrebbe essere configurata specificamente per rispondere a tali esigenze”. I richiedenti asilo necessitano di un trattamento prioritario. “Molti sono stati vittime dirette delle violenze e della guerra in Nord Africa oppure ne sono stati testimoni diretti. Alcune persone ci hanno raccontato di essere state vittime di abusi sessuali e di torture, nel Paese di origine o negli altri Paesi nei quali erano fuggite per sopravvivere e cercare rifugio. Dal giorno in cui hanno lasciato il loro Paese all’arrivo in Italia, molte di queste persone hanno vissuto privazioni e sofferenze estreme”.

LO CONFERMANO le numerose testimonianze raccolte da Msf: “Ho cercato per due volte di venire in Italia. La prima nell’agosto 2009: la nostra barca era già al largo quando una nave libica ci ha riportati indietro. Per questa ragione sono stato quasi un mese in un carcere vicino l’aeroporto di Tripoli. Le condizioni erano durissime. Eravamo 65 persone in una stanza rettangolare di 5 metri per 8. Ci davano tre pasti al giorno, a base di tè, riso e pane. Non ci davano acqua e così eravamo costretti a bere nei due bagni, utilizzati da 65 persone”, ha raccontato un ventenne somalo intervistato nel centro di Pian Del Lago (Caltanissetta). “Ho trascorso 8 mesi nel centro di detenzione di Zliten (Libia). Ci hanno rinchiuso in una stanza senza finestre. È stato orribile. Eravamo 13 donne in una stanza. Lì dormivamo, andavamo al bagno, prendevamo l’acqua, facevamo il bucato e stendevamo i panni. Noi stavamo sdraiate per terra e le guardie ci picchiavano con dei bastoni di plastica”, è la testimonianza di un’eritrea di 22 anni, rinchiusa nel centro di Mineo (Catania). Ma anche una volta scampati a quell’orrore e giunti in Italia, i rifugiati non hanno avuto vita facile. Molte donne sole hanno raccontato a MSF che nei centri di accoglienza non c’è una vera e propria separazione dagli uomini e che temevano quindi di essere abusate, nonostante la massiccia presenza delle forze di polizia. “Non possiamo mai rilassarci, abbiamo paura degli uomini che entrano nella nostra stanza. Non ci cambiamo i vestiti; non osiamo spogliarci perché gli uomini sono qui fuori e ci guardano attraverso le finestre”, è il racconto di una trentacinquenne tunisina del suo passaggio dal centro di Lampedusa. Msf ha anche visto bambini e minori non accompagnati tenuti in centri chiusi a Lampedusa , per la mancanza di strutture adatte a ospitarli. La conclusione del documento è lapidaria: “Dal gennaio 2011 a oggi sono sbarcate nel sud dell’Italia 27.000 persone, e indubbiamente nei prossimi mesi se ne aggiungeranno altre, in fuga dal Nord Africa per sottrarsi alla violenza. È ora che l’Italia si assuma le proprie responsabilità”.

di Valeria Gandus, IFQ

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