Roger Scruton: «È più saggio chi vede nero».

IL PESSIMISTA, SI SA, non piace. Fa antipatia. E come ricorda il mito di Cassandra, la sua visione del mondo stenta a esser accettata. Gli uomini preferiscono mostrarsi inclini all’ottimismo, vaneggiare utopie sociali, piuttosto che attenersi a un cauto e coscienzioso pessimismo che potrebbe aiutare a calibrare la natura dei nostri limiti. Questa la tesi del filosofo Roger Scruton, su cui ha pure scritto il libro The uses of pessimism. Non nuovo a posizioni originali che fanno discutere (è autore di fortunati volumi, fra i quali: Guida filosofica per tipi intelligenti e Il manifesto dei conservatori, entrambi da Raffaello Cortina; nonché La bellezza. Ragione ed esperienza estetica per Vita e pensiero), Scruton esplora impietosamente i pericoli della falsa speranza. Soprattutto quando si snodano lungo una sfilza di errori storici che, passando per Hitler, Mao, Stalin e Mussolini, arrivano fino al terrorismo islamico.    La radice originaria di tutti questi eventi sarebbe l’atteggiamento rivoluzionario dell’uomo moderno, aggrappato a un “Io” maiuscolo, nichilista, sinonimo di volontà di potenza, sopraffazione. A tale atteggiamento distruttivo Scruton contrappone il valore di un “noi”, che da parte sua incarna storia e tradizione; e che, unito alle virtù del perdono e dell’ironia filosofica, rappresenta un buon antidoto contro ogni esaltazione ottimista e sconsiderata della realtà in cui viviamo.    Nello specifico la base su cui poggiano tutte le culture libertarie – da Marx ai Sessantottini – sono le affermazioni fatte da Rousseau nel Contratto sociale: la liberazione dell’essere umano può aver luogo solo quando si rimuovono tutti gli ostacoli sociali e storici che gli impediscono di spiccare il volo verso la sua purezza originaria. Costi quel che costi. E, appunto, qui sorge il problema.    Al contrario della favola roussoviana, la libertà non è uno stato originario, bensì una conquista, che può esser illustrata attraverso la figura hegeliana del servo-padrone. È lecito dunque parlare di avversione culturale all’Illuminismo francese da parte di Scruton, in passato schierato dalla parte dell’antigiacobino Edmund Burke? «Non sono anti-moderno, come si potrebbe credere. Semplicemente contesto la visione di una modernità nata dalla Grande rivoluzione. Direi piuttosto che l’89 francese ha marcato il punto finale di arrivo e una falsa visione tanto del governo che della realizzazione personale. Il mainstream della modernità, a mio avviso, è da individuare piuttosto nel processo iniziato nel 1688 in Inghilterra e ha portato alla Rivoluzione americana. La Bastiglia ha causato Napoleone, che ha distrutto l’Europa e aperto le porte alla vendetta tedesca – alle due guerre mondiali, all’Unione europea… tutti disastri!».    Lieve con la religione («non è un’illusione, bensì una necessità»), impietoso con la tradizione progressista. Ma davvero Scruton non salverebbe nulla della cultura storica della sinistra, liberale o socialista che sia? «John Stuart Mill per il concetto stesso di libertà. E il Marx dell’analisi del feticismo delle merci. Quello che rimprovero al pensiero della sinistra riguarda i due punti che lo dominano: l’ossessione dell’eguaglianza, che credo sia semplicemente una chimera, e il desidero di cambiare tutto prendendo il controllo dall’alto. Il mio ideale di ordine politico è rappresentato al contrario da una soluzione collettiva ai conflitti sociali, che emerge spontaneamente dalla mano invisibile, partendo da iniziative e associazioni locali». L’analisi di Scruton condanna dunque i liberals di oggi, che delegano alla sfera pubblica la capacità regolativa, incarnata dallo stato, ma non ammettono ingerenze alla libertà privata. Al contrario, con Adam Smith e il liberalismo delle origini, Scruton indica la strada della moralità del singolo come vincolo fondante di una società libera di proiettarsi nel dominio pubblico attraverso lo strumento della libertà economica.    Anche scendendo al concreto dall’astrattezza    delle posizioni ideologiche, il suo attacco ai diritti delle minoranze e al multi-culturalismo non può che far discutere. «La mia critica mira a mostrare che – mettendola in termini filosofici – non otteniamo un bene maggiore aggregando beni minori. Per esempio l’aragosta è buona, il cioccolato e il ketchup pure, se presi singolarmente. Ma magari cotti insieme fanno schifo. Lo stesso accade con i diritti delle minoranze e il multiculturalismo, che vorrebbero unire elementi pur validi ma non adatti a stare insieme». Poi un riferimento all’attualità: «come Merkel e Cameron hanno recentemente indicato, il multiculturalismo ha fallito nell’intento di produrre un nuovo “noi” – precisamente perché non ha offerto un nuovo centro di lealtà civile per le comunità di migranti, e li ha tenuti legati a un altro luogo. I diritti delle minoranze rappresentano un’offensiva contro la sola nozione coerente di diritto che conosco, quello degli individui di proteggere sé stessi dall’invasione». Per questa ragione «alla follia del melting pot contrappongo la “monocultura”, ovvero il precipitato di un processo che si è sviluppato nel tempo e che sia flessibile e tollerante verso le differenze. Ma che chiede una cosa sopra le altre, ovvero l’obbedienza alla legge e ai costumi di una società libera». Il tema di sicuro scotta. In ogni caso, il saggio uso del pessimismo fa bene anche alla vita quotidiana: «L’atteggiamento che propongo consiglia di non aspettarsi troppo dagli altri, pur riconoscendo che la nostra realizzazione dipende proprio da loro. Quello che consiglio per attingere la felicità consiste in un esercizio basato su umiltà, obbedienza e accettazione. Tutto il contrario della smisurata affermazione dell’“io” che la cultura moderna ha imposto». Parola, controcorrente, di Roger Scruton.

di Andrea Valdambrini, Saturno

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