Chi odia la Costituzione

È in libreria “Diritti e libertà nella storia d’Italia. Conquiste e conflitti. 1861-2011” di Stefano Rodotà (Donzelli, pagg. 166, 15 euro). Ecco una parte del capitolo sugli ultimi 15 anni.

Si sono avuti casi in cui le norme europee hanno consentito di eliminare violazioni dei diritti presenti nella legislazione italiana, com’è avvenuto nel 2011 per i diritti degli immigrati. E questo è, per molti versi, un esito paradossale, perché nella Costituzione italiana già sono presenti i principi che possono consentire la tutela di libertà e diritti vecchi e nuovi, come testimoniano molte sentenze della Corte costituzionale proprio nella materia dell’immigrazione. Il paradosso nasce dal fatto che negli ultimi anni si è passati da una delegittimazione della Costituzione nel dibattito pubblico a un suo abbandono nel momento in cui si legiferava proprio su libertà e diritti. Non ci si è limitati, come si era cominciato a fare negli anni Ottanta, a disprezzare la Costituzione definendola “minestra riscaldata” o “ferrovecchio”, anche se proprio queste parole sono tornate nella discussione più recente. La maggioranza di centrodestra ha cominciato a comportarsi come se la Costituzione non esistesse, come se fosse un intralcio o un ostacolo di cui era giusto liberarsi nel momento della legislazione e dell’azione di governo. Mai come in questi anni, per reagire a quest’orientamento, si sono moltiplicati gli appelli al presidente della Repubblica perché rinviasse al Parlamento leggi per le quali esistevano ragionevoli dubbi di costituzionalità. In alcuni casi il rinvio vi è stato, ad opera del presidente Ciampi in materia di informazione e del presidente Napolitano in materia di lavoro. Ma ben più numerose sono state le situazioni nelle quali i presidenti della Repubblica hanno esercitato la loro “persuasione morale” o un vero e proprio potere di interdizione preventiva per evitare che si giungesse all’approvazione di norme palesemente incostituzionali. Si è così determinata una situazione di conflitto prima strisciante, poi sempre più palese. È divenuto fatto costante nella vita istituzionale un agire di governi e maggioranze di centrodestra “ai margini della Costituzione”. Questa è una constatazione, visto che, oltre al ricordato esercizio da parte dei presidenti della Repubblica delle loro legittime prerogative, la Corte costituzionale è dovuta intervenire per ristabilire la legalità violata da leggi particolarmente espressive degli orientamenti di queste maggioranze (i vari “lodi” a tutela di Berlusconi, la legge sulla procreazione assistita). Ma le sentenze della Corte costituzionale e le decisioni dei presidenti della Repubblica non sono state percepite come l’esercizio di legittimi poteri di controllo, volti a garantire eguaglianza tra i cittadini e diritti delle persone, ma come indebite invasioni di campo. In più occasioni, governi e maggioranze di centrodestra hanno polemizzato aspramente con il presidente della Repubblica e con la Corte costituzionale, in particolare con quest’ultima, presentata come un organo politicizzato, orientato “a sinistra”, invasivo delle competenze parlamentari, e per ciò continuamente minacciato di riforme che ne ridimensionerebbero la funzione. Un conflitto istituzionale, senza precedenti nella storia della Repubblica, ha così caratterizzato gli ultimi anni. Si sono riaffacciate proposte di riforma costituzionale che, a parte ogni valutazione di merito, modificherebbero radicalmente il sistema, con incidenza profonda proprio sulle garanzie di libertà e diritti. Questioni generali e temi specifici si sono intrecciati, e considerando più da vicino alcuni di questi è possibile cogliere meglio quali caratteristiche sia venuta assumendo la società italiana, quali siano i soggetti in campo, quali gli interessi più o meno visibili. (…)

di Stefano Rodotà

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