Quelli che… “A Milano la mafia non esiste”

Da sessant’anni le cosche fanno affari (in silenzio) nella “capitale morale”. Un libro ci spiega come.

Una lettera che riempie una pagina del Corriere della Sera. “Omertà sulla ‘ndrangheta. La Lombardia reagisca”, dice Giuseppe Pignatone capo della Procura di Reggio Calabria. Ieri nessuno degli amministratori lombardi ha pensato di darvi risposta. È così: nonostante gli arresti e le inchieste, a Milano, per i responsabili dell’ordine pubblico, la mafia “non esiste”.    Ma insomma, a Milano questa mafia esiste o non esiste? Incredibilmente, nonostante la montagna di inchieste, arresti, processi contro centinaia di capi e soldati, ancora negli anni Duemila c’è chi nega o minimizza il problema. Soprattutto ai massimi livelli politici e amministrativi. Il 21 gennaio 2010 suscitano sconcerto le parole del prefetto Gian Valerio Lombardi davanti alla Commissione parlamentare antimafia, arrivata in città per un giro di incontri istituzionali. Le audizioni sono a porte chiuse, ma le agenzie di stampa diffondono un’indiscrezione: “A Milano e in Lombardia la mafia non esiste. Sono presenti singole famiglie. Ciò non vuol dire che a Milano e in Lombardia esista la mafia”. La formula è decisamente infelice, fa tornare in mente certi vecchi politici siciliani. Il prefetto è travolto dalle polemiche, dagli uffici di corso Monforte filtreranno poi le “interpretazioni autentiche” del suo pensiero. Intendeva dire che in Lombardia le organizzazioni mafiose ci sono, ma agiscono più come imprenditori che come criminali . Proprio in quel momento, però, sono in pieno svolgimento alcuni procedimenti penali contro presunti affiliati alla ‘ndrangheta accusati di aver sì fatto affari, ma con i metodi della violenza e dell’intimidazione.    Per esempio il processo Cerberus sul monopolio del movimento terra nei cantieri conquistato dal clan Barbaro-Papalia, o l’inchiesta sugli appalti dell’Alta velocità ferrovia-ria e altri business lucrosi finiti al presunto boss Marcello Paparo. Casi in cui la distinzione tra coppola e colletto bianco non ha senso.    Lo stesso pomeriggio, il prefetto Lombardi consegna alla Commissione antimafia una relazione riservata molto meno tranquillizzante. Eccone un brano: “Nonostante nell’ultimo decennio si siano susseguite vaste e penetranti operazioni di polizia (…) i sodalizi criminali hanno subito mostrato grande attitudine alla riorganizzazione e alla rigenerazione dopo le perdite subite, grazie all’apporto di nuovi soggetti trasferiti nel nord del paese qui arrivati per rimpiazzare i membri della struttura criminale colpiti da provvedimenti restrittivi. L’organizzazione si connota nell’accertata capacità di muoversi senza particolari difficoltà sul terreno del riciclaggio, grazie a consolidati rapporti con esponenti del mondo bancario, finanziario e istituzionale”. Attraverso il lavaggio dei capitali sporchi, scrive ancora il prefetto, la ‘ndrangheta si inserisce “insidiosamente nel tessuto economico legale, grazie all’esercizio di imprese all’apparenza lecite”. Segue mappa aggiornata della presenza capillare di clan calabresi e siciliani – famiglie insediate da generazioni, non singoli mafiosi – in città e nei comuni di mezza Lombardia. (…)    Il sindaco Letizia Moratti sceglie una via consolatoria: “Io parlerei più che di infiltrazioni mafiose di infiltrazioni della criminalità organizzata”. Sembra avere paura, anche lei come tanti suoi predecessori e come certi colleghi delle città del sud anni prima, di pronunciare la parola tabù, di accostare il termine “mafia” alla città di Milano. Eppure, all’alba dell’anno 2010, avrebbe a disposizione migliaia di pagine di documenti che dimostrano come i criminali “organizzati” presenti nella metropoli e nell’hinterland siano proprio mafiosi a tutti gli effetti, perfettamente inseriti nelle gerarchie e nelle alleanze delle cosche, soprattutto calabresi e siciliane.

di Mario Portanova Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, IFQ

Piazza affari a Milano con l'installazione di Cattellan

 

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