Mediatrade, solo in 100 rispondono all’adunata pro-B. Che non trova nemmeno il microfono

“Ah, lei è quello cattivo!”. Così Silvio Berlusconi si rivolge al magistrato Fabio De Pasquale, esibendo un sorriso a 32 denti che vorrebbe forse fargli dimenticare quel “famigerato” che gli aveva regalato solo cinque mesi fa. È iniziata così, ieri mattina a Milano, l’udienza preliminare (e dunque a porte chiuse) del processo Mediatrade, in un Palazzo di Giustizia blindato da polizia e carabinieri. Fuori i fan si erano dati appuntamento attorno al gazebo dei “Promotori della libertà”. Un flop. Solo un centinaio di persone ha risposto alla chiamata degli organizzatori, ai giri di telefonate, ai 600 sms inviati per raccogliere il popolo di Silvio attorno al capo che è tornato in tribunale, otto anni dopo lo show delle dichiarazioni spontanee al processo Sme del giugno 2003. Ed è tornato sul predellino: prima di allontanarsi dal Palazzo di Giustizia, ha salutato i sostenitori issandosi sulla sua auto blindata.    Berlusconi è arrivato a Palazzo di Giustizia alle 9.46 e assieme ai suoi avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo è salito al settimo piano, per l’occasione reso inaccessibile a giornalisti e curiosi. Là lo attendevano i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro e il giudice dell’udienza preliminare Maria Vicidomini, che dovrà decidere se rinviarlo a giudizio per frode fiscale e appropriazione indebita.

IL PROCESSO Mediatrade-Rti è una costola dell’inchiesta Mediaset. Secondo la procura, l’acquisto in Usa di prodotti tv, film e telefilm, avveniva con una serie di passaggi intermedi che ha gonfiato i costi finali, ha generato illecitamente fondi neri all’estero fino al 2005 e ha realizzato una frode fiscale fino al 2009. Colonna portante di questo meccanismo era il produttore Frank Agrama, amico di Berlusconi e in affari con lui fin dal 1976. Ad Agrama la procura ha sequestrato, nell’ottobre 2005, 100 milioni di dollari (diventati ora, con gli interessi, 127) sui conti in Svizzera della sua Wiltshire Trading di Hong Kong. Il denaro, secondo i pm, sarebbe anche di Berlusconi, perché il produttore è accusato di essere un suo socio occulto. Sono imputati in questo procedimento anche il presidente e il vicepresidente di Mediaset, Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi. Accusati di riciclaggio, invece, il direttore generale di Mediaset, Giovanni Stabilini, e il banchiere della Arner Bank Paolo Del Bue: avrebbero, secondo l’accusa, ripulito i soldi ottenuti con le false fatturazioni di Mediaset, per girarli all’“utilizzatore finale” Berlusconi.    Quella di ieri era un’udienza tecnica, per stilare il calendario dei lavori (accettate le date del 4 aprile e del 2 e 30 maggio). La presenza di Berlusconi non era dunque proprio necessaria. Ma il presidente del Consiglio ha voluto presentarsi: per poter forse essere assente, in futuro, a udienze più operative e processi più imbarazzanti, come quello sul caso Ruby.    Prima di andare in aula, Berlusconi aveva dato le sue spiegazioni al programma La telefonata di Maurizio Belpietro su Canale 5. “È l’ennesimo tentativo per cercare di eliminare il maggiore ostacolo che la sinistra ha nella conquista del potere. Accuse infondate e ridicole. Io non mi sono mai occupato di diritti tv. E dal 1994, quando sono sceso in politica, mi sono allontanato dalle aziende che ho fondato”. Poi Berlusconi ha dato i numeri: “Ho subìto 24 processi che si sono conclusi tutti con archiviazioni e assoluzioni con formula piena per non aver commesso il fatto. Ora me ne restano sei nel penale e uno nel civile, con oltre mille magistrati che si sono occupati di me”.

IN REALTÀ i processi subìti sono 20, i magistrati poche decine e le “assoluzioni” sono cinque per prescrizione, due per amnistia, due per depenalizzazione del falso in bilancio. In più, in un paio di processi hanno pesato anche le testimonianze false e reticenti dell’avvocato David Mills, ripagato con un regalo di 600 mila dollari.    Ma i pochi fan davanti al Palazzo di Giustizia lo hanno acclamato: “Silvio, Silvio!”. E hanno inveito contro i magistrati e la loro “persecuzione politica”. Salito sul predellino della sua Audi, con un giubbotto antiproiettile appoggiato sulle spalle da uno degli uomini della scorta, Berlusconi, visibilmente affaticato e con più fondotinta del solito, ha cercato un microfono per parlare ai suoi. Invano. Nel gazebo del Pdl non l’hanno trovato. Berlusconi ha allora pronunciato poche parole: “È andata bene, sarò in aula la prossima udienza”. Ha glissato le domande dei giornalisti su Ruby: “Questo è un altro processo”. E poi via a tutta velocità. Cupo un consigliere regionale lombardo: “Non è possibile, era incazzato nero, come si fa a non aver pensato al microfono?”.

di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali, IFQ

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