Perché, facendo la spesa, senza saperlo paghiamo le mafie

C’è un «convitato di pietra», imprevisto e criminale, seduto ogni giorno alla tavola di molte famiglie italiane. Si chiama, di volta in volta, mafia, camorra ndrangbeta e Sacra corona unita. Può nascondersi dietro un pomodoro pachino o un’arancia, una mozzarella campana o un branzino, una patata o un cesto di lattuga, persino dietro il pane e la pizza. Rappresenta uno dei grandi misteri dell’illegalità italiana e incassa una cifra astronomica: almeno cinquanta miliardi di euro ogni anno. Un mistero criminale della «cucina italiana» che spesso, senza che ce ne rendiamo conto, aleggia sui nostri pranzi e le nostre cene. Cinquanta miliardi di euro, dunque quasi un terzo dell’intero fatturato annuo della criminalità organizzata italiana (stimato in 164 miliardi), sono il frutto dell’immenso giro d’affari delle cosche sui prodotti agricoli. Seguiti dalla terra sino alla tavola, gonfiandone i prezzi e lucrando su ogni passaggio. Un esempio: «Un’anguria appena raccolta vale 10 centesimi; nei supermercati almeno 12 volte in più: 1,20 euro» dice Antonio Pergolizzi, dell’Osservatorio di Legambiente, che il 15 febbraio scorso ha denunciato la gravità del fenomeno dell’infiltrazione della mafia nel settore agroalimentare davanti alla Commissione agricoltura della Camera. Un secondo esempio: il pomodoro Pachino che, partito dalla Sicilia, arriva in Campania dove è ripulito, confezionato e rimandato al mercato di Vittoria (Ragusa) per essere, infine, distribuito in tutta Italia. Con l’immaginabile lievitazione del prezzo. cinquanta miliardi di fatturato la dicono lunga, oltre che sul controllo criminale di molte produzioni nelle regioni del Sud in mano alle mafie, anche sull’importanza di questo «settore» per il «capitalismo illegale» italiano: una voce strategica, accanto ai proventi del traffico di droga, del pizzo sugli appalti e sul commercio, e dell’usura. In realtà, il giro d’affari «alimentare» sfiora addirittura i 70 miliardi, calcolando altri prodotti imposti ….Proprio da Napoli, però, è partita l’offensiva giudiziaria più pesante contro le mafie che alterano prezzi e prodotti. Federico Cafiero De Raho, procuratore aggiunto, e il suo collega Franco Roberti (oggi a Salerno) hanno delineato uno scenario gravissimo. Il grosso dei mercati è controllato da Cosa Nostra, mentre i Casalesi gestiscono i trasporti su gomma.

Le conferme giungono anche dai palazzi della politica. Paolo Russo (Pdl), presidente della Commissione agricoltura, spiega: “Dopo la rivolta del 2010 a Rosario, in Calabria, abbiamo aperto un’inchiesta conoscitiva: emergono fatti gravissimi un po’ dappertutto”. Così come sono scioccanti le testimonianze raccolte da chi prova a scavare nella realtà. Basta andare in molti mercati del Centro e del Sud, da Vittoria a Fondi (Latina). Tra sospiri e bestemmie, ecco sempre la stessa, rassegnata risposta: “Produce più danaro la mafia che la terra.”. Le minacce e le armi puntate alla tempia rendono più di trattori e fatica contadina. “C’è un’attività parassitaria di intermediazione che allunga la filiera dell’agricoltura al consumatore. Più lunga è, più si gonfiano i prezzi. Bisogna elevare i controlli e tutelare l’agricoltura, cos’ si toglie spazio alle mafie” è la tesi di Russo. Prova già a toglierglielo Libera, l’associazione antimafia fondata da Don Luigi Ciotti. A Roma e Bologna, nelle piazze, ha regalato i finocchi prodotti nelle terre confiscate al clan Arena in Caparbia, tra Isola Capo Rizzato e Crotone. “Le mafie speculano sui prodotti di prima necessità” dice Ciotti, “scadenti, adulterati e avvelenati. E intanto investono anche nella ristorazione in Italia i clan controllano 5 mila locali”.

Il segreto sulla filiera dell’”agricoltura mafiosa”, però, comincia a mostrare le prime smagliature. “La sorpresa e scoprire i nomi dei grandi capi” spiegano i magistrati napoletani. “Mafia, camorra e ‘ndrangheta tornano alle loro origini, quelle rurali: in realtà, non le hanno mai abbandonate”. Una vocazione antica aggiornata alla modernità. Come, per esempio, la gestione dei trasporti su gomma dominata dai  casalesi. Le intercettazioni sul telefonino di Costantino Pagano, titolare della itta di trasporti La Paganese, hanno rivelato accordi tra i grandi boss delle diverse mafie, in una spartizione mai immaginata prima. Era il clan Schiamone a controllare ovunque il trasporto, attraverso La Paganese e 200 piccoli proprietari di Tir: arruolati, inglobati e seguiti passo passo. Un viaggio tra Campania e Sicilia costava 65 euro a bancale e un Tir può trasportarne sino a 30.

“Si pagano gli spazi”. L’insalata  è preferita alle patate perché pesa meno. Le fragole rendono di più: sono pregiate, e si deve remunerare anche la celerità del trasporto” ha rivelato uno dei due pentiti, Felice Graziani, boss di Quindici. Procurava alla Paganese carichi di fragole e castagne.

Seguendo Costantino Pagano nei suoi giri per l’Italia, spuntano i fratelli Antonio e Massimo Sfrega di Trapani, considerati referenti dei clan Riina e Provenzano a Palermo, ma anche del superboss Matteo Messina Denaro, latitante da 17 anni, oggi primo nella lista dei ricercati, il “capo dei capi”. Siamo nella Sicilia occidentale, dove il superboss sono attribuite due holding: una con i colletti bianche, l’altra tra campagne  e mercati. Un settore senza rischi rispetto a quelli tradizionali delle mafie. “Nessuno denuncia, subiscono tutti in silenzio”.

A Vittoria un produttore disperato confida: “Al mercato c’è una doppia attività che ci umilia. Gli intermediari sono anche i commercianti all’ingorsso: un conflitto di interessi. Chi dovrebbe spuntare il prezzo più alto, invece fa di tutto per abbassarlo. Non vendono mai il prodotto davanti a me: aspettano sempre che mi allontani. Risultato: produttori strangolati e consumatori danneggiati”.

Nella provincia di Trapani, dominata da Messina Denaro, sarebbe imposta una “tassa” di 50 euro a Tir.

L’inchiesta sulla Paganese è stata favorita da un coincidenza: l’ex dirigente del commissariato di Ofndi, Alessandro Tocco, è poi diventato responsabile di una struttura, sul modello dell’Fbi, allestita a Casal di Principe. Tocco conosceva bene i Casalesi e il mercato di Fondi, uno dei più grandi d’Europa e il primo in Italia per infiltrazioni criminali.

Ma ogni contrada delle mafie nel settore alimentare. Secondo la Cia (Confederazione italiana agricoltura) è una affare  illegale persino l’emergenza idrica di Enna, di Caltanissetta e di Agrigento. La mafia è proprietaria di pozzi abusivi, collegati con il dissalatore di Gela. Porta acqua con le sue autobotti agli agricoltori: chi non paga resta a secco. A Licata uno di loro provò a resistere: l’indomani trovò all’ingresso un certello: “Vendesi”. Si adeguò subito.

Il rapporto  Ecomafiq  2008 individua 28 clan cn interessi nell’agricoltura, sui 258 censiti. Segnala 25.776 “ecoreati”, 761 al giorno, uno ogni tre ore in Italia. Non solo tangenti e pizzo, ma tanti altri modi per accumulare denaro “sporco”. In Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania e Basso Lazio “gli agricoltori sono tormentati”. Molti si confidano con don Ciotti e narrano estorsioni, mediatori imposti, controllo di prezzi e mercati, spese obbligate di facchinaggio, furti di animali per le macellazioni clandestine, furti di attrezzature agricole e trattori. Con un danno di 4,5 miliardi di euro all’anno. I macchinari sono smontati e rivenduti. E nulla sfugge. La mafia indica persino le falegnameria: dove acquistare le cassette per frutta e ortaggi, dove segarle per il riciclo.

Ed ecco altri dettagli significativi che emergono dalle inchieste napoletane. I fratelli Sfrega portano gli inquirenti a scoprire tentativi di agganciare anche una parte della grande distribuzione. Il funzionario della Dia Francesco Putortì insegue di Sfrega tra Sicilia e Lazio. Massimo Tiozzo, comproprietario di Ortosole. È lui che lo introduce negli ambienti di Carrefour e poi di Gs. Gli sfrega, arrestati di nuovo due settimane fa, erano sempre più lanciati. Le intercettazioni svelanto una ricerca frenetica di contatti: “Devo passare per Anagni alla Metro…Devo andare a Milano per parlare con chi fa tutto per Gs…Avevo appuntamento alla Conad a Civitavecchia…” Massimo Sfrega inciampa sui verbi (“Abbiamo diventato amici in poco tempo…”), ma è pragamatico. “IL nostro prodotto interessa, è un grande vantaggio…Sisa, Metro, Esselunga…”. I due fratelli sono anche i “re” dell’anguria. “Ho l’80 per cento della produzione, se compro l’altro 20 e fermo tutto per due tre giorni, triplico il prezzo” avverte Massimo, parlando però con sussiego. Vossia. Coscienza. Cosa Nostra non conosce la grammatica, ma la forma sì.

Fondi è un crocevia dei traffici. Dominavano i calabresi un tempo, ma ora è tutto in mano ai casalesi. L’importatore Roberto Basso è il leader di questo mercato: da cinque generazioni la sua famiglia fa arrivare primizie dall’estero. La prima volta che gli inquirenti lo sentono come lo sentono come teste, giura: “La mafia non c’è più. Qui nessuna minaccia. Se fanno la voce grossa per telefono, è solo mancanza di educazione”. Ma poi ammetterà di aver paura: “Ho un incubo ogni volta che arriva un camion. Vuoi vedere che in una cassetta trovo un mitra o la cocaina?”. Succede spesso? “Si sa che con i camion portano anche armi e droga”. Neanche questo può negare, l’importante di banane e ananas dall’Ecuador e del Sengal che non vede la mafia. E neppure l’usura: “Serve alle ditte che non ce la fanno più”. E nel prezzo che paghiamo al “convinto criminale” delle nostre tavole, c’è anche quella.

di Antonio Corbo, Il Venerdì

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