Le mani su Milano: Un’informativa dei Carabinieri svela i rapporti tra politica e ‘ndrangheta, tra affari ed elezioni

Edilizia, sanità pubblica, locali notturni, gioco d’azzardo. Ma soprattutto politica: consiglieri comunali, assessori, deputati, ministri. Nomi e cognomi minuziosamente annotati sulle agendine dei boss calabresi che sotto la Madonnina fanno affari, corrompono e spostano pacchetti di voti. Le ultime indagini milanesi sulle cosche tengono dentro tutto. E raccontano di tutto. Ad esempio di una presenza mafiosa polverizzata sul territorio. Perfetta dimostrazione di come oggi in Lombardia i padrini abbiano le entrature giuste e contatti importanti da spendere sul tavolo della trattativa politico-imprenditoriale . È la ‘ndrangheta che nella regione più ricca d’Italia diventa partito e influenza qualsiasi gara elettorale: dalle semplici amministrative di paese fino alle elezioni politiche. Questa storia, che gli investigatori per tre anni hanno tentato di verificare, parte proprio da qui. Dagli ultimi mesi che precedono le consultazioni nazionali del 2008.    A raccontarla sono alcune informative, che il Fatto Quotidiano ha potuto leggere, basate su fonti confidenziali ritenute attendibili dai detective della Squadra Mobile. I protagonisti assoluti di questi documenti che, è bene ricordarlo, non hanno valore di prova, ma mostrano quali livelli si rischiano di toccare a Milano durante le inchieste sulla mafia calabrese, sono due: il giovane presunto boss Salvatore Barbaro, legato alla potente cosca Papalia e l’attuale ministro della Difesa, Ignazio La Russa.    Prima di scrivere questa storia il Fatto ha contattato il ministro della Difesa per dargli la possibilità di replicare. La Russa ci ha detto: “Si tratta d’informative del 2008 che in tre anni non hanno portato a nessun risultato. E nemmeno avrebbero potuto farlo perché le persone che sono citate non le conosco . Sono deciso a tutelarmi con ogni mezzo”.    E allora, per capire cosa raccontano le carte della Polizia, torniamo a tre anni fa, alle convulse settimane che precedono le elezioni politiche. A Milano sul tavolo c’è la sfida decisiva per Expo 2015. In Comune non tutti sono convinti di spuntarla su Smirne. Dubbi e paura vengono spazzati via la sera del 31 marzo. Sotto la Tour Eiffel, Letizia Moratti incassa la sospirata vittoria. All’ombra del Duomo, però, si giocano anche altre partite. Come rivelano oggi le indagini 17 boss, liberi e potenti, si stanno spartendo la Lombardia. Sono pezzi da novanta dei più importanti clan calabresi: padrini vecchio stile, ma anche giovani ambiziosi. E Salvatore Barbaro è uno di questi. Tutti hanno una priorità: le urne.    Mafia, politica, affari. Il copione è noto. Un po’ meno interpreti e location. Vediamoli. Il 10 aprile 2008 è una giornata speciale per una parte della città. Comizi, dibattiti, polemiche sono terminati. È tempo di festeggiare. Al Lime Light di via Castelbarco 3, storica discoteca milanese in zona Navigli, da ore fervono i preparativi. Nella grande sala campeggiano drappi, bandiere e tutto il merchandising del Popolo della libertà. Il sottofondo musicale rimanda ossessivamente l’inno azzurro (Meno male che Silvio c’è). Un uomo, si legge nei documenti della Mobile, attende all’ingresso. Si chiama Marco Clemente ed è socio di maggioranza del locale. Politicamente è vicino a La Russa.    Il voto del 2008:    si brinda alla vittoria

È NATO a Roma, ma gli affari li ha sempre fatti sotto la Madonnina. Diviso tra attività immobiliari e parcheggi, può vantare una carica da consigliere in Fiera Milano Congressi. Questa è anche la sua serata.    Quella in cui il Pdl brinda alla fine della campagna elettorale.    L’appuntamento è fissato per le20.Allaspicciolataarrivano tutte le stelle del partito. Per ultimofailsuoingressoanche l’onorevole Silvio Berlusconi che già annusa la vittoria politica.    La svolta del predellino di San Babila (novembre 2007) ha ingrossato i ranghi del suo movimento. Alleanza nazionale ha sciolto le fila. La Lega Nord veleggia nei sondaggi. E il Cavaliere sa che il 13 aprile nelle urne non ci sarà partita.    In questa tiepida serata milanese, così, sono in molti a sorridere. Lo fa anche Ignazio La Russa mentre attraversa la sala. È soddisfatto. Come il Cavaliere,sadiaverelavittoriain tasca. E ha ragione.    Le urne consegnano a Berlusconi 276 seggi a Montecitorio e 146 a Palazzo Madama. Il cappotto è servito. Il giorno dopo la grande festa del Lime Light viene redatta un’informativa. È la prima. Poco più di una pagina, cui ne seguirà un’altra il 19 maggio. Con il burocratico linguaggio della Polizia gli investigatori riportano cosa a loro detto la fonte confidenziale: “Il deputato Ignazio La Russa, attraverso un suo diretto familiare e tale Clemente, socio di una nota discoteca sita in zona Porta Ticinese, avrebbe fatto contattare Salvatore Barbaro al quale i due avrebbero chiesto un intervento della sua famiglia su tutta la comunità calabrese presente in provincia di Milano al fine di far votare alle prossime consultazioni elettorali la lista del Popolo della libertà”.    Fatta la richiesta, la palla passa al giovane e rispettato boss, imparentato con Rocco Papalia, uno dei capi storici della ‘ndrangheta in Lombardia.    Seguiamo, allora, il filo del documento.    “Salvatore Barbaro si sarebbe impegnato attivamente con il massimo interessamento su tutta la comunità calabrese garantendo” che “i voti sarebbero andati sicuramente alla lista del Popolo delle libertà”.    La partita è decisiva.    Sul tavolo, però, il futuro ministro della Difesa cosa può mettere? La fonte, che la Mobile ha utilizzato per anni in molteindaginisuisequestridi persona, sostiene che dietro il presunto accordo ci siano gli affari: “In cambio il familiare di La Russa avrebbe garantito a Barbaro che dal 2009 in poi ci saranno numerosi appalti da assegnare e se le elezioni dovessero essere vinte dal Pdl i lavori più consistenti li commissionerebbero a una società pulita e di copertura che a sua volta li subappalterebbe a lui e ad altri calabresi”.    Dopodiché il progetto viene squadernato: “Chi di dovere farà in modo che l’azienda conceda in subappalto una buona parte dei lavori alla ditta di Salvatore Barbaro e a qualche altro suo compaesano che lui stesso indicherà attraverso loro prestanomi”.    Ilcontratto,sullacarta,èsiglato. Ma se davvero esiste, gli investigatori non sono stati in grado di dimostrarlo.    Appalti, promesse    e prestanome

DALL’INDAGINE Infinito, che il 13 luglio scorso ha portato in carcere 156 affiliati alla ‘ndrangheta padana, salta però fuori uno strano episodio. Una storia che riguarda uno dei presunti intermediari tra La Russa e Salvatore Barbaro: Marco Clemente, cioè la persona che il 10 aprile, secondo la fonte della Mobile, attende gli ospiti all’ingresso del Lime Light. Questa volta a scrivere di lui sono i Carabinieri di Monza. I militari spiegano di averlo intercettato mentre parla per telefono con Loris Grancini, un campione di poker considerato vicino a Cosa Nostra, che nel novembre del 2008 si muoveva “per tentare di far ottenere dei benefici carcerari a Giovanni Lamarmore”, il padre del capo della locale di Limbiate, un paese dell’hinterland di Milano.    Nelle telefonate, annotano gli investigatori, i due dicono che “sfruttando conoscenze di personaggi politici che gravitano nell’area di Alleanza nazionale hanno fatto recapitare una lettera al direttoredel carcere di San Giminiano… Lamarmore è rimasto contento per questo intervento e vuole sdebitarsi scrivendo una lettera a Marco Clemente”.    Clemente, che nel 2009 sarà poi intercettato mentre partecipa a un incontro con uno dei luogotenenti (arrestati) della cosca di Pepè Flachi, non è indagato.    E così oggi è candidato alle prossime amministrative di Milano, naturalmente con casacca azzurra Pdl.    Non hanno trovato riscontri nemmeno la seconda parte delle dichiarazioni della fonte della squadra mobile che, stando a un’altra informativa, ha pure parlato di un summit avvenuto dopo le politiche del 2008.    La famiglia Papalia    e il rampollo

UN PRESUNTO appuntamento in un ristorante milanese tra Clemente, Salvatore Barbaro e il pezzo da novanta Domenico Papalia.    Classe ’84, il ragazzo è figlio del superboss ergastolano Antonio Papalia. Oggi si trova incarcere,maperoltredodici mesi (dal 3 novembre 2009 al 25 gennaio 2011), il piccolo principe delle cosche è stato latitante.    Condannato a sei anni per mafia, gli investigatori lo ritengono il nuovo referente della ‘ndrangheta in Lombardia. I due giovani delfini del clan chiedono “informazioni sugli appalti promessi prima delle elezioni in cambio di un sostegno elettorale”. È vero? È falso? Anche questo non è stato possibile stabilirlo.    Certo è, però, che nella primavera del 2009, durante la campagna per le elezioni europee, gli uomini legati ai colletti bianchi dei clan si muovo davvero per La Russa. E a dirlo non sono gli informatori, ma le intercettazioni.    Il31maggioaltelefonoc’èMichele Iannuzzi, ex consigliere comunale del Pdl a Trezzano sul Naviglio, trasformatosi in procacciatore d’affari per conto dell’immobiliare Kreiamo, società che gli investigatori milanesi definiscono la lavanderia della cosca Papalia. Iannuzzi, condannato in primo grado nel 2010 per corruzione, tuona: “Tu devi votare Ignazio. (La Russa, ndr). Non facciamo cagate, quello sarà il nostro futuro!”.

di Davide Milosa, IFQ

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