Rondolindo

Siccome in Italia il primo che passa diventa esperto di tutto, non bastando Belpietro e Sallusti, è arrivato pure Fabrizio Rondolino. Già inviato dell’Unità al seguito di D’Alema, portavoce del radioso governo D’Alema-Cossiga-Mastella del ‘99 (quello delle bombe in Serbia e dell’affare Telecom), autore del Grande Fratello e de La pupa e il secchione (Mediaset), rubrichista di Panorama, ora finalmente approdato al Giornale di Olindo, il Rondolino ci illumina sull’house organ berlusconiano col suo autorevole parere sulla deposizione di Brusca al processo per le stragi del ‘93: “Una classe dirigente che abbia rispetto di sé non può neppure immaginare di prendere in considerazione le chiacchiere e le opinioni di un signore che era chiamato ‘lo scannacristiani’ e ‘il porco’, è stato condannato per un centinaio di omicidi, ha strangolato e sciolto nell’acido il piccolo Di Matteo, ha attivato il radiocomando di Capaci”. Anche perché, argomenta l’acuto neofita della mafiologia, Brusca parla a orologeria “a un mese dalle elezioni amministrative”. L’esperto di nonsisache ignora che Brusca disse praticamente le stesse cose al pm fiorentino Chelazzi nel giugno 2001, dieci anni prima delle elezioni comunali che tanto angustiano Rondolindo. E quelli che lui chiama “particolari da commedia all’italiana” sono fatti documentati da anni e in gran parte già raccontati da decine di collaboratori e testimoni: Cosa Nostra trattò con lo Stato sotto i governi Amato e Ciampi, poi da fine ‘93 si rivolse a due vecchi amici che entravano in politica: Dell’Utri e B. Non è vero che, come scrive Rondolindo, “nel settembre ‘93 B. doveva ancora fondare Forza Italia e non l’aveva detto neppure a Confalonieri”, né che, come dice B., “all’epoca politicamente non esistevamo”, dunque Brusca mentirebbe quando racconta che nell’autunno ‘93 Cosa Nostra spedì Mangano a Milano a parlare con Dell’Utri. Nell’agenda di Dell’Utri sono annotati due appuntamenti a Milano con Mangano nel novembre ‘93. Dell’Utri commissionò al consulente Ezio Cartotto i primi studi sul partito Fininvest nel maggio-giugno ‘92, dopo Capaci e prima di via D’Amelio (tempistica perfettamente compatibile con quella indicata da Brusca, quando ricorda che Riina gli confidò che dopo Capaci si erano “fatti sotto” prima Ciancimino, che faceva da tramite col Ros, e poi Dell’Utri). E il marchio Forza Italia fu depositato dal notaio nell’estate ‘93, dopo varie riunioni ad Arcore cui partecipò pure Confalonieri. Il fatto poi che Brusca sia stato condannato per vari omicidi, compreso quello del piccolo Di Matteo, e fosse apostrofato con soprannomi truculenti non può di per sé sminuire l’attendibilità del suo racconto, né tantomeno smentirlo, anzi. Intanto, se sappiamo che commise quei delitti, è perché li ha confessati lui assieme ad altri pentiti come lui. E poi un pentito, più delitti ha commesso, più cose ha da raccontare. A meno che non si ritenga che il pentito buono è quello muto, perché non ha fatto nulla, dunque non ha nulla di cui pentirsi né da raccontare. Ma Rondolindo fa di più: scrive che “sia B. sia Mancino hanno seccamente smentito” Brusca, dunque Brusca mente: se fosse così semplice, non si processerebbe mai nessuno. Poi aggiunge che, siccome Brusca accusa Mancino e Dell’Utri, “B. non è il mandante occulto delle stragi (e chissà come ci sarà rimasto male Travaglio)”. Spiacenti di deluderlo, ma noi non abbiamo mai detto che B. sia il mandante delle stragi, né che sia un mafioso. Abbiamo “solo” ricordato quel che dicono le sentenze che Rondolindo ignora: B. ha avuto a lungo rapporti con la mafia, l’ha finanziata per trent’anni, ne è stato (e forse ne è ancora) ricattato e nel ‘94 la sua discesa in campo gettò Cosa Nostra in un tale sconforto da indurla a interrompere di botto le stragi. Il resto lo stabiliranno i giudici, ben consci del fatto che Brusca va riscontrato, ma è un testimone oculare di quei fatti, mentre Rondolino non sa nemmeno che giorno è.

di Marco Travaglio, IFQ

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