I cazzari

Come volevasi dimostrare, tanto rumore per nulla. Il deposito dei brogliacci con quattro telefonate fra Papi e le Papi-girl non è un reato né un errore, ma – come abbiamo scritto ieri – un atto dovuto per legge a tutela dei diritti di difesa del premier. Una mossa “garantista” spacciata dai soliti cazzari per l’ennesimo agguato delle toghe rosse al povero Silvio. I fatti, ricostruiti per filo e per segno dal procuratore Edmondo Bruti Liberati, sono di una semplicità elementare. Da agosto a ottobre, quando l’indagine sul caso Ruby è agli inizi e B. non è ancora indagato (lo sarà solo a dicembre), vengono intercettate alcune ragazze del suo giro, tra cui la Minetti, che parlano con lui della faccenda. La polizia giudiziaria riassume nei brogliacci le parti più significative, trascrivendo quelle che potrebbero avere rilevanza penale, e via via le consegna alla Procura. I pm le usano per giustificare la richiesta di proroga delle intercettazioni delle ragazze. Poi, per uno scrupolo garantista che va ben oltre la legge, ordinano agli agenti di coprire con omissis i dialoghi in cui compare la voce del premier. Se alla fine decideranno di usarle contro B., le faranno trascrivere da un consulente tecnico per inviarle alla Camera e chiedere l’autorizzazione a utilizzarle nel processo. Ma a gennaio, tirando le somme per il giudizio immediato contro B., la Procura ritiene di aver abbastanza indizi: le intercettazioni, nei confronti di B., sono superflue; ma potrebbero rivelarsi utili nel processo-stralcio a Minetti, Fede e Mora. Infatti nel fascicolo del processo a B. non vengono allegate; nell’altro si vedrà e per questo non vengono distrutte. Ma bisogna avvertire gli avvocati di B. che esistono: vedi mai che Ghedini e Longo le ritengano utili alla difesa e chiedano al tribunale di acquisirle; o che un domani ne scoprano l’esistenza nelle carte dell’altro processo e accusino i pm di averle imboscate per ledere i diritti dell’illustre cliente. Perciò, in ossequio al Codice di procedura e alla legge Boato (intercettazioni indirette dei parlamentari), la Procura deposita i quattro brogliacci e tutti gli altri file audio ai difensori di B. Non dunque nel processo a B. (lì quelle intercettazioni sono inutilizzabili). Ma nel fascicolo riservato a Ghedini e Longo. Da quel momento gli atti non sono più segreti. E guarda caso finiscono sul Corriere, che parla di errore della Procura (“Le conversazioni non dovevano essere trascritte”). Secondo voi, se quelle carte le avevano solo i difensori di B., chi le ha passate al Corriere per farle pubblicare proprio alla vigilia della prima udienza? Si ripete il copione del 21 novembre ’94, quando l’entourage di B. soffiò al Corriere la notizia che il premier era indagato per le tangenti alla Guardia di Finanza, per poi strillare contro la fuga di notizie sul Corriere. L’altroieri, replay: anziché del premier imputato di concussione e prostituzione minorile, si parla dell’errore e/o abuso e/o reato della Boccassini. Cicchitto, Leone, Napoli, Quagliariello, Brambilla, Casellati, Santanchè (e dunque Sallusti) e altri noti giureconsulti arcoriani si scatenano, mentre un Ghedini insolitamente moderato se la prende più per la pubblicazione delle telefonate che per la trascrizione. Sul carro dei mestatori salgono le solite truppe indigene di complemento. Gli ascari. Violante (mega-intervista al Giornale): “Le intercettazioni non andavano messe agli atti dalla Procura e non dovevano finire sui giornali, serve una riforma”. Latorre (al Tg3): “Fatto gravissimo”. E persino Zanda (“Grave e negativo”) e Fini (“Atto sbagliato che non doveva accadere”). Ci casca pure Mentana, che mette sullo stesso piano l’inesistente “errore” della Procura e la vergogna del conflitto d’attribuzione appena votato dalla Camera dei servi. Poi Bruti Liberati dimostra che è tutto regolare, anzi doveroso. Ma nessuno se ne accorgerà. Sono vent’anni che questi picchiatori fanno così. Menano alla cieca il primo che capita, poi, quando si scopre che stanno menando la persona sbagliata, non è che si scusano: passano subito a menarne un’altra.

di Marco Travaglio, IFQ

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