Porcata di notte: Il Pdl occupa la Camera per la prescrizione salva-B. L’opposizione: colpo alla giustizia.

Un votificio ad personam. La Camera privata del Caimano sembra un’arena gladiatoria quando iniziano le prime votazioni nominali e il giovane vice del capogruppo del Pdl Cicchitto si alza in piede e dà le indicazioni. Si chiama Baldelli il berlusconiano preposto al compito. Pollice all’insù per spingere il tasto verde e approvare. Pollice verso per il rosso e respingere. Baldelli ripete la scena sei volte. E dove non arriva il pollice, alla massa di nominati del centrodestra, arriva la voce: “Rosso, rosso”, “Verde, verde”. Al banco del governo, anche i ministri eseguono fedelmente. Uno dei più diligenti è Giulio Tremonti, che stoicamente rimane col dito sul verde pure quando deve scostare la sedia e far passare una Brambilla trafelata andata fuori in cortile a fumare. Le tre di martedì pomeriggio, 12 aprile dell’anno 17 dell’era berlusconiana. La Camera dei deputati apre la sua terza settimana di passione per approvare una legge che serve al premier per ammazzare il processo Mills. Il cosiddetto processo breve. Una scena “imbarazzante” in tutto il mondo dice una deputata del Pd, De Torre: fuori ci sono le forze dell’ordine che circondano piazza Montecitorio, dentro ci sono “i ministri che hanno abdicato al loro ruolo di servitori del paese”. Tutti al servizio del Caimano. Sembrano scolaretti. Da sinistra verso destra, per chi guarda: Brunetta, Meloni, Brambilla, Carfagna, Romano, Tremonti, Alfano, Prestigiacomo, Gelmini, Rotondi. Poi viceministri e sotto-segretari. La maggioranza si avvia alla due giorni cruciale per “la legge ad Berlusconem” sull’onda torbida di paure e fibrillazioni.

UN MARTEDÌ che vede l’alba con le sensazioni opposte e contrarie degli eterni duellanti Tremonti e Letta, presunti logoratori del Cavaliere. Il ministro dell’Economia assicura, tramite il Corriere della Sera, che non c’è alcun complotto. Il sottosegretario di Palazzo Chigi, invece, profetizza “una settimana incandescente” e “una giornata difficile”. I vari Bruto che potrebbero dare la prima coltellata sono tutti in aula. A cominciare dallo stesso Tremonti. Che si aggira come un deputato al suo primo giorno di scuola, quando la discussione non impone la presenza. Addirittura raggiunge la presidente di turno Rosy Bindi e scherza con lei: “Rimpiango di non fare più il vicepresidente della Camera” (dal 2006 al 2008, ndr). Tremonti perlustra l’emiciclo in lungo e in largo. Si intrattiene a lungo con Scajola, altro sospettato di tradimento, poi incrocia Ghedini, l’inventore delle leggi-porcate. Infine esce e nel cortile fa gruppo con Enrico Letta e Walter Veltroni. Un falco berlusconiano osserva e dice: “Sul processo breve nessuno oserà fare scherzi ma bisognerà mantenere la guardia alta”.

IN AULA, il silenzio cala solo quando si vota. Al contrario gli interventi sono spesso fonte di ricreazione per la maggioranza. In alto a destra, un capannello attorno a La Russa, ministro-triumviro degli ex-An. In basso, altri deputati circondano Denis Verdini, vero capo del Pdl, che riferisce dell’incontro avuto con i Responsabili in mattinata: il rimpasto ormai è vicino e la terza gamba si trasformerà in partito, “Sudisti e popolari”, questo il nome. Per il momento, sudditi e impopolari. Si blinda tutto il blindabile. Giovedì sera viene convocata una cena dal capogruppo Cicchitto per sedare le risse interne, da Scajola alle tensioni dei ministri anti-tremontiani. In un’altra cena, lunedì sera a Lesmo, il Caimano ha invece fatto una battuta: “Sapete qual è stato il giorno più bello per Aznar, Blair e Clinton? Quando hanno lasciato la politica”. Alle prime votazioni mancano i neoarrivati libdem Tanoni e Melchiorre, la maggioranza comunque tiene per i soliti dieci, undici voti di vantaggio. Il trend è questo e rassicura gli ansiosi Cicchitto e Baldelli, che hanno spedito centinaia di sms per precettare i deputati. Si marca a uomo. Anche dentro Futuro e Libertà: qualche finiano paventa il rischio che già oggi Urso e Ronchi possano fare il grande ritorno dal premier, in teoria previsto tra il primo e il secondo turno delle amministrative.

L’OPPOSIZIONE si dà alla lettura della Costituzione, nobile ostruzionismo. Un articolo a testa, compresi i big. D’Alema recita l’articolo sui poteri del presidente della Repubblica, l’ottantasette. Chiosa: “Meno male che c’è Napolitano”. Non resiste al primo rigo dell’articolo successivo: il capo dello Stato scioglie le Camere. “Più che una lettura un auspicio”. La radicale Bernardini parla del carcere di Messina e, come nota Furio Colombo, il ministro Alfano pensa a fare una lunga telefonata. Anche i dipietristi leggono. Elencano i processi che saranno stroncati dalla nuova salva-B.: dal processo Cirio all’Ilva di Taranto, alla strage di Viareggio. Su quest’ultima , Alfano risponde che i reati di disastro colposo e omicidio plurimo si prescriveranno tra più di venti anni. La democrat Mariani non ci sta: “Alfano non ci convince. La scure della prescrizione assicurerà l’impunità ai responsabili. È una vergogna”.    Fini sospende per la capigruppo. Si va alla “notturna”. Sempre per salvare il premier. Il pd Giachetti chiede il voto segreto sull’articolo 3 della legge, quello che introduce la prescrizione breve ma il presidente della Camera dice no. Alle nove e mezza della sera, il capogruppo dei Responsabili mostra i muscoli alla Bindi, di nuovo alla presidenza: “Lei fa demogogia, questo è un dibattito stucchevole”. Si va avanti fino alle 23 e 30. Stamattina si riprenderà alle otto. Poi nella pausa pranzo una riunione del consiglio dei ministri. Tutto vero, non è uno scherzo, purtroppo.

di Fabrizio D’Esposito, IFQ

 

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