Al Giornale di famiglia a D’Alema e ai dalemiani applicano la regola delle targhe alterne. Nel senso che un giorno si attacca il Capo per via della vecchia storia degli Oak Fund. L’altro invece viene buono un Violante dialogante, da sempre vicino all’ex premier postcomunista, che ripete le stesse cose dette nel febbraio scorso Corriere della Sera. E cioè che bisogna fermare il “giornalismo di trascrizione che riempie intere pagine di notizie processuali, intercettazioni, gossip giudiziari”. Un giornalismo che “umilia la democrazia”. Il casus belli sono le tre intercettazioni di Berlusconi sul caso Ruby. Ma la sostanza del ragionamento di Violante non cambia rispetto a due mesi fa: “C’è un intreccio malato tra indagini e informazione. Cose del genere accadono solo in Sudamerica”.

PER RICORRERE a una metafora di qualche tempo fa, è scattata l’ora del genio-pontieri. Il Caimano che requisisce il Parlamento per difendersi dai processi non spaventa tutti nel-l’opposizione. La sindrome del dialogo è permanente, non scompare mai. Soprattutto quando il premier resiste, nonostante tutto. Violante, appunto. Ma anche Giuseppe Consolo, deputato di Futuro e Libertà e avvocato del presidente della Camera. L’altro giorno, Consolo, ha spiegato in aula il voto contrario di Fli al conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sul processo Ruby. Il suo intervento, però, non è piaciuto ai colleghi del suo gruppo che sono arrivati a definirlo “contraddittorio e imbarazzante”. La colomba finiana ha ribadito che “l’unica via da percorrere, conforme al diritto, sia quella di lasciare alla Camera di appartenenza la decisione che riguarda la qualifica di ministerialità dei reati”. Una posizione coerente, quella di Consolo. Su Ruby aveva già detto che “la competenza del caso è del Tribunale dei ministri” e nella giunta per le autorizzazioni, sempre sul conflitto, aveva votato contro solo per disciplina di partito. I falchi Fli temono che il suo ragionamento “porti all’improcedibilità nei confronti del pemier”. Interpellato dal Fatto, Consolo si difende così: “Sono tutte leggende e in ogni caso io voterei per l’autorizzazione a procedere perché non mi bevo la favoletta della nipote di Mubarak”. Lui no, ma la maggioranza sì. E così se si arrivasse al voto sull’autorizzazione a procedere, il Caimano la scamperebbe un’altra volta. Violante e Consolo, storie del genio-pontieri nell’era del berlusconismo. La vicenda dell’esponente democrat, oggi alla soglia dei settant’anni, è talmente eclatante che il sito di Dagospia lo sfotte come “Violante uno, Violante due”. Al primo Violante, magistrato in politica, Cossiga buonanima appiccicò il famigerato nomignolo di “piccolo Vishinnskij” per il presunto doppio ruolo, a detta del centrodestra, di capo delle toghe rosse e ispiratore del processo Andreotti per mafia. La metamorfosi nel ‘96, quando viene eletto presidente della Camera e fa un discorso d’esordio che tende la mano ai ragazzi della parte sbagliata di Salò. Da allora un crescendo contro “il partito dei giudici” che nel suo ultimo libro, Magistrati, devono essere sì “leoni” ma “leoni sotto il trono”. Il Violante due, nel 2002, fa pure una clamorosa rivelazione pubblica, in aula a Montecitorio, che ancora oggi costituisce il peccato d’origine dell’ex Pci, convinto che con il Cavaliere si potessero fare accordi (vedi la bicamerale di D’Alema). Disse Violante, rivolto al governo del Polo: “Se dovessi applicare i vostri criteri, quelli che avete applicato voi nella scorsa legislatura contro di noi, che non avevamo fatto una legge sul conflitto di interessi, non avevamo tolto le televisioni all’onorevole Berlusconi… onorevole Anedda, la invito a consultare l’onorevole Berlusconi perché lui sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso, nel 1994, quando ci fu il cambio di governo, che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’onorevole Letta”.

TRE ANNI FA , le parabole di Violante e Consolo s’incrociano sulla strada della giustizia. Violante aspira a un posto nella Corte Costituzionale e dialoga con Ghedini su una riforma della giustizia condivisa, con il controllo dell’azione penale e la separazione delle carriere. Agli ultrà berlusconiani però non basta. Per loro, l’accordo sull’esponente dalemiano deve contemplare un sì bipartisan al lodo Alfano. Il tira e molla finisce male. Niente Consulta per Violante. Nelle stesse settimane, tra l’estate e l’autunno del 2008, Consolo si dà da fare per un suo cliente illustre: il ministro Altero Matteoli. Per salvarlo da un’inchiesta della procura di Livorno, viene partorito il lodo Consolo, un ddl per l’immunità ai ministri. L’operazione non va in porto, ma il savacondotto a Matteoli arriva comunque con uno schema che potrebbe ripetersi con il Caimano: conflitti di attribuzione, ministerialità dei reati, Camera che nega l’autorizzazione a procedere.    Del resto, Consolo è un finiano che ha creduto sino in fondo alla pace tra “Silvio e Gianfranco”. Per recuperarlo, nel Pdl il suo nome è addirittura circolato come ministro della Giustizia. Consolo e Violante, sponde parallele al Caimano. Ieri, il berlusconiano di matrice radicale Calderisi incrociando Violante, ex presidente della Camera, gli ha detto: “Sapessi quanto ti rimpiango, tu non consentivi l’ostruzionismo sul processo verbale”.

di Fabrizio d’Esposito

 

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