Cuffaro, la mafia e il ministro Romano

Ad Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, andò a chiedere voti insieme a Saverio Romano (ora ministro dell’Agricoltura del governo B.). A chi veniva arrestato – come il medico Salvatore Aragona, già condannato per mafia per aver favorito Enzo Brusca – raccomandava, tramite il sindaco di Monreale, l’avvocato Caputo, “di starsene zitti e farsi la galera”. A Giuseppe Guttadauro, capomafia di Brancaccio “con il quale aveva stipulato un accordo politico mafioso”, rivelò la notizia che c’erano indagini sul capomandamento. Ecco il volto nascosto di Totò Cuffaro, profondamente diverso da quello pacioso e bonaccione del ‘distributore di baci’ osannato da migliaia di elettori siciliani: lo descrive in circa 80 pagine, la sentenza numero 15583 della V sezione della Cassazione presieduta da Antonio Esposito, che ha condannato definitivamente l’ex governatore, adesso rinchiuso nel carcere di Rebibbia a Roma, a sette anni per favoreggiamento alla mafia, le cui motivazioni sono state depositate oggi.

UNA SENTENZA che assume grande rilievo politico anche per le ben 10 citazioni riservate al neoministro Romano (com’è noto, il gip di Palermo l’attendeva per decidere se archiviare l’indagine per mafia sul suo conto o disporre nuovi accertamenti). Secondo la Cassazione, Romano – sempre in tandem con Cuffaro – intratteneva “autentici rapporti di amicizia” con il mafioso (ora pentito) Francesco Campanella. Quanto all’incontro preelettorale con Siino, sia Cuffaro sia Romano hanno sempre negato di aver saputo, all’epoca, che Siino fosse mafioso. Ma per la Suprema Corte questa versione cuffariana “è risultata del tutto falsa sulla base delle dichiarazioni rese dal teste Franco Bruno e da quelle dei collaboratori di giustizia e dai numerosi incontri del Cuffaro con noti esponenti mafiosi presentatigli dal Siino”.    L’altra chiave di lettura, ovviamente, riguarda l’ex governatore e fotografa il patto ‘politico mafioso’, ritenuto provato dalla Cassazione grazie a una dovizia di testimonianze provenienti da fonti “attendibilissime”, stretto “consapevolmente” dall’ex governatore che per due volte ha messo in lista persone gradite ai boss. Tra le contropartite che il boss di Brancaccio voleva da Cuffaro in cambio dei voti, c’era, sottolinea la Cassazione, l’aiuto ai carcerati e qualche posto di “sottogoverno”, nei casi di mancata elezione. Per più di venti anni, fino al 2003, secondo la Suprema Corte, Cuffaro avrebbe avuto rapporti con esponenti legati ai clan mafiosi ripetendo gli stessi comportamenti con “l’atteggiamento psichico” di chi è consapevole della ‘caratura’ delle persone che incontra e a cui fa favori. Come quando rivela, tramite Domenico Miceli, al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro che su di lui ci sono indagini e cimici in casa, scrive la Cassazione, Cuffaro sa perfettamente di “agevolare”, con la sua ‘soffiata’ del 15 giugno 2001 l’intera “associazione criminale”. E in questo caso la Cassazione parla di vero e proprio “controspionaggio”, reso possibile da “traditori” come il maresciallo del Ros, Antonio Borzacchelli. O quando incontra Angelo Siino, assieme a Saverio Romano, per chiedergli il sostegno in occasione delle elezioni regionali siciliane del 1991, nonostante il suo amico Franco Bruno, ritenuto di “elevatissima attendibilità “, lo avesse sconsigliato spiegandogli “quale fosse il ruolo e la dimensione criminale di costui”, e beccandosi successivamente i rimproveri di Calogero Mannino, suo leader politico.

SAVERIO ROMANO era responsabile della formazione delle liste dell’Udc nel periodo della candidatura ne Biancofiore, collegata all’Udc, di Giuseppe Acanto, già coinvolto in grosse truffe finanziarie, e “intimo collaboratore” della famiglia mafiosa di Villabate – vicinissima a Provenzano – e di Antonino Mandalà. Acanto – scrive la Cassazione – è “il primo dei non eletti subentrato al Parlamento regionale siciliano a seguito della decadenza del Borzacchelli” (una delle talpe della Dda).    Fu Campanella, ricorda la Suprema Corte, a incontrare Romano, per chiedergli l’inserimento di Acanto. E il futuro ministro – prosegue la Cassazione citando la Corte di appello di Palermo – “aveva immediatamente assicurato l’inserimento di detto soggetto tra i candidati chiedendogli di fargli avere al più presto i documenti e mandandogli i saluti per Mandalà Antonino stesso”. Una circostanza confermata dallo stesso Cuffaro che, ricorda ancora la Suprema Corte, ha ammesso di “aver discusso della candidatura dell’Acanto dopo che la stessa era stata avallata da Saverio Romano, responsabile del partito per la formazione delle liste”.

di Giuseppe Lo Bianc, IFQ

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