Papi, Nicole e il tapis roulant del Parlamento

C’è una frase che dovrebbe chiarire una volta per tutte che uno scandalo pubblico è qualcosa di diverso da una faccenda di sesso privato. Se ancora ce ne fosse bisogno, e non dovrebbe essercene, poiché ormai anche i bambini hanno capito cosa succedeva dentro alla villa di Arcore e che il Bunga Bunga non è un fatto “privato” del presidente del Consiglio solo perché avveniva nelle sue residenze “private”.    Se ancora ce ne fosse bisogno, ma evidentemente ce n’è bisogno, perché ancora si continuano a leggere dichiarazioni cerchiobottiste (si vabbè, non è proprio un comportamento esemplare, ma insomma saranno fatti suoi quello che uno fa a casa sua), intorcinate difese ad personam (neopuritani di stretta osservanza rivendicano il diritto ad azioni libertine come purificazioni escatologiche dell’anima dalle fatiche della vita politica) e ridicoli tentativi di deligittimazione giudiziaria (queste intercettazioni sono illegittime, fatti tutti da provare, niente di penalmente rilevante e tutto il repertorio che ben conosciamo).

C’È INVECE questa frase che spiega molte cose. Eccola. Berlusconi parla al telefono con Nicole Minetti: “Come sta la mia consigliera bravissima? Mi parlano tutti così bene di te, amore. Tutti quelli della Lega, i nostri (…). Così poi quando ci sono le elezioni vieni in Parlamento”.    Nicole Minetti è una ragazza che studia per igienista dentale. Dopo qualche apparizione in programmi Mediaset viene magicamente catapultata dai banchi dell’Università del San Raffaele direttamente su quelli del Consiglio regionale della Lombardia. Formalmente eletta (ma usare questo termine è davvero improprio) nelle file del Pdl, in verità imposta da Berlusconi nel listino ristretto (cioè tra i candidati che passano di sicuro) con parere negativo dello stesso governatore lombardo Roberto Formigoni, casto ciellino che ingoia il rospo perché si può bofonchiare in sottofondo, ma meglio non protestare con il capo quando si parla di donne.    “La mia consigliera bravissima… mi parlano tutti così bene di te… amore… sarai con me in Parlamento”. Togliamo queste frasi dal contesto italiano del Bunga Bunga e mettiamole in bocca a un qualsiasi altro leader europeo. Viene da ridere, ma proviamoci. Immaginiamo David Cameron che si rivolge in questi termini a una sua compagna di partito e immaginiamo i titoli dei giornali britannici il giorno dopo. Per par condicio, facciamo lo sforzo di pensare una Merkel che promette un seggio a un giovane consigliere della Cdu, neanche trentenne, diplomato aiuto dentista, ma così ben palestrato e con gli occhi azzurri.

MA NELLO STATO zimbello d’Europa questa frase pare normale. Già ci sono quelli che gridano alla giustizia ad orologeria e chi per difendere l’indifendibile dice che anche gli uomini vengono selezionati con gli stessi criteri. Non se ne dubita, al peggio non c’è mai fine. Ma questa frase è il suggello del sistema di potere berlusconiano. Quello che prima sospettavamo, adesso lo sappiamo. La “mignottocrazia” prende forma. “Ma tu c’hai le poppe? Manco io c’ho le poppe, c’ho le bretelle. Tutti e due non abbiamo le poppe e perciò nessun futuro, nessuna prospettiva nel Pdl”. Questo rispondeva il potente coordinatore di Forza Italia Denis Verdini, alle proteste di un condidato pugliese depennato per far entrare in lista Barbara Matera, una delle tre famose euroveline sopravvissute al bianchetto dopo la sparata di Veronica contro il ciarpame senza pudore.

SARANNO i giudici a capire quale fosse realmente il ruolo di Nicole Minetti nella gestione delle decine di ragazze che andavano e venivano da Arcore. Lei dovrà spiegare come mai il premier la spedisce di notte in Questura a recuperare e tirare fuori dai guai quella pasticciona minorenne di Ruby. Sarà la magistratura a capire a che titolo Berlusconi ha dato dei soldi a un consigliere regionale, se per ricompensarla di qualche servigio o per affetto, per amicizia o altro. Ammesso che riusciranno mai a processarli, lasciamo ai giudici il giudizio penalmente rilevante sulla faccenda.    Ai nostri fini ci basta poter dare il nostro giudizio penalmente irrilevante.

di Caterina Soffici, IFQ

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