Toh, il “mostro” non ha fatto nulla – Genchi: “Vi racconto la mia verità”

Il 24 gennaio 2009 Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, annuncia a reti unificate: “Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica, cioé un signore che ha spiato 350 mila persone”. Il signore in questione é Gioacchino Genchi, vicequestore di polizia, da venti anni consulente informatico di procure, tribunali e corti d’Assise per quasi tutte le più delicate indagini e processi di mafia.

Il suo lavoro consiste nell’incrociare intercettazioni e tabulati telefonici disposti e acquisiti dalla magistratura per stabilire chi, quando, dove e possibilmente perché ha rapporti con criminali. Dunque Genchi non ha mai intercettato una mosca in vita sua.
Ma un’opposizione inesistente e disinformata (salvo rare eccezioni) e una stampa sciatta e gregaria si bevono d’un fiato la bufala, anzi l’assecondano sparacchiando cifre a casaccio e accusando il presunto “spione” di ogni nefandezza senza uno straccio di prova.

I politici, noti garantisti, emettono unanime condanna. Schifani: “Tutelare istituzioni e cittadini”. Alfano: “Difendere gli apparati di sicurezza”. Gasparri: “Roba da corte marziale”. Rutelli (allora nel Pd e presidente del copasir): “Caso molto rilevante per la libertà e la democrazia”. Cicchitto: “Inquietante grande fratello”. Quagliariello: “Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello stato”. Bocchino (ancora pdl): “Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana”. Mastella: “Licio” Genchi è un pericolo per la democrazia”.

Tenaglia (pd): “Vicenda grave”. Violante: “Intollerabile”. Zanda: “Tavaroli e Genchi, tante analogie” (l’uno spiava illegalmente migliaia di persone per Telecom, azienda privata, l’altro opera legalmente al servizio dello stato, su mandato dei magistrati). “la Stampa” e il “Corriere” titolano: un italiano su 10 nell’archivio Genchi (6 milioni di persone schedate, roba che nemmeno la Cia). “Il Giornale”: “Grande orecchio, miniera d’oro. “Libero”: “L’intercettatore folle”.

La profezia del premier, sostenuta da cotanto battage, si rivela azzeccata: due mesi dopo, nel marzo 2009, la procura di Roma indaga Genchi per accessi abusivi alla Siatel (l’anagrafe tributaria) e sguinzaglia il ros a perquisirgli e sequestrargli l’archivio informatico. L’accusa riguarda i più importanti accertamenti svolti da Genchi negli ultimi anni su stragi, narcotraffico e mafia. Compresi quelli sui telefoni del maresciallo del ros Giorgio Riolo (arrestato e poi condannato come “talpa” alla procura antimafia di Palermo) e sulla scheda gsm coperta, intestata a una signora, che il mafioso poi pentito Campanella passò all’allora governatore di Sicilia Cuffaro per i contatti riservati con Riolo e un’altra talpa.
Gioacchino Genchi

In seguito la stessa procura di Roma farà pure rinviare a giudizio Genchi per abuso d’ufficio per la presunta acquisizione di tabulati di parlamentari non autorizzata dalle camere nell’indagine “why not” di Luigi de Magistris (reato impossibile: l’abuso presuppone un tornaconto patrimoniale e poi, per sapere che un’utenza è di un parlamentare, bisogna prima acquisire il tabulato e verificare chi usa il telefono). Indagato e sputtanato, Genchi si vede revocare gli incarichi da vari uffici giudiziari e addirittura destituire dalla polizia: sanzione, quella decisa da Antonio Manganelli, mai adottata per uno solo delle decine di funzionari condannati per le torture al G8 di Genova.

Ora la notizia è che nel processo seguito alla profezia del premier, Genchi è stato prosciolto dal gup Marina Finiti, su richiesta della stessa procura: “il fatto non sussiste”. Ce ne sarebbe abbastanza perché politici e giornalisti che lo infangarono con quelle assurde calunnie chiedessero scusa e facessero pubblica ammenda. Per molto meno, in casi analoghi, si scatenano interrogazioni parlamentari, ispezioni ministeriali, richiami al caso Tortora, editoriali accigliati dal titolo “E ora chi paga?”. Per Genchi, silenzio di tomba. Ecco: una classe politica e giornalistica che fa cose del genere è, essa si, “il più grande scandalo della storia della Repubblica”.

di Marco Travaglio, L’Espresso

INTERVISTA A GIOACCHINO GENCHI

di Fabrizio Colarieti, da nottecriminale.wordpress.com

Dottor Genchi, cominciamo dalla fine. Il 15 febbraio scorso è stato destituito dalla Polizia dopo aver indossato quella divisa per 26 anni. Una lunga istruttoria condotta dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza non le ha perdonato alcune esternazioni dopo la bufera per le indagini condotte con il pm De Magistris, che l’hanno anche fatta finire sotto inchiesta per una presunta violazioni della privacy. Come mai ce l’hanno così tanto con lei?

Hanno cercato di tutto per impedirmi di continuare la mia attività con l’autorità giudiziaria nelle indagini difficili. Si era creata col tempo, partendo da Giovanni Falcone, una figura professionale di un collaboratore di magistrati in importanti indagini, le più importanti che c’erano in Italia. L’ultima in ordine di tempo è Fastweb, oltre a omicidi e stragi. Quindi bisognava bloccare questa persona incontrollabile e incontrollata. E’ stata un’operazione che dal proclama di Berlusconi “che stava scoppiando il più grande scandalo della Repubblica” di Olbia del gennaio del 2009, è iniziato il conto alla rovescia per delegittimarmi e in questo senso è stato chiesto, chiaramente, addirittura è stato minacciato il Capo della polizia – sono delle dichiarazioni di autorevoli politici, autorevoli a casa loro ovviamente, tipo Gasparri. Quindi la destituzione era una conseguenza di quello che era già stato iniziato. La cosa interessante è che hanno cercato di tutto nella mia vita privata e nella mia vita professionale. Non sono riusciti a trovare nulla e quindi mi hanno dovuto destituirmi semplicemente per aver espresso delle opinioni in un consesso pubblico, esercitando un diritto costituzionale, mentre per altro ero già sospeso dal servizio, quindi loro mi contestano di non aver chiesto l’autorizzazione, che non avrei mai potuto chiedere perché ero sospeso dal servizio. Poi non ho reso quelle dichiarazioni nella qualità, o comunque nell’esercizio delle funzioni, per cui sarei stato sottoponibile a un procedimento disciplinare che mai sarebbe potuto arrivare alla destituzione dal servizio.

Lei è considerato uno dei massimi esperti in analisi delle reti e indagini collegate all’impiego delle intercettazioni. E’ il consulente di decine di procure, intrecciando tabulati e localizzando cellulari ha risolto centinaia di casi, ci può spiegare in cosa consiste il suo lavoro?

Vede, io metto insieme diverse professionalità. Le posso dire che ho diversi collaboratori informatici che si occupano di reti, di web, di database. Sono molto bravi, sono dei ragazzi laureati, grossi esperti, e le posso dire che il meno bravo fra loro è comunque più bravo di me. Lavoro con tanti investigatori e le posso dire che il meno bravo di tutti gli investigatori con cui ho lavorato è comunque più bravo di me. Lavoro con tanti magistrati che sono dei giuristi e le posso dire che il meno bravo fra tutti è più bravo di me. Io ho messo insieme tre professionalità: una cultura giuridica, formata anche come giovane avvocato prima di entrare in polizia; una cultura informatica messa insieme con la passione per le tecnologie, che ho avuto sin da bambino, e un po’ il cipiglio dell’investigatore che 25 anni di polizia al fianco dei più bravi investigatori e con i migliori magistrati, in indagini difficili, bene o male finisce con l’acquisirsi. Queste tre professionalità, se vuole queste tre mediocrità, quindi da uno a dieci mettiamo il valore di 5, hanno dato un valore assoluto che valeva 15, che riusciva a mediare in quel linguaggio giuridico tecnico processuale fattori assolutamente complessi. Oggi non c’è più un’indagine in cui non ci siano tabulati, intercettazioni, cellulari, sim, traffico imei, e-mail, dati dei computer, quindi tracce informatiche che bisogna mettere insieme e leggere al pari di tante tracce biologiche, come dna e impronte.

L’informatica, la sua grande passione, la avvicinò, da giovane funzionario di polizia, anche al giudice Giovanni Falcone. Fu lei, infatti, a mostrargli il Videotel, una sorta di antenato di Internet, e a sensibilizzarlo sulle potenzialità dell’informatica applicata all’indagine tradizionale.

Sì, le mostro adesso il databank Casio che mi fece conoscere Giovanni Falcone nel 1987. Lui mi vide in tribunale usare questa, che lui all’inizio chiamava una calcolatrice – dovetti dirgli per tre volte che non era una calcolatrice ma un databank. La curiosità per questo databank, in cui consultavo alcuni appunti di un processo durante una testimonianza, dove avevo annotato tutti i numeri telefonici degli uffici della polizia, dei questori, dei prefetti, dei dirigenti della squadra mobile, tutti gli appunti, il calendario dei miei eventi e dei miei impegni, lo appassionò tantissimo. Da questa calcolatrice, da questo databank Casio SF 9500, nacque la conoscenza con Giovanni Falcone. Un rapporto di stima, di amicizia, di collaborazione in situazioni difficili che poi si è fortificato dopo l’attentato all’Addaura del 1989, quando assumemmo la direzione non solo della collaborazione con Falcone ma anche della sicurezza di Giovanni Falcone, che guarda caso fu dismessa qualche settimana prima dell’organizzazione dell’attentato del 23 maggio 1992.

Parliamo del fallito attentato alla villa del giudice Falcone, all’Addaura, era il 1989. Lei si dedicò a quelle indagini per capire quali fossero le «menti raffinatissime» (così le definì Falcone) che organizzarono l’attentato.

Quello è un attentato pieno di ombre e di misteri. Misteri che hanno un parallelo con quello accaduto in Via D’Amelio: fu fraudolentemente distrutto il congegno di quell’attentato, quel congegno che doveva svelare se quella borsa era un intimidazione o doveva essere effettivamente utilizzata con quell’esplosivo. Perché quell’esplosivo è rimasto, però l’esplosivo senza il detonatore non porta a nulla. E il detonatore doveva essere attivato con un congegno quindi un telecomando, e probabilmente se l’esplosivo non ha nome, un telecomando e un congegno per attivare un esplosivo hanno la possibilità e danno la possibilità di risalire a chi l’ha congegnato e non a caso fu fatto esplodere. Fu distrutto da un maresciallo dei Carabinieri che rese poi false dichiarazioni ai pubblici ministeri, che accusò un funzionario di polizia che è stato condannato per queste false dichiarazioni al Pubblico Ministero. E questa è una cosa che forse alcuni ben precisi appartenenti all’Arma dei Carabinieri che si sono costruiti una nicchia all’interno di una grande istituzione, che è un’istituzione fatta da persone oneste, di gente per bene, di grandi servitori dello Stato, queste persone probabilmente non mi hanno mai perdonato di averli sgamati in quell’occasione, l’averli sgamati in tantissime altre occasioni, in numerose indagini. Non ultima l’indagine sulle talpe alla DDA di Palermo. Le indagini che hanno portato alla condanna di Salvatore Cuffaro, ma non solo di Salvatore Cuffaro ma anche di alcuni infedeli appartenenti all’Arma dei Carabinieri.


Quando fu ucciso Falcone, a Capaci nel 1992, la procura di Caltanissetta le affidò l’analisi dei computer e dei databank da cui il giudice non si separava mai. Fu proprio lei a scoprire che in epoca certamente successiva alla strage erano stati manomessi alcuni file editati da Falcone, altri modificati o cancellati, come nel caso dei dati memorizzati dell’agenda elettronica della Casio.

Sì, è un dato di fatto. Quelli che per primi hanno toccato quegli appunti, quei reperti informatici di Falcone, hanno fatto carriera e sono ai vertici della Polizia di Stato. Io che ho scoperto le loro malefatte sono stato destituito dalla Polizia di Stato, questo mi sembra basti già a dimostrare quello che è accaduto.

Cinquantacinque giorni dopo toccò a Borsellino. Cosa ricorda di quel giorno, si recò in via D’Amelio anche lei?

Sì, mi recai subito dopo a via D’Amelio, e mentre ero in via D’Amelio fui chiamato dal Capo della Polizia che mi aveva affidato un incarico, un incarico importante alcuni giorni prima. Mi chiamò il Capo della Polizia perché dovevo occuparmi, in gran segreto, quella notte, di eseguire i trasferimenti dei detenuti a Pianosa. Fu l’attuazione del 41 bis. Contrastato in quelle ore della sera, del 19 luglio, fino a quando Martelli firmò il decreto. Io posso mostrarle adesso un documento che non ho mai esibito. Io dirigevo la Zona per le Telecomunicazioni della Sicilia Occidentale, mi occupavo di tutti i servizi informatici e delle comunicazioni delle province di Palermo, Agrigento, Caltanisetta e Trapani, con delle emergenze criminali, stragi varie a Gela, Porto Empedocle, apertura di commissariati a Favara, a Palma di Montechiaro, organizzazione di sale operative, di sale d’intercettazione e interconnessione. Un lavoro impressionante, che io eseguivo da commissario di polizia, prendendo il posto di una persona che era promosso questore, quindi per darle l’idea… io ero vicecommissario, avevo due stellette quando Parisi mi nominò Direttore della Zona Telecomunicazioni. Sostituivo una persona che è andato in pensione con il grado di questore, un generale proveniente dal vecchio corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza. Quando Parisi mi conferì l’incarico di dirigente del Nucleo Anticrimine per la Sicilia Occidentale con cui organizzai un centinaio di poliziotti scegliendoli tra i migliori che c’erano, proprio per avere un braccio operativo oltre che a un braccio d’intelligence, scrissi una lettera a Parisi dicendogli che ero preoccupato per questo incarico assai difficile che si sommava a quello che già avevo e dissi: Eccellenza, io non so se sarò all’altezza di poter tener testa a questi due importanti incarichi con quello che lei mi chiede, cioè seguire dei blitz, delle operazioni di cui nessuno doveva sapere niente. E cinque giorni prima della strage di Via D’Amelio Parisi mi rispose con una lettera che adesso le mostro:


Roma 14 Luglio 1992

Caro Dottore, la ringrazio di vero cuore per le gentili espressioni che, con squisita sensibilità, ha inteso destinarmi nell’assumere la guida del Nucleo Anticrimine di Palermo.
Nell’occasione desidero ribadirLe la mia piena fiducia nelle Sue doti e nel Suo impegno e rinnovarle la certezza che nel nuovo, delicato incarico – che si somma a quello di Dirigente della Zona Telecomunicazioni della Sicilia Occidentale – saprà profondere l’entusiasmo la professionalità e la generosa dedizione che la caratterizzano.

Con fervidissimi auspici di buon Lavoro e di sentimenti migliori. Cordiali saluti.

Suo

Vincenzo Parisi
Capo della Polizia.

Questa è una dimostrazione, cinque giorni prima della strage, il Capo della Polizia, che io vedevo quasi una volta alla settimana a Roma, in incontri assolutamente riservati, con il dirigente della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera. Mi ha inteso manifestare la fiducia, che era la fiducia dello Stato. Di uno Stato che voleva combattere la mafia, ed era lo Stato dei governi Andreotti, occorre dirlo con estrema onestà a persone come Violante che nell’attaccare Andreotti hanno intenso falsificare quello che è stata la storia, perché le collusioni di Andreotti con la mafia e con i mafiosi, che ci sono, erano sicuramente in termini diversi da quelli che sono stati poi portati in un processo farsa con cui si è solo celebrato Andreotti e lo si è reso immortale per la politica italiana.

In via D’Amelio, in quell’inferno, vide movimenti strani o persone sospette? Mi riferisco alla vicenda dell’agenda “rossa”, scomparsa nel nulla e mai più ritrovata, su cui Borsellino annotava tutto.

Borsellino annotava tutto quello che stava facendo, stava sentendo Gaspare Mutolo che ha parlato di Contrada, che ha parlato di Signorino. Contrada è stato condannato, Signorino dopo che l’abbiamo interrogato a Caltanisetta si è suicidato. Questo già la dice lunga. Io sono arrivato quando già l’agenda rossa era già scomparsa, è stata repertata una borsa dove c’era l’agenda, che era integra. La borsa in pelle di Paolo Borsellino. Dentro addirittura c’era un costume in nylon che indossava poco prima e che era altamente infiammabile, e che si sarebbe infiammato ancora prima dell’agenda. E c’era la batteria del cellulare Motorola, che è questa che le sto mostrando, che è ancora annerita dal fumo, dallo scoppio. Questa batteria era integra dentro la borsa, come lo era il costume e come lo era la borsa. L’agenda era dentro la borsa, la batteria è rimasta, il costume pure, l’agenda è sparita. Quell’agenda rappresenta la scatola nera della seconda repubblica, partendo da quell’agenda si può capire chi voleva fermare Borsellino a Roma, l’incontro al Ministero dell’Interno organizzato da Parisi. Io ho dimostrato con i tabulati che Contrada era a Roma quel giorno, e questa è una circostanza che non era mai emersa prima d’ora. E questo segue quel cambio di rotta al Viminale, che segue le elezioni dell’aprile del 1992, quando c’è una svolta nella lotta alla mafia, con due alternanze: Rognoni, l’ingresso di Mancino al Ministero degli Interno e la messa da parte di Scotti. Scotti che aveva fatto tantissimo nella lotta alla mafia, che era stato uno dei promotori di quel famoso decreto di cattura nel ‘91, quando la Cassazione aveva messo fuori i boss mafiosi con una scusa e che furono riportati in carcere con un provvedimento del governo che aveva fatto e aveva dato ausilio a Falcone affinché potesse attuare, con Martelli, quella famosa rotazione, chiedendo al Presidente della Cassazione Brancaccio, attraverso il monitoraggio delle sentenze, che poi io ho trovato nel computer di Falcone, la rotazione nell’assegnazione dei processi, che salvò il Maxiprocesso e che decretò la morte di Falcone.

E Scotti doveva uscire dal Ministero dell’Interno, perché c’era qualcosa che era cambiato nel rapporto tra la politica e la mafia. E Scotti dovette pure uscire dal Governo perché, pur essendo nominato Ministro degli Esteri in quel gabinetto in cui Mancino era andato a sostituirlo all’Interno, con una scusa qualche settimana dopo la strage di Via D’Amelio si dovette dimettere pure da Ministro degli Esteri. Questi sono i segni evidenti di come la politica abbia agito in perfetto raccordo con quelle che sono state le trattative con gli elementi stragisti di Cosa Nostra. Forse l’hanno fatto per paura, forse l’hanno fatto per codardia, forse l’hanno fatto per ambizione. Non lo so. Io non voglio avanzare elementi di colpevolezza o di rilevanza di questi fatti su un piano giudiziario, posto che saranno i magistrati a doverlo accertare. Io posso solo dirle che sul piano politico, quella classe dirigente, che si è perpetuata in questo sistema, e che ha fatto parte di quella che oggi vuole accreditarsi come la sinistra del rinnovamento di cui lo stesso Mancino faceva parte. Lo stesso Mancino che io ho poi rincontrato al Consiglio Superiore della Magistratura nella vicenda “Why Not?” e nella vicenda di Salerno, in cui non mi faccio certo prendere dagli atteggiamenti trionfalistici di De Magistris, che ha fatto una marea di errori ma è una gran persona perbene. Una persona onesta che forse, l’unica cosa di cui avrebbe bisogno, è un bel bagno d’umiltà.

Torniamo a via D’Amelio. Anche in questo caso fu incaricato di indagare sulla strage e fu lei a scoprire che il telefono della madre di Borsellino era stato intercettato, abusivamente, del resto era l’unico modo per capire quando il giudice si sarebbe recato a trovarla.

Sì, questo è un elemento di partenza, come lo sono una serie di dati che riguardano i contatti telefonici di Borsellino, quello che Borsellino stava facendo, perché quello che ancora qualcuno non vuole capire è che quella strage deve essere cercata in quel che Borsellino stava facendo in quel momento, in quello che si voleva impedire che Borsellino facesse. E’ inutile andare a cercare sulla Luna o su Marte le causali di una strage. Una persona viene uccisa in quel modo e con quella accelerazione che viene dimostrata, sono elementi incontrovertibili. E in quel contesto io mi opposi decisamente a dei “farlocchi” che stavano entrando nell’indagine. Candura e Valenti, che interrogammo per primi con il magistrato Petralia, che capì perfettamente la delicatezza di quelle assunzioni testimoniali e di quanto banale era il quadro indiziario dove veniva a profilarsi, con dei soggetti totalmente inaffidabili che si assumevano il ruolo di referenti di Cosa Nostra. Persone totalmente inaffidabili, come Scarantino, a cui io non ho creduto e ho messo per iscritto queste cose. C’è una mia lettera del 7 Dicembre 1992 al Questore di Palermo Matteo Cinque, questore insufficiente pure nel cognome, che è la cartina tornasole di come in effetti io denunciai, sin da allora, quelli che erano stati gli errori d’impostazione in un sistema che voleva solo creare a tutti i costi dei colpevoli per addebitare alla mafia quella strage. La mafia, che certamente aveva avuto un ruolo ma che non era esclusivo della mafia. E questo avviene dopo la decodifica di quel databank di Falcone che io avevo eseguito qualche settimana prima. E quando tornai con la decodifica e trovai i contatti di Falcone con uomini della politica, il viaggio negli Stati Uniti e altri elementi nel databank cancellato, fui trasferito. Da che dirigevo due uffici, con la lettera di Parisi, io fui trasferito al Reparto Mobile e il mio incarico più importante fu quello di andare a fare ordine pubblico allo stadio la domenica pomeriggio. Questo per dire quello che è stato lo Stato di quel Ministro dell’Interno, che si chiama Nicola Mancino, che decapitò la Squadra Mobile trasferendo La Barbera e costrinse i magistrati di Caltanisetta alla creazione del famoso gruppo d’indagine Falcone–Borsellino. Salvo poi la piega che prese La Barbera, con la promessa di diventare questore. Abortì tutto basandosi su Scarantino.

Parliamo del monte che sovrasta Palermo e in particolare via d’Amelio, il monte Pellegrino, secondo lei è proprio da lì che partì l’impulso che azionò l’autobomba?

Questo non l’ho mai detto. Il castello Utveggio era un’ipotesi di lavoro, che diventa importante solo nella misura in cui tanti cercano di smentirla o hanno cercato di smentirla sin dal primo momento. Una cosa è certa: l’impulso è partito da chi aveva la perfetta visione del luogo della strage. Quindi bisogna cercare un luogo distante da Via D’Amelio, perché se fosse stato in Via D’Amelio sarebbe stato travolto dall’esplosione, da cui è stato azionato il congegno. Quella era un’ipotesi di lavoro come tante. Scartare questa ipotesi di lavoro nel nome di altre ipotesi mi sembra qualcosa di sbagliato come quella di volerla accreditare a tutti i costi, che è una cosa che io non ho mai fatto. Questa storiella o questo luogo comune del castello dimostra certamente che là c’erano delle entità che venivano dall’Alto Commissariato per la lotta alla mafia, persone che avevano lavorato con Contrada, che erano amici di Contrada, ci sono dei contatti telefonici di persone che sono state condannate con sentenza definitiva per quelle stragi, mi riferisco a Scotto, ci sono dei contatti con un altro boss di Bagheria, Scaduto, che chiamava il castello di Utveggio, che doveva essere un centro per eccellenze e mi pare che costoro non erano certo delle eccellenze.

Se lor signori mi spiegano il perché di queste chiamate, mi spiegano cosa facessero quelle persone là, e spiegano perché quando sono iniziate le indagini queste persone sono scappate, se ne sono andate e hanno chiuso questa struttura, probabilmente è un punto di partenza per mettere la parola fine a questa vicenda, a questa storiella del castello Utveggio. Quello che è certo è che in quella strage ci sono dei mandanti esterni, ci sono esecutori esterni che non hanno niente a che vedere con Cosa Nostra, perché ci sono ormai dei pentiti di Cosa Nostra, trasversali, in tutte le famiglie, in tutte le direzioni, che hanno consentito di fare luce su tutti i delitti che sono avvenuti a Palermo. Eccetto due: la strage di Via D’Amelio e l’omicidio Agostino, insieme a quello di Emanuele Piazza. Tutto si riconnette a due episodi: l’attentato dell’Addaura e l’attentato di Via D’Amelio. E’ lì che casca l’asino, in quel 1989 in cui molti di quei signori, che in questo momento sono ai vertici della Polizia di Stato e dei Servizi di Sicurezza, probabilmente dovrebbero chiarire meglio qualche cosetta, di qualche mese precedente a quella strage. Ma questa è materia che vedremo e spero di campare per avere il tempo di poter vedere tutto questo film fino alla fine.

Parliamo degli attentati del ’93 (Roma, Milano e Firenze).

Sono l’escalation della strategia stragista. Strategia stragista a cui Riina non vuole aderire perché si rende conto dell’errore che ha fatto con Via D’Amelio. Riina che viene catturato nel gennaio del 1993 a cui segue la mancata perquisizione del covo, le mancate indagini, a cui segue quel Di Maggio che viene creato a posta per far catturare Riina e per poi portare al processo Andreotti. La polpetta avvelenata del famoso bacio con Riina, a cui solo i magistrati di Palermo hanno potuto credere. Andreotti, probabilmente non ha mai baciato nemmeno sua moglie, non c’è nessuna foto di Andreotti che bacia una persona, immaginiamoci se andava a baciarsi con Toto Riina. Toto Riina che per altro era quella persona che insieme ai corleonesi gli aveva ammazzato i suoi amici. Lo ha detto pure la Corte d’Appello con la sentenza con cui ha dichiarato la prescrizione del concorso in associazione a delinquere non di stampo mafioso, perché non c’era ancora il reato mafioso di Andreotti, era nella correlatività col gruppo mafioso che faceva capo a Stefano Bontade che era stato ammazzato da Riina.

Dopo l’omicidio Bontade, dopo l’omicidio Inzerillo, dopo la strage di Viale Lazio, gli amici di Andreotti in Sicilia, mi riferisco ai fratelli Salvo, scapparono e si fecero la macchina blindata. Quindi questo già ci dimostra come si tratta di due contingentamenti completamente diversi, quello che ha fatto Andreotti contro Riina e contro la mafia, quello che hanno fatti i governi presieduti da Andreotti, con Scotti di cui ho appena finito di parlare, non l’ha fatto nessuno. Quindi andare a ipotizzare un concorso di Andreotti con quei mafiosi è un assurdo.

E quindi è lì che bisogna andare a indagare nel fare i processi a Mori o alle altre cose. Cosa è accaduto con Di Maggio. Perché è tutto lì il problema, però siccome c’è qualcos’altro che è accaduto con Di Maggio, con il ritorno di Di Maggio a San Giuseppe Jato, e probabilmente di ritorni a Palermo ce ne sono due che si sono annullati: uno è il ritorno di Contorno nell’89 e l’altro è il ritorno di Di Maggio alcuni anni dopo. E hanno fatto il pareggio e purtroppo con il pareggio, uno a uno, non si è potuto assegnare la vittoria a nessuno, e nemmeno la sconfitta.

Secondo lei ci fu una trattativa tra lo Stato e la mafia?

C’è sempre stata una trattativa tra lo Stato e la mafia. Io non sono un mafiologo. Possiamo partire da Notarbartolo, possiamo partire dall’omicidio dell’investigatore americano a Piazza Marino, Joe Petrosino, possiamo partire dal Prefetto Mori. La storia del Prefetto Mori l’ho letta e l’ho studiata dall’inizio fino alla fine. Dalla nascita di Cesare Mori, quando viene trovato dietro un convento, fino a quando poi viene cacciato dalla Sicilia, viene fatto senatore, quando tocca i legami di quella mafia che era diventata regime, che aveva sposato l’abbraccio con quel regime che la voleva combattere. Perché il Fascismo, affermandosi come dittatura, non consentiva che potessero esistere altri poteri oltre se stesso. E quindi questo concetto di trattativa, questo concetto di mediazione, l’abbiamo sempre respirato e lo respiriamo tuttora, e ho sempre più paura della mafia che avanza. Una mafia che viene apparentemente sconfitta da uno Stato che celebra delle vittorie per celebrare se stesso, rinforzando altri referenti mafiosi che si dimostrano sempre più pericolosi, più cattivi e senza meno scrupoli dei precedenti che vengono sconfitti.

Fu lei a segnalare alla procura di Palermo il traffico telefonico di un cellulare, che era in uso a Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, cosa c’era in quei tabulati?

C’erano e ci sono degli elementi importanti che consentono di capire, di calmierare, di riscontrare sotto certi profili e sotto certi altri di ridimensionare le dichiarazioni di un soggetto che non doveva essere considerato un mito, un dio, un santo, ma che era il figlio di un criminale che era Don Vito Ciancimino. E quindi le dichiarazioni di Ciancimino sono importanti perché svelano dei raccordi, degli intrecci, dei rapporti importanti con apparati dello Stato. Però quando Ciancimino inizia a parlare di qualcuno che non deve essere toccato diventa poco affidabile, poco credibile o pericoloso. Io sono dell’avviso che mai bisogna sposare i pentiti, uno i fidanzamenti li deve fare fuori dall’ambito dei pentitismi.

Ritengo che Ciancimino, probabilmente, prima di accusare altri debba chiarire l’origine del suo patrimonio. Perché tutto quello che proviene da sua nonna, da suo nonno è giusto che gli rimanga. Ma tutto quello che proviene dall’attività del padre se non da attività esclusivamente illecite, io ritengo che lui le debba restituire allo Stato, che ne è il proprietario e il titolare. Per il resto le dichiarazioni di Ciancimino, secondo quanto ci ha insegnato Falcone, vanno lette, vagliate e riscontrate. Nei mie tabulati, che io feci acquisire alla Procura di Palermo moltissimi anni fa, ci sono dei riscontri ineguagliabili sui contatti di Ciancimino con apparati dello Stato, con la Presidenza della Consiglio, col Ministero dell’Interno, con apparati giudiziari in circostanze precise che riguardano anche la vicenda giudiziaria di suo padre: la storia del passaporto, i suoi rapporti con le istituzioni di cui poi ha riferito. Quindi basta leggere e incrociare le due cose, per capire quello che c’è di buono da prendere da Ciancimino e quello che probabilmente va solo scartato.

Nel suo libro, tra le tante cose che racconta, c’è un passaggio importante di quando indagò sulle stragi del ’92 al fianco di Arnaldo La Barbera. Furono le ultime indagini che lei ha compiuto da funzionario di Polizia. Cosa accadde? Eravate a un passo dalla verità o qualcuno vi fermò? Perché lei, in una notte molto agitata, abbandonò quegli uffici, abbandonò quella vita, per fare la vita che fa ore, il consulente dell’autorità giudiziaria.

Con La Barbera c’era un rapporto di amicizia, non c’era solo un rapporto professionale. Abbiamo quasi convissuto per cinque anni della mia vita, che sono stati anni difficili, travagliati. Ho pagato un prezzo personale, io e la mia famiglia, per quello che è stato l’impegno professionale al fianco di La Barbera, per far fare carriera, guarda caso, a tutti quelli che oggi sono ai vertici della Polizia e che hanno fatto carriera a Palermo e sui morti di Palermo. Perché se lei considera Manganelli, De Gennaro, Pansa e tutti gli altri, guardando a tutto quello che hanno fatto nella vita, veda Pansa a Napoli, veda Manganelli a Catanzaro, quando si è occupato di un’altra vicenda a Lamezia Terme o il G8 o altre cose di questo genere. Mi pare non abbiano fatto nulla di interessante o di buono, anzi. Quello che hanno fatto a Palermo ha comportato per loro grande successo e grande carriera. Io sono stato un tassello di quel mosaico che ha fatto il suo lavoro, facendo catturare e contribuendo alla cattura di latitanti importanti da Vernengo, l’arresto di latitanti come Salerno, Drago, cioè persone che magari oggi non dicono nulla, però le assicurano erano dei personaggi assolutamente pericolosi che sono stati catturati con delle indagini tecniche, con delle indagini fatte a tavolino in maniera scientifica.

E quando capii che La Barbera aveva ceduto all’invito di appiattire quell’indagine su Via D’Amelio sui soliti mafiosi, utilizzando un personaggio “farlocco” com’era Scarantino, e stava abortendo l’ipotesi dei mandanti esterni, per cui quel gruppo era stato creato, dopo che lui stesso era stato trasferito a fine dicembre per volontà di Mancino al Ministero dell’Interno, quindi togliendogli assolutamente tutte le funzioni dopo che erano state tolte a me. Quando capii sostanzialmente di essere stato tradito da La Barbera sbattei la porta e andai via. C’è una lettera che uscirà, e sarà pubblicata, che i due magistrati titolari dell’indagine, Ilda Boccassini e Fausto Cardella, scrivono, è una riservata, al Procuratore della Repubblica di Caltanisetta su quella vicenda. E quella lettera è fortunatamente la mia assicurazione sulla vita, perché dimostra qual è stata la correttezza del mio operato. E per tutto questo ci sono voluti diciotto anni, per accertare tutto questo. E quando è stato accertato la risposta della Polizia di Stato e di Manganelli è stata quella di destituirmi. Probabilmente gli è stato utile quello che gli ha chiesto Berlusconi, ma non penso che sia stato solo Berlusconi l’autore della mia destituzione dal servizio della Polizia.

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