Mafia e Stato, basta silenzi

Le trattative con Cosa Nostra furono più d’una, a partire dal ’92. E i negoziati con i boss stragisti furono avviati sia dal centrosinistra sia da Berlusconi. I pm siciliani ne sono convinti. Ma la politica, tu guarda, non ricorda nulla.

Il silenzio avvolge le inchieste di Palermo e Caltanissetta sulle trattative fra Stato e Cosa nostra durante e dopo le stragi del 1992-93. Siccome da quei negoziati insanguinati nacque la Seconda Repubblica, sarebbe il caso di parlarne. Anzitutto per dire che se non fosse per due mafiosi, Brusca e Spatuzza, e per il figlio di un mafioso, Massimo Ciancimino, non ne sapremmo nulla.
I “servitori dello Stato” hanno parlato solo dopo di loro, anzi costretti da loro. E non tutti, visto che molti ancora non parlano e/o non ricordano. E qualcuno rischia la falsa testimonianza, o peggio.

Intanto a destra si gongola perché lo Stato trattò con la mafia sul 41-bis sotto i governi di centrosinistra di Amato e Ciampi, prima dell’ingresso in politica di Berlusconi. A sinistra si replica che, per la Corte d’appello di Palermo, Dell’Utri fu il tramite fra Cosa Nostra e Berlusconi fino al 1992 (l’anno di Capaci e via d’Amelio) e, secondo Spatuzza, Brusca e Ciancimino, anche nella stagione di Forza Italia.

Le due versioni paiono incompatibili, invece per i pm sono vere entrambe: le trattative furono più d’una. Nel 1992 (premier Amato, boss Riina), lo Stato tratta via Ros con Vito Ciancimino. Nel 1993 (premier Ciampi, boss Bagarella), tra maggio e novembre, il ministro della Giustizia Giovanni Conso toglie il 41-bis a 474 detenuti, fra cui molti mafiosi.

Intanto (Berlusconi in pole position, boss Provenzano) Dell’Utri muove le pedine per il “dopo”. E le stragi, come per miracolo, finiscono. Su quei fatti non c’è una sola verità istituzionale che regga. Mori e De Donno (Ros) raccontano che nel ’92 andarono a parlare con Ciancimino senza che nessuno li mandasse. Nicola Mancino (Interno) dice che non lo sapeva. Ma Claudio Martelli (Giustizia), lo sbugiarda: «Protestai con lui per la condotta dei Ros: perché prendono iniziative?».

Mori voleva portare Ciancimino dal presidente dell’Antimafia Luciano Violante, che rifiutò di riceverlo, ma per 17 anni si guardò bene dal dirlo. Conso, subentrato a Martelli nel febbraio ’93, giura che revocò i 41-bis «in solitudine», senza dirlo a nessuno, come captatio benevolentiae a Provenzano che aveva preso il posto di Riina ed era «contrario alle stragi».

Ma all’epoca non si sapeva nemmeno che Zu Binnu fosse vivo, né che avesse assunto le redini di Cosa Nostra, né che fosse contrario alle stragi. Infatti, interrogato nel 2002 a Firenze, Conso si era detto «sempre chiaro e convinto sul mantenimento del 41-bis». Solo sei mesi fa, in Antimafia, s’è ricordato di averlo revocato a centinaia di boss.

Anche la cronologia del ’93 lo smentisce. A maggio una nota del capo delle carceri Niccolò Amato chiede di alleggerire il 41- bis e Conso lo annulla subito a 140 a detenuti minori. A giugno Amato viene rimosso (diventerà l’avvocato di Vito Ciancimino): lui dice per volontà del capo della Polizia Parisi, del presidente Scalfaro, del segretario del Quirinale Gifuni e del solito Conso.

Ma Scalfaro non ricorda, Conso neppure, Gifuni nemmeno e Parisi è morto.

Dopo Amato, al Dap arrivano i giudici Capriotti e Di Maggio, che seguitano a sollecitare la linea molle. E a novembre Conso revoca il 41-bis a 334 mafiosi, contro il parere della Procura di Palermo (che, se fu consultata, non è vero che Conso non ne parlò con nessuno). Ciampi, allora premier, giura che Conso non gli disse nulla: anzi, il governo era pro 41-bis. E allora perché, dopo le revoche, Conso restò al suo posto e nessuno lo rimproverò? Anche Mancino sostiene che Conso lo tenne all’oscuro e lui seppe tutto dai giornali: criticò il collega, ma solo sulla stampa, senza dirgli nulla, «per rispetto della sua autonomia ».

Eppure già a settembre un rapporto dello Sco interpretava le stragi dell’estate come avance di Cosa Nostra per «una trattativa » con «canali istituzionali»: possibile che i ministri dell’Interno e della Giustizia ignorassero un rapporto di Polizia? Un bel quadretto di “servitori dello Stato” per celebrare degnamente l’Unità d’Italia. Che lo Stato abbia trattato con la mafia a nostra insaputa, l’avevamo capito da un pezzo. Ora questi signori vogliono farci credere di aver trattato anche a loro insaputa. La sindrome Scajola dilaga. Gli smemorati della trattativa.

di Marco Travaglio,  L’Espresso

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