Fascisti, ma non troppo, ecco i cinque camerati che volevano sdoganare il duce

Il fascismo non si sente molto bene e, a darne solenne testimonianza, cu ha oensato nei giorni scorsi l’onorevole Domenico Scilipoti, detto anche Nino. Non perché sia il diminutivo di Domenico, ma perché ad ascoltarlo in diretta alla Camera sembra il Nino Frassica di Indietro Tutta, quello del Senza infanzia e senza lode.

Persino il pioniere dei Responsabili che hanno salvato Berlusconi ha inserito nel proclama del suo movimento brani prelevati di peso dal Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile del 1925. Il che non vuol dire che Scilipoti e i suoi siano fascisti. Ma che i resti del Ventennio siano diventato materiale da bancarella, quello sì.

Quanti fascisti ci sono in Parlamento? Uno dovrebbe pensare che ce ne sono almeno cinque certificati, ovvero i cinque senatori (Cristiano De Eccher, Achille Totano, Francesco Bevilacqua, Giorgio Bornacin, tutti Pdl) che il 29 marco hanno presentato una proposta di modifica costituzionale per eliminare la disposizione transitoria che vieta la  ricostituzione del partito fascista (Pnf).

E invece no. “Ma quale fascista, andiamo. Sono nato dopo il fascismo, sono tra i pochi di destra candido come un giglio, mai nemmeno un avviso di garanzia per rissa o roba del genere”, si ribella il senatore Francesco Bevilacqua. “Ma una norma transitoria è transitoria e dopo 60 anni direi che più che transitoria è andata a male. A parte il folclore, i fascisti veri, almeno in Parlamento, sono estinti”. Quando si parla di folclore fascista  in Parlamento in realtà si parla di un paio di persone, il senatore Giuseppe Ciarrapico, anziano praticante di un originale culto mussolinian-andreottiano fatto di busti del duce e altarini democristiani con qualche occasionale condimento antisemita (“I figiani hanno già ordinato le kippah? Chi ha tradito una volta tradisce sempre”, ruggì nel settembre scorso), e della deputata Alessandra Mussolini che, per ovvi motivi, evoca il braccio teso del saluto romano. Ma nemmeno con la Mussolini, se togliamo di mezzo il nonno, si ottiene soddisfazione. Lei (non parlo di queste cose, ne parla la storia”, butta lì gravemente) ha esordito in politica nei primi anni ’90 abbandonando la carriera di attrice, e nel suo pedigree mancano la militanza nel vecchio Msi, insomma il ghetto nero, le botte e le cantine.

Il fascista dichiarato risulta non pervenuto. Un’assenza che però ha prodotto alcune sottocategorie i cui connotati vanno cercati in qualche avventurosa biografia. Cristiano De Eccher, il promotore della contestata proposta di legge, si può collocare nella casella dei fascisti misteriosi. Per lui parla il curriculum. Oggi ha 61 anni, ma a 23, a Trento, era responsabile di Avanguardia Nazionale. Di lui, il giudice Guido Salvini, uno dei magistrati che ha scavato nella strage di piazza Fontana, ha scritto: “Per nulla secondario, è riuscito sempre a tenersi ai margini delle indagini. Il suo ruolo non è stato ancora messo in luce”. Fu sospettato di aver custodito i timer usati per la bomba della strage. Del ramo contabilità storica fa invece parte il senatore Andrea Augello, un cursus honorum classico (Fronte della Gioventù, Msi, sindacato Ugl, poi Alleanza Nazionale e infine Pdl), vicino al sindaco di Roma Gianni Alemanno. Ad Augello, 50 anni, l’idea di abolire il divieto di ricostituzione del partito fascista non fa né caldo né freddo. “Il fascismo è finito nel ’45. Negli anni ’70 se non eri di sinistra ti chiamavano fascista. E se a 14 anni subisci violenze verbali e fisiche non ti tiri indietro. Poi capisci però che così non si va avanti e allora cambi. Ma rimane aperta una contabilità storica ancora non risolta”. Secondo Augello insomma ci vogliono ancora un po’ di puntini sulle <i>. C’è ancora strada da fare sulla scia delle revisioni storiche. Augello ne ha scritta una sullo sbarco americano in Sicilia e sulla battaglia di Gela, con postfazione della capogruppo del Pd in Senato, Anna Finocchiaro. “Ma di apologeti del fascismo non ne conosco uno”, conclude.

Lui no, ma il suo riferimento, Gianni Alemanno, forse sì. E qui si entra nel filone del fascismo di solidale reclutamento. Perché un bel po’ di romani hanno scoperto  che il sindaco con la croce celtica al collo ha pescato dal bosco del passato un certo numero di soggetti, per dir così, vivaci. Un condannato a 4 anni e mezzo per tentato omicidio, Stefano Andrini, al vertice di una municipalizzata, l’Ama Servizi. Un ex militante neofascista dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), Francesco Bianco, piazzato all’Atac. E l’ex Fronte della Gioventù, Riccardo Mancini, oggi al vertice di Eur Spa; Gianluca Ponzio, responsabile delle relazioni industriali dell’Atac, ex di Terza Posizione.

“Eh no””, reagisce il deputato Pdl Marcello De Angelis, “Terza posizione non era mica neofascista. Anzi, ci fu pure qualcuno che fu espulso  per aver fatto il saluto romano. Noi guardavamo avanti, verso esperienze peroniste, terzomondiste, popolari e nazionali”. Un fratello di De Angelis, Nanni, anch’egli militante di Terza Posizione, è morto nel carcere di Rebibbia nell’ottobre del 1980 in circostanze davvero poco chiare. Marcello, dopo un passaggio anche per lui tra carcere e latitanza, ha scritto canzoni di successo negli ambienti della destra più tosta.

E d’accordo che Terza Posizione rifiutava l’etichetta di fascista, ma è stato proprio De Angelis a musicare qualche verso in equivoco come: “Vieni a passeggio con me sul ponte Mussolini, dove corrono i bambini con i fazzoletti neri. Oggi come ieri”. A sentire il deputato, la passeggiata è finita e di fazzoletti neri non ce ne sono più, nemmeno tra color che vogliono emendare  la norma transitoria. “Quanto deve durare la norma transitoria? Quanti voti prenderebbe un nuovo Pnf?”, minimizza.

“E sfogliava/i suoi ricordi/ le sue istantanee/ i suoi tabù/ e dopo Giugno/ il Gran Conflitt/ E poi l’Egitto/un’altra età”, cantava Rino Gaetano negli anni ’70, testo che, a quanto pare, è pronto per l’archiviazione. Certo, c’è sempre il ministro Maria Vittoria Brambilla che si esibisce nel saluto romano sulle note dell’Inno di Mameli, il ministro La Russa a Salerno diffonde manifesti per il 25 aprile dimenticando Resistenza e partigiani, e altri spiccioli, Ma poco o niente di più. Se si ricomincia da Scilipoti si può stare tranquilli.

di Luigi Irdi, Il Venerdì

One Comment to “Fascisti, ma non troppo, ecco i cinque camerati che volevano sdoganare il duce”

  1. Ritengo piu` che necessario che la norma transitoria diventi assolutamente definitiva. A scanso di equivoci……….E dice bene Augello, il fascismo ha perso nel 1945….quando i partigiani assieme agli alleati cacciarono i nazifascisti dal centro e dal nord italia e ridando quindi la liberta` al nostro paese!!! Gli stemmi, i saluti romani, le magliette fasciste in Francia , che e` un paese serio , sono passibili di denuncia e forse anche di altro!!! Come pure un eventuale tentativo di ricostituzione del partito fascista. Bevilacqua , ma tu si` vibunisi!!! Allora….nci vidimu o` puntuni??? Ancora Mussolini….ancora il fascismo…ma siate seri!!!! Se vi riesce!!!! W LE BRIGATE PARTIGIANE!!! “Martin”

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