900 milioni di debiti a Don Verzé serve un miracolo

Ai bei tempi amava ripetere che i debiti e le perdite sono affari del suo socio di maggioranza, che poi sarebbe (dice lui) nientemeno che Dio. Ma ormai il proverbiale buonumore di don Luigi Verzé non basta più a tenere lontani i problemi finanziari che stringono d’assedio la sua creatura, il grande business ospedaliero targato San Raffaele. E neppure la strettissima amicizia che lo lega a Silvio Berlusconi riesce a metterlo al riparo dall’onda lunga della crisi di bilancio. Così, dopo le voci e le indiscrezioni che da tempo circolano negli ambienti bancari, ieri don Verzé, 91 anni appena compiuti, ha ammesso che il gruppo sta studiando un riassetto delle attività per far fronte ai problemi finanziari.

ORMAI I DEBITI hanno superato i 900 milioni di euro e allora servono interventi straordinari per riportare in linea di galleggiamento i conti della Fondazione Monte Tabor, la cassaforte finanziaria a cui fanno capo gli ospedali. Visto che Dio, socio di maggioranza del gruppo, per il momento non si è fatto vivo, don Verzé ha pensato bene di affidarsi agli specialisti della finanza. In primis a Carlo Salvatori, 69 anni, già al vertice di Intesa, Banca di Roma Unicredit e da ultimo Unipol, lasciata nel 2010 per approdare alla presidenza della banca d’affari Lazard in Italia. Al banchiere cattolico, a cui sono attribuite simpatie per l’Opus Dei, toccherà studiare un piano, recita il comunicato ufficiale, di “ristrutturazione societaria, organizzativa e finanziaria”. Snodo centrale dell’intervento sarebbe la creazione di una nuova società per azioni a cui verrebbero trasferite le attività ospedaliere. Ed ecco, allora, la sorpresa del giorno: la neonata spa sarebbe aperta all’ingresso anche di nuovi soci. Come dire, per far fronte alla crisi la Fondazione Monte Tabor cerca l’aiuto di azionisti esterni. È la prima volta nei 40 anni di storia dell’istituzione. La svolta di questi giorni arriva al termine di un percorso molto accidentato. Nei mesi scorsi i manager di don Verzé avevano già contattato molti grandi istituti di credito per studiare un piano di rientro soft dai debiti. Tra le banche coinvolte, in prima fila c’è Intesa, grande finanziatore del gruppo ospedaliero. E dai negoziati con i maggiori finanziatori sarebbe alla fine emersa la soluzione di aprire le porte a nuovi soci.

L’ANNUNCIO di ieri rompe una tradizione fatta di annunci roboanti e piani d’espansione. Il San Raffaele da tempo è impegnato a sviluppare due nuovi centri ospedalieri da aggiungere al polo originario nato alle porte di Milano. C’è il San Raffaele del Mediterraneo, il nuovo ospedale destinato a sorgere a Taranto con i finanziamenti della regione Puglia presieduta da Nichi Vendola. E poi di nuovo al nord c’è il progetto del centro ricerche Quo Vadis, in Veneto, specializzato nelle ricerche genetiche. Obiettivo dichiarato: allungare gli orizzonti di vita dell’umanità. “Puntiamo ad arrivare a 120 anni d’età”, ha più volte ripetuto Berlusconi con inneggiando all’opera del suo amico don Verzé. Progetto ambizioso, non c’è che dire, ma d’altra parte il prete imprenditore ama ripetere che “non è il denaro a fare le idee, ma le idee a fare il denaro”.    Adesso però non c’è più tempo. I soldi servono in fretta. E quindi oltre ad accogliere a braccia aperte eventuali nuovi azionisti don Verzé è pronto a mettere in vendita anche l’argenteria di famiglia. Immobili, tanto per cominciare. E poi anche partecipazioni finanziarie e le attività non strettamente legate al business ospedaliero. Negli anni infatti il gruppo San Raffaele si è lanciato nei più disparati investimenti, alcuni piuttosto sorprendenti. La Fondazione del Monte Tabor ha comprato piantagioni di mango in Brasile, alberghi e terreni in Sardegna, perfino un jet controllato da una società con base in Nuova Zelanda. Solo che, tirando le somme, queste attività hanno fin qui creato solo perdite. Il solo leasing sull’aereo, un Challenger 604 gestito da Fininvest, è costato nel 2009 oltre 10 milioni di deficit. Non va bene neppure la Molmed, società di ricerche quotata in Borsa di cui il Monte Tabor è azionista di riferimento. Ora tutto, o quasi, è in vendita. In attesa che arrivino anche i nuovi azionisti. In attesa che si faccia vivo Dio, le banche scommettono su Berlusconi.

di Vittorio Malagutti, IFQ

Don Luigi Maria Verzé, 91 anni, è da sempre in stretti rapporti con Berlusconi (FOTO ANSA)

2 commenti to “900 milioni di debiti a Don Verzé serve un miracolo”

  1. Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Ricordiamoci dei contrasti tra il “nostro” ed il Cardinale Montini all’inizio della “meritoria” attività del nostro eroe.

  2. Dal portale Indymedia
    http://piemonte.indymedia.org/article/12322

    Don Verzè sull’orlo della bancarotta.

    Oltre 1 miliardo di Euro. Il padre spirituale del Berlusca & Pollari con l’acqua alla gola per un dissesto colossale.

    Ha fondato e poi sfondato (di debiti) l’Ospedale San Raffaele di Roma e Milano, tempi mondiali della medicina e della sofferenza. Ora al manager di Dio rimarranno solo queste ultime (le “sofferenze” … economicamente parlando).

    Che c’hanno in comune il premier Silvio Berlusconi, il generale dei servizi segreti Nicolò Pollari, il Vaticano, e notissimi politici, banchieri ed imprenditori? Un arzillo vecchietto (ora pieno di puffi) che si chiama Don Luigi Maria Verzè.

    Accanto alla sede del Parco biomedico del San Raffaele a Mostacciano, sorge una graziosa villetta ch’era di proprietà della Fondazione di Don Verzè e che venne affittata al servizio d’intelligence militare (Sismi) per le sue attività segrete. La cosuccia/casuccia, era così carina che Nicolò Pollari, generale della Guardia di Finanza a capo del Sismi (nonché grande amicone del prelato manager) la volle tutta per sé, cattandosela per 4 soldi.

    La Villa di Mostacciano (zona EUR) del Generale Nicolò Pollari, è disposta su quattro livelli, 24,5 vani catastali: due ingressi, due saloni, sei camere, due soggiorni, cinque bagni, due vani guardaroba, lavanderia e garage, tre terrazze, giardino di 1.400 metri e una bella piscina con trampolino. La villa fu comprata nel 1994 dal San Raffaele del Don a un prezzo di 2 miliardi e 400 milioni (più del doppio di quanto l’ha pagata Nicolò Pollari).

    Pare che di (“proficui”) affaroni come questi Don Luigi Maria Verzè ne abbia fatti tanti. Questo spiegherebbe (almeno in parte) come mai il San Raffaele ora si trova sull’orlo del crak. L’impero di don Luigi Verzé, che fa capo alla Fondazione San Raffaele del Monte Tabor, con sede in Via Olgetttina 60 – Milano si sta letteralmente sbriciolando come la statua del gigante dai piedi d’argilla (poco più in là al civico 65 della stessa via c’è il palazzo delle veline Bunga Bunga). Per raccoglierne i cocci forse non basterà più neanche dismettere i numerosi assets immobiliari per fare cassa. Nella lista delle dismissioni figurano: Oasis Aministracao Ltda, Soc. Agricola Monte Tabor Srl, Progetti International Srl, Blu Energy Srl, S.A.T. Srl, Residenza Alberghiera San Raffaelle Srl, Edilraf Spa, Quo Vadis, Costa Dorata, Turro, Air Viaggi, VDS2, Science Parck, Resnati, etc etc. La cessione del patrimonio immobiliare non sarà poi cosa tanto facile da realizzare. Molte di queste proprietà son gravate da vincoli ed ipoteche. Come il complesso immobiliare di Via Olgettina, ed il bellissimo residence di Cologno Monzese (sussiste un’ipoteca di 1° grado a garanzia di un finanziamento BEI). Comunque il vendibile dovrà essere ceduto alla velocità della luce per introitare subito risorse finanziarie fresche da utilizzare per il ripianamento dei (moltissimi ed ingentissimi) debiti. Più di 1 miliardo di euro di passività. Tra le proprietà vendibili ci sono aziende agricole, alberghi, aziende di ristorazione, proprietà terriere, strutture di cura, aerei, jet, e persino alcune piantagioni di mango e meloni (in Brasile). Ciò che toglie il sonno a Don Verzè son i grossi problemi con banche e società di leasing: in primis Unicredit, BNP, BPM, Cariparma, BPS, Banco di Sardegna, Italease, Leasint, Ubi Factor, Mediofactoring, BIIS. Molte case farmaceutiche fiutato il dissesto hanno già minacciato azioni legali se non rientreranno subito dei propri crediti, come le società: Gilead Sciences (18,6 mil. Euro), Pfizer (12,3 mil. Euro), Merck Serono (12,2 mil. Euro), Abbott (9,6 mil. Euro), Dompè (7,6 mil. Euro), Medtronic (7,5 mil. Euro), Laboraf (17,1 mil. Euro) e via di sto passo.

    Questo, in estrema sintesi, è il quadro impietoso che emerge da un dossier riservato elaborato in questi giorni dallo Studio Borghesi Colombo & Associati e Bain & Bain (che trovate quì di seguito riprodotto ed allegato pdf) che titola: “Linee guida del Piano di ristrutturazione e di riorganizzazione societaria – 30 marzo 2011”. Diciamo che i segnali del dissesto ci son tutti e son davvero conclamati. Bancarotta in piena regola. Ma per uscire da sto casino che ha combinato l’attempato Don (90 anni suonati) basterà fondare una newco? Servirà costituire una nuova Fondazione? (la vecchia ormai ha perso faccia e credibilità). E trasformare la Fondazione in una società di capitali a che pro? Ma per accedere a nuova finanza no, scemini. Se no le banche non scuciranno un baiocco. Elementare Watson. Secondo i consulenti finanziari, seguendo un particolare tipo di schema e/o procedura sarà possibile mettere in piedi un verosimile “Piano di Ristrutturazione dei debiti” e quindi non rischiare che le banche possano immaginare di poter incorrere nella “concessione abusiva di credito” (finanziare una holding decotta non sarebbe formalmente legale). Il Piano deve essere credibile (almeno sulla carta). Gli istituti di credito eroganti – almeno in linea teorica – non potrebbero finanziare la holding di Don Verzè sapendolo insolvente. Comunque, come la giri giri i conti non tornano lo stesso. Lo stato patrimoniale della fondazione permane da un bel po’ in stato comatoso (profondo) e le passività superano di gran lunga gli attivi. In qualsiasi paese normale l’imprenditore decotto (ma ancora onesto) porterebbe subito i libri delle società in tribunale.

    Non il prelato-manager timorato di Dio e fido amico di Pollari & Berlusca. Che ha in mente un’illuminato “Piano Industriale” (quasi quasi pare una delle manovre finanziarie del Premier): contenimento dei costi operativi (tagli selvaggi al personale, consumi, spese, manutenzioni e logistica), razionalizzazione delle strutture (accentramento delle attività sanitarie), brutali tagli alle attività di ricerca etc etc.

    Don Verzè anche in questo sembra proprio ad immagine e somiglianza di Silvio. Ecco perché quì in terra nessun giudice potrà permettersi di giudicarlo. Solo il Tribunale di Dio. Lui comunque, a differenza del Premier rifugge le ansietà terrene. A Don Luigi interessa solo servire l’Onnipotente e i suoi fratelli sofferenti (appunto il Berlusca, Pio Pompa, Bazoli, Geronzi, Profumo, Pollari, Miccichè, Angelucci, Formigoni, Anemone…). Ah scusate. Dimenticavo lo storico e grande amicone di sempre Ennio Doris (quello là con la bacchetta che disegna sempre i cerchi).

    Che dirTi mio caro Don Verzè, speriamo solo nella Divina Provvidenza. Perché il buco e la voragine è proprio tutta intorno a te.

    —————————————
    Background:

    Don Luigi Maria Verzè, nasce a Illasi (Verona) il 14 marzo 1920. Figlio di una nobildonna e di un agiato latifondista (che tutto avrebbe voluto tranne vedere l’erede designato del patrimonio innamorarsi della medicina e del sacerdozio). Si laurea in Lettere classiche e filosofia nel 1947 presso l’Università Cattolica di Milano. Viene ordinato sacerdote nel 1948. Nel 1964 dalla sua diocesi gli viene proibito di “esercitare il Sacro Ministero”. Nel 1973 rasenta la scomunica e dalle gerarchie cattoliche viene sospeso a divinis. Riabilitato decide di reinventarsi un nuovo percorso di fede. Diventa prete-manager tout-court, intrecciando presso relazioni d’affari con la Edilnord di Silvio Berlusconi. Con un pizzico di visionaria megalomania mette in piedi imponenti strutture d’eccellenza e d’avanguardia che le fa assomigliare a moderne cattedrali della cura (gli Ospedali San Raffaele di Milano e Roma sono tra i più importanti a livello internazionale). Per finanziarli reperisce fondi, tesse rapporti con politici ed imprenditori, diventa amico dei banchieri che contano garantendosi linee di credito con i maggiori istituti di credito. Altri (come il professore Luigi Poggi Longostrevi) meno timorati di Dio e dotati di scarso senso etico penseranno bene di fare cassa ed introitare frodando lo Stato, ottenendo così dal Sistema Sanitario Nazionale ingenti rimborsi per prestazioni inesistenti. Da evidenziare il dipartimento di odontoiatria del San Raffaele che annovera tra le sue file una delle igieniste dentali più fighe in assoluto, Nicole Minetti (una delle miss Bunga Bunga). Nel 1976 le toghe cattocomuniste condannano Don Verzè ad 1 anno e 4 mesi di reclusione per tentata corruzione (per la convenzione con l’Università Statale di Milano e un consistente contributo della Regione Lombardia). Nel 1977 Il nostro carismatico Don viene incriminato per corruzione e riconosciuto colpevole di istigazione alla corruzione (a tutt’oggi ancora in attesa della sentenza definitiva). Nel 1995 è nuovamente inquisito dalla toghe rosse della Procura di Milano per irregolarità nei lavori di costruzione del San Raffaele. Altra condanna di 1 anno e 4 mesi di reclusione per l’acquisto e la ricettazione di due quadri del ‘500 di scuola napoletana proventi di furto (si suppone che il prelato sapesse della provenienza illecita). Tutte condanne che il battagliero Don Verzè rispedisce al mittente snocciolando le cifre della riconosciuta eccellenza clinico-scientifica del suo lavoro. Il San Raffaele ad esempio, è diventato un terreno di sfide estreme della scienza. Ha sviluppato in collaborazione con il Mit of Boston un progetto di cui don Luigi è particolarmente orgoglioso: ai pazienti viene impiantato un’ipertecnologico microchip sottocutaneo e l’ospedale, attraverso un collegamento telematico continuo, è in grado di interagire in tempo reale intervenendo. Come dice Don Luigi: “è un altro passo avanti verso una frontiera mai esplorata ma sempre intimamente cullata: quella dell’immortalità”… ecco perché Silvio spera di vivere a lungo (“Silvio Berlusconi mi ha chiesto di farlo campare fino a 150 anni” disse il don in un’intervista). Per la sua creatura – il San Raffaele – si potrebbe tranquillamente parlare di nuovo Eldorado culturale; etica e bioetica convivono armoniosamente. Ogni malato è considerato un “tabernacolo d’oro” Si fa ricerca avanzata a 360° studiando il ringiovanimento delle cellule staminali adulte, gli embrioni, la fecondazione artificiale in vitro. Tanto biblico, evangelico e sacrale rispetto per l’uomo (uomo-individuo in quanto tale come direbbe Elio) s’appaleserà in tutta la sua spiritualità nel 2006, quando don Verzè aiuterà un amico medico – gravemente ammalato – a raggiungere il padreeterno impartendogli l’eutanasia (però solo dopo avergli impartito l’estrema unzione). Ama leggere, meditare, ama le Banche ed il grano (grano inteso come quattrini). Ha simpatie per il maestro Riccardo Muti, Umberto Veronesi, l’ex sindaco-filosofo Cacciari e l’attore-regista Roberto Benigni. Ammira Silvio Berlusconi (Silvio gli baciò la mano solo dopo la celebre frase del don “nelle persone so riconoscere il profuno di santità”) nonché Madre Teresa di Calcutta, Muhammar Gheddafi, Fidel Castro, gli angeli, gli arcangeli, San Raffaele Protomartire, Benedetto Craxi (detto Bettino) e nostro signore Gesù Cristo. Don Verzè ha una taumaturgica antipatia per il Concilio Vaticano II (e forse anche il I°), per alcuni papi (v. Ratzinger) e per il celibato. Odia visceralmente Rosy Bindi, tutti i bolscevico-comunisti e tutti quelli che scrivono stronzate senza prima riflettere, come alcuni attivisti di Indymedia (con particolare riguardo di tal mediattivista che scrive scemenze firmandosi mister Bean).

    doc. pdf.: “Dossier_Riorganizzazione_San_Raffaele_2011”
    http://piemonte.indymedia.org/attachments/apr2011/dossier_riorganizzazione_san_raffaele_2011.pdf

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