Chernobyl 25 anni dopo, ma per le scorie è solo un istante

Quanto sono lunghi venticinque anni per le scorie radioattive? Meno di una frazione di millisecondo, rispetto ai tempi più che biblici della “mezza vita” nucleare, il tempo necessario perché le radiazioni contenute nei rifiuti di una centrale nucleare si riducano a metà in modo naturale. La mezza vita degli isotopi del plutonio 239, spiega un tecnico, è di 24.000 anni, che salgono a quasi 16 milioni per lo iodio 129 e addirittura a 4 miliardi e mezzo di anni per l’uranio 238.    DAL DISASTRO di Chernobyl un quarto di secolo è passato, ma nessuno può quantificare realisticamente gli effetti della più catastrofica esplosione nucleare dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki. “Leggere o sentir parlare di Chernobyl è una cosa, ma venirci di persona è diverso”, dice Ban Ki-moon, il primo segretario generale nella storia delle Nazioni Unite che si è spinto all’interno della zona proibita del disastro. È così. Vedere Chernobyl lascia un segno indelebile. Prypiat, la città satellite dell’atomo sorta per volere dei pianificatori socialisti, allo scopo di ospitare gli oltre 30 mila tecnici che lavoravano nell’impianto maledetto, oggi è popolata solo di fantasmi, a parte le sentinelle chiuse dentro le garitte di cemento e i pochi veicoli che a intervalli fanno un giro di perlustrazione. A Chernobyl, nel primo cerchio della “zona di esclusione” comprendente il reattore nucleare, oggi si vive sottoterra, con indumenti di protezione speciali e all’interno di massicce strutture di cemento. Fuori, sulla piazza della Cultura, restano le scritte scolorite inneggianti al vecchio dogma di Lenin “il comunismo è il potere socialista più l’elettrificazione”, con i carrozzini invasi dalle erbacce di uno spettrale lunapark, con la ruota panoramica arrugginita. “Gli incidenti nucleari – avverte il segretario generale dell’Onu parlando a Kiev – non conoscono confini. È il momento di chiederci se abbiamo veramente calcolato tutti i rischi e i costi. Dobbiamo tenere presente l’interesse mondiale, e non soltanto quello di qualche singolo paese”. Anche Yukiya Amano, direttore generale dell’Aiea, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’energia atomica, mentre annuncia la convocazione in giugno di una conferenza ministeriale sulla sicurezza degli impiantii, ribadisce il concetto: “i livelli di sicurezza attuali devono essere rafforzati a livello internazionale”.    A CHERNOBYL il cosiddetto “sarcofago” di cemento costruito in gran fretta intorno alla centrale dopo l’esplosione del 26 aprile 1986, per cercare di contenere le radiazioni che minacciavano di raggiungere le acque del Dniepr, è in realtà una specie di mostruosa pietra tombale, non certo a tenuta stagna e che con gli assestamenti del terreno vacilla. Da più di vent’anni sono in corso, con i contributi non solo dell’Ucraina ma della comunità mondiale, i lavori per costruire una nuova copertura. Ma la data per completare l’opera, annunciata in origine per il 2010, continua a subire sempre nuovi ritardi. Si spera, ora, grazie anche a un contributo appena promesso dall’Unione Europea di 110 milioni di euro, di completare il secondo sarcofago entro il 2015, con un costo però più che triplo rispetto al preventivo iniziale, che dovrebbe raggiungere i 750 milioni di euro. Ma può bastare questo per concludere, come si è fatto con leggerezza più volte anche nel recente passato, che “il nucleare oggi è sicuro” e che il problema è risolto? La risposta, mentre non solo in Ucraina (dove dopo il disastro è stato necessario evacuare 91.000 persone e si continuano a registrare, a venticinque anni di distanza, preoccupanti incidenze di casi di cancro della tiroide provocati da emissioni di iodio radioattivo) ma anche in Russia e in Bielorussia si continua a temere per la salute di 7 milioni di persone, è contenuta tutta in una sola parola: Fukushima. Anche se Tokyo minimizza il pericolo e sostiene che la radioattività, dopo il picco attuale, diminuirà nelle prossime settimane, la compagnia giapponese Tepco, responsabile dell’impianto devastato dal terremoto e dallo tsumani, ha appena portato il livello di allarme da 5 a 7: lo stesso di Chernobyl. “Prima di sottovalutare i pericoli non dimentichiamo una cosa”, avverte Donato Kiniger Passigli, funzionario internazionale che ha lavorato a lungo per l’Ocha, l’agenzia dell’Onu per i disastri. “A Chernobyl l’inquinamento radioattivo è stato 200 volte quello di Hiroshima e Nagasaki”

di Renzo Cianfanell, IFQ

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