Quel poligono uccide

Gigantesche esplosioni, colonne di fumo alte chilometri, nubi tossiche. E troppe morti sospette. In una struttura militare sulla costa sud orientale della Sardegna si sperimentano da decenni armi e materiali segreti. E ora la Procura di Lanusei indaga.

Mauro Artizzu non sospetta niente. E’ a Cagliari, in casa, e il 3 marzo scorso si sta confidando con la sua ragazza e un amico. Sapesse che c’è un registratore, nascosto nella stanza, tacerebbe subito. Invece ignora l’interesse che gli investigatori hanno per i suoi ricordi, e racconta ciò che ha visto e fatto nel 1997, quand’era militare di leva al Pisq: il Poligono sperimentale interforze Salto di Quirra.

Dodicimila ettari di meraviglia naturale sulla costa sudorientale della Sardegna, convertiti nel 1956 in area per operazioni off limits. Un territorio dove nei decenni eserciti e aziende di mezzo mondo, incluse quelle italiane, hanno sperimentato armi e materiali segreti. Ma dietro i cancelli del poligono, sarebbe successo anche altro: ed è appunto questo il retroscena che Artizzu, classe 1978, riferisce agli amici: “Ho fatto un giuramento per non dire niente!”, frena all’inizio. Ma poi prevale la rabbia, la voglia di condividere quei pensieri. E ricostruisce quella che, a suo dire, era un’abitudine consolidata al poligono di Quirra: brillare giganteschi cumuli di armi e munizioni, con esplosioni avvolte dal silenzio dei militari.
“Lì hanno brillato tutte le armi di tutto, non solo della Sardegna: di tutta l’Italia”, dice Artizzu. “Venivano da Milano, da ogni parte arrivavano i camion…”.

Entravano nella base e, a circa un chilometro e mezzo dagli uffici di Perdasdefogu, raggiungevano una buca profonda 80 metri: “un vulcano”, lo definisce Artizzu, in cui scendevano mezzi articolati carichi di munizioni e armi. Dopodiché i militari piazzavano più cariche, certe volte senza neppure togliere i proiettili dai rimorchi, e procedevano con le esplosioni. Che avevano esiti indimenticabili, almeno per questo ex militare di leva: “Il posto intorno diventava bianco”, dice Artizzu, “che ne so, nel mese di maggio, come se avesse nevicato!”.

All’improvviso, continua, il terreno si copriva di una strana sostanza: “Ce l’hai presente un pezzo di gommapiuma? Però era pesante”. E i militari “la raccoglievano… sì, la mettevano nei barili e la sotterravamo”. Perché era tanta, tantissima, quella materia. Così parte dei fusti venivano trasferiti altrove, a bordo di camion, mentre la “gommapiuma” in eccesso finiva dentro contenitori seppelliti sotto al poligono: proprio dove passavano i pastori, che avevano terreni in concessione nella zona militare. Calpestavano quegli spazi con il bestiame, e le mucche “morivano perché mangiavano quell’erba…”.

Non ha dubbi, Mauro Artizzu: “L’esercito nasconde tutto!”. E parlando con gli amici, sottolinea la ragione di tanta prudenza: il problema, “quello che frega” insomma, è “quando brillavano nell’aria”, dice. Perché la sostanza sprigionata da quelle esplosioni, bianca e pesante, ricadeva sui paesi vicini: “Se era il vento che andava a Jerzu, se la prendeva Jerzu, se soffiava verso Villaputzu se la prendeva Villaputzu…”. Così, quando “la settimana successiva pioveva”, il manto bianco era assorbito dalla terra e “inquinava le falde acquifere”.

Uno scenario che pone mille domande. Le stesse che muovono il 2 aprile Domenico Fiordalisi, capo della Procura di Lanusei, provincia dell’Ogliastra, il quale scrive alla Procura generale cagliaritana citando proprio, tra le testimonianze raccolte, quella sulle “gigantesche esplosioni a Perdasdefogu che avevano provocato nubi tossiche e disperso particelle altamente nocive”. La premessa da cui parte per ipotizzare reati che vanno dall’omicidio plurimo di pastori all’omissione di atti d’ufficio “per ragioni di giustizia e sanità”; dall’omissione dei controlli nel demanio militare, all’omissione di provvedimenti amministrativi e sanitari. Fino al capitolo più delicato e importante: il sospetto, sul quale Fiordalisi indaga da mesi, di “introduzione nello Stato, detenzione e porto illegale in Ogliastra di armi da guerra all’uranio impoverito”. Che si lega, in un crescendo inquietante, all’ipotesi del disastro ambientale per “dispersione di materiali all’uranio impoverito e materiali radioattivi”: sparsi in parte “da vari missili”, e in parte dal brillare al Pisq “tutte le munizioni e bombe obsolete d’Italia, senza cautele per l’ambiente e la salute umana e animale”.

Parole pesanti e sconcertanti assieme. Accuse che, in questa fase, agitano il ministero della Difesa. Un veicolo militare abbandonato nell area del poligono Un veicolo militare abbandonato nell’area
del poligono
Anche perché Fiordalisi, nelle carte ufficiali, parla di lunghi anni marchiati da una “totale e generalizzata inerzia”, con omissioni sia dei comandanti dei carabinieri, che al poligono avevano compiti di polizia giudiziaria e controllo territoriale, sia dei “generali dell’aeronautica che hanno comandato”. Non basta, che il 10 marzo il generale Sanzio Bonotto, attuale comandante del poligono, assicuri alla squadra mobile di Nuoro che “non sono mai state effettuate operazioni di distruzioni di munizioni e armi che, trasportate a bordo di camion, venivano sotterrate e fatte brillare”. A contraddirlo, lo stesso giorno, è il tenente colonnello Antonino Bertino, il quale invece ricorda quelle esplosioni: “L’attività”, spiega, “consisteva nell’arrivo di camion e Tir pieni di munizionamento e bombe di aereo, suppongo radiate dal servizio e forse risalenti al periodo della Seconda guerra mondiale”. Si scavavano “fornelli abbastanza capienti”, si infilava all’interno il materiale da brillare, e “successivamente (i cumuli) venivano fatti esplodere…”.

Una volta, racconta l’ufficiale, fu sbagliata la quantità di esplosivo e andarono a pezzi i vetri del paese di Perdasdefogu. Ma anche quanto tutto filava liscio, il risultato era impressionante: “Le esplosioni producevano fiamme e una colonna di fumo visibile da diversi chilometri”, dice Bertino, tant’è che si fissava un’ampia zona di rispetto per “il quantitativo molto elevato di esplosivo da distruggere”. E per chiarire ancor meglio il contesto globale, e l’approccio militare a simili operazioni, Bertino aggiunge che “tutte le attività del poligono sono, ed erano, programmate e regolarmente autorizzate dallo Stato maggiore della Difesa”.

Da qui, derivano l’amarezza e la paura di chi abita a Quirra, Perdasdefogu, Escalaplano: tutti centri prossimi al poligono. “Vogliamo la verità, qualunque essa sia, sulle attività nel poligono”, insiste dal 1997 Valentina Cao, portavoce del comitato Gettiamo le basi. Ed è una strada in salita, la sua: soprattutto quando afferma che “la dispersione di uranio impoverito, e altre sostanze tossico-radioattive, ha ucciso decine di persone e un numero incalcolabile di bestie”. Non è abbastanza, per le autorità italiane, che l’indagine affidata dal procuratore Fiordalisi a Maria Antonietta Gatti, responsabile del laboratorio dei biomateriali all’università di Modena, abbia certificato il 22 marzo “evidenze di profonda interazione tra le polveri generate dalle combustioni delle attività del poligono e la salute di uomini e animali”.

Non può bastare, alle autorità, che Gettiamo le basi abbia censito, con l’aiuto di medici ed esperti, almeno “27 militari e 43 civili morti o colpiti da tumori e leucemie varie, riconducibili in qualche misura al Pisq”. E neppure è sufficiente, che l’indagine di Fiordalisi sia partita dai dati shock di Giorgio Melis e Sandro Lorrai, veterinari alle Asl di Lanusei e Cagliari: anche se “nella loro relazione finale”, spiegano fonti di polizia, “si illustra che entro 2,7 chilometri dalla base di capo San Lorenzo a Quirra, circa il 60, 65 per cento dei pastori è stato colpito da tumori, mentre tra gli animali sono emerse frequenti malformazioni”.

Elementi al centro di infinite polemiche, nella provincia dell’Ogliastra. Certo, dicono i residenti, “lo Stato ha svolto vari monitoraggi, anche molto costosi e con risultati tranquillizzanti: ma nessuno garantisce certezze assolute”. Al contrario, nell’ultimo periodo il giallo di Quirra si è fatto più cupo: “Di recente”, ricordano a Gettiamo le basi, “il quotidiano “La nuova Sardegna” ha pubblicato le rivelazioni del capitano Giancarlo Carrusci, operativo al poligono di Quirra dal 1977 al 1992″. E dalle sue sette agende, consegnate agli inquirenti, risulta che nel 1988, durante un’esercitazione dell’Aeronautica della Repubblica federale tedesca, “un Tornado ha lanciato un missile Kormoran Due (a sentire il capitano) con uranio impoverito, il quale ha colpito un rimorchiatore ancorato in mare come bersaglio”.

Circostanze, ha scritto il 17 marzo Fiordalisi ai capi di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, che stridono con “le plurime dichiarazioni ufficiali fatte, nel corso degli anni, da autorevoli organi istituzionali italiani”, i quali hanno sempre garantito “l’assenza di alcuna notizia e autorizzazione” all’uso “di armi all’uranio impoverito in tutte le basi militari della Sardegna”, e in particolare “in quella del poligono di Quirra”. Ma non è questo il punto, ormai. Il dettaglio spiazzante, piuttosto, è che l’11 marzo il capitano Carrusci dichiara alla polizia che fino al 1992 quella da lui descritta “è stata l’unica occasione che conosco in cui è stato usato l’uranio impoverito”. E sarà certamente vero, ma dalle ultime verifiche della Procura, esce la notizia che l’Aeronautica tedesca, d’accordo con i militari italiani, dopo aver sparato nel poligono un missile Kormoran Due il 30 novembre 1988, ne ha lanciato un altro (ancora non si sa se all’uranio impoverito) il 23 ottobre 1989, che ha mancato il bersaglio “ed è finito sui fondali di fronte al poligono”.

Così parte il nuovo fronte dei riscontri investigativi: analizzando i filmati che riguardano i Kormoran. “Nel frattempo”, informa un militare del Pisq, “l’attività del poligono è stata spesso interrotta dai sopralluoghi dei magistrati e del Corpo Forestale, che hanno sequestrato aree a terra e a mare con missili, proiettili e materiali radioattivi (vedi box accanto)”. Mentre ulteriori novità, a breve, potrebbero arrivare anche dalle 18 salme di pastori che il procuratore riesumerà, il 20 aprile, per sottoporle al professor Marco Grandi, direttore della Scuola di specializzazione in medicina legale dell’Università di Milano.

“Cruciale”, dice Valentina Cao, “è che in questa brutta storia i riscontri avvengano senza pressioni su testimoni e tecnici”. Che dovrebbe essere scontato, come concetto: e invece non lo è affatto. Almeno a giudicare dall’sms che un sottufficiale della base di Teulada (anch’essa sotto accusa, in Sardegna, per il presunto nesso tra attività svolte e insorgere di tumori ) ha inviato il 5 aprile a un investigatore: “Oggi”, scrive, “all’alzabandiera il comandante della caserma (…) ha comunicato che è pervenuto un dispaccio dal Comando delle forze di difesa (a) Verona, (con) il divieto assoluto di parlare di uranio impoverito. Soprattutto con i giornalisti. Siamo alle minacce e ostacolo alla giustizia”.
Fino a quando, si chiedono i cittadini sardi, sarà questa la posizione dei militari?
di Riccardo Bocca, L’Espresso
ha collaborato Paolo Orofino


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