Bisbetiche domate. E bastonate

Breve storia della violenza coniugale, dalla “strage delle adultere” allo stalking

Si racconta che un giorno a Saragozza il re Alfonso fu supplicato da una donna affinché intervenisse in suo favore ponendo un limite all’eccessiva frequenza dei rapporti sessuali richiestile dal marito. Pur stupito, il re pose il tetto di sei contro i trentadue pretesi dal consorte. La fonte (Pierre de Bourdeille) ometteva di precisare un particolare: in quale lasso di tempo. Ma il caso stava a dimostrare come i diritti e i doveri del talamo nuziale fossero usciti dalla sfera morale per divenire un problema pubblico.    A partire dal Basso Medioevo e per tutta l’età moderna la questione del debito coniugale fu un capitolo ineludibile di ogni trattazione intorno al matrimonio. I giuristi si impegnarono intensamente a trasferire categorie e nomenclature del diritto di proprietà sul rapporto coniugale. I teologi disciplinarono i dettagli più minuti delle prestazioni del debito. Fiorirono sul punto rigogliosi dibatti, talora fantasiosi ed eleganti. Ma mai innocui. E vennero elaborati ragionevoli parametri quantitativi, soprattutto sulla base dell’età. Se fra i 20 e i 45 anni si giudicava accettabile una frequenza di due volte alla settimana, fra i 45 e i 55 anni ci si poteva accontentare di una volta al mese. Il rifiuto del coniuge riottoso poteva essere perseguito d’ufficio, soprattutto nel caso in cui creasse scandalo, e sanzionato sino alla scomunica. Lo ius in corpus originato dal matrimonio generava insomma una sorta di titolo di possesso, che nell’amplesso a fini procreativi riconobbe il proprio fulcro dal momento in cui il rapporto coniugale divenne, col cattolicesimo, un sacramento. È questo uno degli snodi centrali nel-l’ultimo lavoro di Marco Cavina Nozze di sangue, una storia culturale della violenza domestica, costruita scavando su codici, trattati, manuali per la confessione, testi letterari.    Si trattò certo di formalizzazioni che si innestavano nell’alveo della famiglia patriarcale. Esse si configurarono nondimeno come solidi pilastri per garantire l’impunità della violenza coniugale occultandone l’anima nera. Ben oltre l’Antico Regime. Da questa visione nasce, ad esempio, l’ammissibilità dello stupro all’interno delle pareti domestiche, riconosciuta per secoli da tribunali civili ed ecclesiastici, a patto che l’atto si svolgesse «secondo natura» e non fosse praticato per lussuria extra vasum con finalità non procreative. Di qui anche il potere del marito di uccidere la moglie fedifraga o, nei migliori dei casi, di ricorrere alla rasatura dei capelli, alla flagellazione, alla reclusione in convento. Una vera e propria «strage di adultere» attraversò il Medioevo e l’età moderna, nonostante insigni canonisti come Burcardo da Worms e celebri teologi come Guibert de Nogent invitassero alla moderazione invocando il giudizio di Dio sull’uomo che si fosse macchiato di uxoricidio.    Intorno all’idea del potere maritale si coagulò un immaginario dominativo che nella cintura di castità trovò uno dei miti patriarcali più noti, anche se storicamente meno concreti. La «braga de fero» fu un’invenzione letteraria di indubbia efficacia simbolica: la moglie non aveva il possesso dei propri organi sessuali, la cui «chiave» era riposta nelle mani del marito che poteva usare per «aprire» la sua donna, proprio come una casa o uno scrigno di gioielli. Ma le radici più severe della tirannide maritale allignarono nella cultura popolare. Per secoli consuetudini e norme locali riconobbero ai mariti il potere di «bastonatura» delle mogli a fini correzionali, sanzionando – e neanche sempre – solo gli atti che giungevano all’omicidio o alla mutilazione. Tuttavia, come recitava un proverbio francese, «non appena il marito percuote la moglie, il pube di lei se la ride» al pensiero – si intende – di futuri piaceri. Le violenze potevano innestare insomma adulterii di ritorsione. E poiché, lo insegnava anche Seneca, ogni adultera è un’avvelenatrice, le paure di una società maschilista si condensarono nell’archetipo della «moglie avvelenatrice».    Fra Otto e Novecento la violenza domestica di stampo patriarcale è venuta affievolendosi nel mondo occidentale, erosa dalle critiche degli intellettuali, dai consigli degli uomini di Chiesa e soprattutto, secondo Cavina, dall’arte dei legislatori. Il campo delle aggressioni «lievi», svolte sul piano psicologico e perseguibili per legge, si è enormemente allargato sino a comprendere negli ultimi decenni lo stalking e il mobbing, denunciati non di rado anche da mariti perseguitati. Nella società globalizzata la «moglie bisbetica» finisce in tribunale. Eppure, fra simulacri antichi e dinamiche nuove, la violenza coniugale è lungi dall’essere estirpata.

di Lucia Ceci, Saturno

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