Abbiamo un condannato

Si discute molto, a Torino, sulla decisione del Pd di candidare alle comunali l’ex socialista Giusy La Ganga, che nel ’94, per vari episodi di Tangentopoli, patteggiò 20 mesi di reclusione e restituì 500 milioni di lire prima di lasciare la politica. Ferma restando l’inopportunità della candidatura, denunciata da Libertà e Giustizia, va ricordato che La Ganga fu il politico inquisito da Mani Pulite che si comportò meglio, o meno peggio: rinunciò all’immunità, non gridò al complotto, andò in Procura, confessò tutto e si fece da parte. Per 17 anni restò ai margini, ma siccome è malato di politica seguitò a farla senza incarichi nel centrosinistra. Ora si ricandida dopo aver pagato il conto con la giustizia e scontato una lunga quarantena: i cittadini saranno liberi di votarlo o di non votarlo, almeno alle comunali possono scegliere. Ma nel Pd torinese c’è un altro caso di cui si parla molto meno (anzi quasi per nulla) e invece merita più attenzione: la promozione di Giancarlo Quagliotti a “coordinatore politico” della campagna elettorale del candidato sindaco Piero Fassino. Chi è Quagliotti? Già dirigente “migliorista” del Pci torinese, divenne nei primi anni ‘80 capogruppo al Comune e nel 1983 fu coinvolto negli scandali tangentizi del “caso Zampini” e dei “semafori intelligenti” (dai quali fu prosciolto). Nel 1993 fu di nuovo indagato per una tangente di 260 milioni di lire dalla Fiat al Pds (avete capito bene: la Fiat pagava anche gli ex comunisti). E fu condannato a 6 mesi assieme al suo sodale Primo Greganti per finanziamento illecito. La mazzetta riguardava l’appalto per il depuratore del consorzio Po-Sangone. La confessò alla Procura di Torino un manager della Fiat Italimpresit, Ulrico Bianco: nel 1987 un vecchio funzionario del Pci era andato a batter cassa per “risarcire” il partito per gli appalti perduti dalle coop rosse: o sganciava 500 milioni, o il Pci si sarebbe messo di traverso nel Cda del consorzio, chiesto al Consiglio di Stato di annullare la gara e ostacolato la Fiat in altri appalti nelle zone più “rosse” del Torinese. La Fiat pagò una prima rata di 260 milioni e tutto filò liscio. Il manager che dispose il pagamento, Enso Papi, ammette pure lui l’episodio: il denaro approdò su due conti cifrati svizzeri, “Idea” e “Sorgente”, aperti rispettivamente da Quagliotti e Greganti. I due, a fine 1989, andarono in Svizzera e provvidero all’incasso e al rientro clandestino del denaro in Italia. A Milano, dove l’inchiesta è passata per competenza, il 1° marzo 1996 i due tesorieri occulti vengono condannati a 6 mesi di carcere: violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Nel ricorso in Appello, anziché spiegare perché mai avesse aperto un conto presso la Soginvest Bank di Lugano per incassare fondi neri, Quagliotti giura che della tangente non sapeva nulla. E aggiunge che, provenendo il denaro da una società estera (Sacisa, Fiat), la legge sul finanziamento dei partiti non vale. La Corte d’appello spazza via queste facezie e conferma le condanne: è provato che Greganti “aveva preso contatto con il Quagliotti e insieme a costui si era recato in Svizzera, dove aveva aperto un conto corrente, dal quale era successivamente transitata una parte della somma, che qualche tempo dopo aveva consegnato al primo; la residua parte della somma gli era stata data dal Quagliotti in due soluzioni, una di 50 e una di 80 milioni”. Se si fosse trattato di un normale contributo al partito, “non sarebbe stata necessaria la tortuosa e complessa procedura per farlo pervenire in Italia”. Sentenza confermata nel ’97 in Cassazione: “I fatti sono incontestabilmente provati” e cosí la “piena coscienza dei due imputati di concorrere in un finanziamento illecito”, dunque la loro colpevolezza per l’“accreditamento terminale di una somma al Pci a titolo di finanziamento occulto”. Oggi Quagliotti, oltre ai 6 mesi, ha 69 anni e Fassino 62. Comprereste da loro una candidatura usata?

di Marco Travaglio, IFQ

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