Il Redentore

Per incastrare B. non è necessario intercettarlo: basta lasciarlo parlare. Nelle dichiarazioni spontanee del 2003 al processo Sme, dov’era accusato di un bonifico da un suo conto svizzero a uno di Previti a uno di Squillante, tenne al tribunale una memorabile lezione su come si corrompe un giudice pagandolo cash: “Ma vi pare che, se uno versa 500 milioni destinati a un fine illecito, fa un versamento da conto a conto in modo che sia facilissimo ricostruirlo? Ma anche il più ingenuo dei manager sa che questa dazione illecita si deve fare con un versamento in contanti. Quindi la cosa più normale era che uno si mettesse la mano in tasca e tirasse fuori dei soldi senza nessuna registrazione”. Si capiva che parlava per esperienza. Infatti non gli venne proprio in mente di dire: ma vi pare che un uomo onesto come me possa anche solo pensare di corrompere un giudice? L’on. avv. Pecorella, seduto al suo fianco, sudava e pregava sottovoce che finisse presto. Poi lo prese di peso e, prima che confessasse anche il resto, lo trascinò via. Ieri, in passerella al processo Mediaset, B. s’è un po’ confuso, ha parlato di un altro, il processo Ruby. Da mesi un esercito di avvocati, parlamentari, giornalisti e intellettuali da riporto ripetevano a macchinetta che lui non lo sapeva che Ruby fosse una prostituta, anzi pensava che fosse la nipote di Mubarak. I più temerari (tipo Ferrara, Sgarbi e Squacquadanio) negavano addirittura che Ruby avesse mai fatto la prostituta, anzi “sono i pm che diffamano quella povera ragazza dandole della puttana”. Poi, tomo tomo cacchio cacchio, arriva lui. E, fresco come una rosa, se ne esce con un’altra confessione delle sue: “Pagavo Ruby perché non facesse più la prostituta e aprisse un centro estetico per la depilazione”. In pochi centesimi di secondo, vanno in fumo mesi di lavoro dei suoi trombettieri. Tutto da rifare. La nuova versione, per quanto tragicomica, non è nuova negli ambienti della papponeria. I mattinali sono pieni di gentiluomini che han visto Pretty woman e, sorpresi dalla polizia in un boschetto con la patta aperta e i soldi in mano in compagnia di certe tipe in abiti succinti, si travestono da redentori: “Tutto regolare, agente, stavo appunto pagando la signorina per salvarla dal marciapiede”. In ogni caso, senz’accorgersene, B. ammette che Ruby si prostituiva e lui lo sapeva. Tant’è che la pagava perché smettesse. Resta da capire perché, oltre ai soldi cash e alla buste di Spinelli, la riempisse pure di gioielli per centinaia di migliaia di euro. Da quando in qua si addobba una ragazza di collane, braccialetti, monili, orologi pregiatissimi perché apra un centro estetico? O forse era una gioielleria? Già che c’è, B. ripete pure che lui la credeva la nipote di Mubarak. Prostituta e contemporaneamente nipote. Meno male che Mubarak è un po’, diciamo così, impedito, altrimenti marcerebbe su Arcore per chiedergli spiegazioni: come ti permetti di insinuare che mia nipote batte i marciapiedi? Ma guardati la tua, di famiglia. Non vorremmo essere nei panni degli on. avv. Ghedini e Longo, costretti ogni giorno a ricalibrare la difesa in base agli ultimi deliri del cliente. Da ieri la loro Maginot si può riassumere come segue: B. riceve in casa sua una quindicina di volte una prostituta minorenne, che dopo eleganti bunga-bunga si ferma a dormire da lui; poi la copre d’oro per salvarla dalla prostituzione; poi la polizia la ferma per un furto e lui – avvertito da un’altra prostituta che ha il suo numero di cellulare perché lui sta cercando di salvare anche lei – chiama la questura per farla affidare alla Minetti che, per salvarla meglio, la consegna a un’altra prostituta; e lui, per essere più persuasivo, non dice che la ragazza va liberata perché è una prostituta minorenne che lui sta cercando di salvare, ma che è la nipote del presidente egiziano anche se è marocchina; e lui ne è davvero convinto, come del resto 314 deputati. Alla peggio, come al suo attentatore Tartaglia, gli danno l’infermità mentale.

di Marco Travaglio, IFQ

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