Neoliberali, anzi, neoservili

L’’altra sera ad “Annozero” Nicola Porro, il giornalista alla corte di Berlusconi con pretese terziste (nella foto), premetteva canonici “lo dico da liberale” a ogni perfidia da regime che stava per proferire.    Infatti, attorno al campo berlusconiano si stende una vasta fascia grigia utile per accreditarne le strategie illusionistiche; finalizzate alla sistematica alterazione della realtà quale primario puntello del ventennale “impero del falso”, su cui troneggia il caicco caraibico d’Arcore.    Un tempo si sarebbe parlato di “Quinte Colonne”; ossia manipoli di guastatori che lavorano dietro le quinte e tra le linee praticando la tecnica del mordi e fuggi.    Il ruolo è quello di garanti, apparentemente neurali, delle più incredibili panzane che il barzellettiere e la sua corte dei miracoli ci somministrano in quantità industriale. Ma sempre premettendo che “io non sto con Berlusconi”; qualcuno di loro si spinge perfino ad affermare “non l’ho mai votato”.

MENTITE spoglie che assicurano maggiore credibilità – dunque efficacia – ai loro similpareri pro veritate rispetto ai colpi di maglio dei mazzieri dichiarati e patentati. Tanto per dire, tipo il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti che, in un recente editoriale scritto al solito col napalm, arrivava al colmo dell’impudenza di stigmatizzare l’ipotetico (e forse trascurabile…) annuncio dell’imminente “discesa in campo” di Luca Montezemolo in quanto motivato da personali interessi imprenditoriali. E quando mai si era visto lo scandalo di un imprenditore sceso in politica per interessi personali?    Le Quinte Colonne mimetizzate queste cose non le fanno. Loro prediligono i toni felpati e gli argomenti pensosi di un perbenismo da “Casino dei nobili di provincia”. Anche perché si proclamano tutti “liberali”. Ossia, quelli meglio posizionati per dare una patente di veridicità alla burletta del “Berlusconi liberale”.    Se la coerenza fosse moneta non del tutto svalutata, ora varrebbe la pena di domandargli come se la mettano con questo governo liberal-liberista, sorretto dai voti degli antistatalisti padani della Lega, che vagheggia/vaneggia della ricostruzione di una nuova IRI.    Fatica sprecata con tipetti rimasti mentalmente ai tempi della Guerra fredda. Dunque ossessionati dall’imminente arrivo dei cosacchi, che loro identificano con chiunque pretenda di far rispettare le regole e persino (come un noto comunista, il mai troppo rimpianto Tommaso Padoa-Schioppa) prospettare politiche redistributive attraverso la leva fiscale; magari (orrore!) per assicurare un po’ di giustizia in un Paese dove la forbice sociale si è allargata oltre il tollerabile.

NON A CASO c’è chi li ha soprannominati “liberaloidi”. E la loro bestia nera è rappresentata da quei liberali che continuano a contestare Berlusconi, fungendo – tra l’altro – da specchio impietoso della corrività liberaloide.    Dal Corriere della Sera dei Piero Ostellino e soci fino agli opinionisti del Libero belpietrista è tutto uno scagliarsi contro quello che una penna sciagurata definì “gramsciazionismo”, i gobettiani . Ossia la tradizione di rigore e intransigenza che si richiama a maestri come Luigi Einaudi e Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi come naturalmente Piero Gobetti, e alla loro lezione civile. Preziosa testimonianza contro l’opportunismo dei voltagabbana; dei certificatori a tassametro che conquistano immeritate tribune e cattedre di moralità politica, nel tempo in cui la falsità, insieme al neo/postfascismo e al federalismo sfasciacarrozze, è stata sdoganata quale suprema arte di governo. In questo modo liberali miti, quali Nadia Urbinati o Gustavo Zagrebelsky, vengono trasformati in pericolosi estremisti dal livore dei polemisti con la coda di paglia. Anche perché le loro adamantine biografie intellettuali smascherano per contrasto quelle assai meno presentabili dei denigratori.    Che continueranno a prosperare finché l’impero del falso resterà in piedi. Ma che dobbiamo cominciare a chiamare con il loro vero nome: servili, non liberali.

di Pierfranco Pellizzett, IFQ

2 commenti to “Neoliberali, anzi, neoservili”

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