Missioni alterne. La comunità internazionale a due velocità: l’umanità si invoca solo se serve.

Mentre l’Europa riposava nell’illusione che stabilità facesse rima con autocrazia, non importa la mano dura, non importano religione e ideologia, Obama sceglie di appoggiare la protesta delle piazze egiziane quando Ben Alì scappa da Tunisi: “C’è qualcosa nel-l’anima che pretende la libertà”, parole di Martin Luther King. Il presidente le ripete stanando l’ipocrisia delle cancellerie dagli inchini rispettosi. All’improvviso si accorgono (sfogliando l’Economist) che il Dipartimento di Stato prevede rivoluzioni “imminenti e probabili” in paesi considerati pompe di petrolio o capisaldi strategici. Yemen al primo posto, 85 per cento di probabilità. Libia e Siria in seconda fila: 65 per cento. Poi Bahrein, Arabia Saudita, in fondo spunta la Giordania. Bengasi accende la rivolta che trascina la guerra. Gli ultimatum di Washington non servono; partono aerei e navi per dare una mano alla democrazia annegata nel petrolio. I nostri governi   obbediscono, le opinioni pubbliche si dividono: ormai si combatte.    Bahrein e Yemen sono agitate dalle stesse ribellioni ma le magre indicazioni che arrivano da Washington riguardano i civili americani: invito a lasciare lo Yemen o a trasferirsi “provvisoriamente” nella base Usa del Bahrein. Nessun intervento diretto; tutela dell’integrità del regno affidata alla piccola Nato organizzata con preveggenza in difesa del petrolio, pozzi e traffico. Il 20 per cento dell’energia necessaria ai G20 passa da lì. Il nome è Consiglio della Cooperazione del Golfo: Emirati Arabi, Kuwait, Oman, Qatar, naturalmente Bahrein, assieme in armi (americane) sotto la stessa bandiera impugnata dal gigante saudita. Il quale ha delega di intervenire con duemila uomini: assieme ai carri hanno attraversato   il ponte che unisce l’isola al regno amico per accamparsi lontani dalle piazze in subbuglio dove si comincia a morire; tende e cannoni attorno alla residenza del sovrano Hamad bin Isa al Khalifa dove si è trasferito anche il   primo ministro, cugino del re. Questa la democrazia da tutelare con Hamad che promette la nuova costituzione, ma la promette dalle prima grida e ancora non muove un dito. Se nelle strade si muore, i bunker reali sembrano calmi. Eppure l’inquietudine si allarga. Monarchi sunniti, popolazione al 70 per cento sciita. Il sovrano ripete in tv che non tutti gli sciiti obbediscono alle parole d’ordine di Teheran, ma la verità é un’altra. L’Iran parla di “occupazione militare saudita” e fa balenare l’ipotesi di rispondere come   si deve. Minacce impossibili, i sovrani lo sanno. A cinque chilometri da piazza della Perla, parterre dei passeggi oggi cuore della rivolta, la base Usa di Juffair fa la guardia al via vai delle petroliere. Ma non solo. È il centro che ha coordinato la guerra in Iraq, migliaia di militari con famiglie, vita californiana lontana dai problemi del Bahrein. Nei due porti militari galleggia la Quinta Flotta, portaerei della guerra irachena, oggi Awacs che vanno a spiare l’Afghanistan. Insomma, paese agitato per il momento controllato.    Nello Yemen la situazione sta scappando al presidente Ali Abdalà Saleh. Governa dal 1978 sotto l’ala americana e con l’aiuto di Washington ha stroncato la rivolta degli ufficiali marxisti che avevano proclamato la repubblica di Aden. Voleva candidare il figlio   alla successione, ma i morti in piazza (ogni giorno il numero si allarga) gli hanno fatto cambiare idea. Tre generali e tanti militari gli voltano le spalle: la lezione della Libia é arrivata qui. Stava per firmare la concessione di una   base Usa, la rivolta l’ha fermato. Mosca e Teheran contrari: fra le accuse che sparge parlando all’infinito, c’é la cospirazione di “forze esterne ostili”, e poi la ritorsione degli americani per la parola mancata.    Sfogliando l’Economist, la Siria in subbuglio aveva l’aria di un’ipotesi avventata. Repubblica ereditaria dalle dieci polizie governate da clan alawita che ha in mano ogni potere. Il Sadat figlio continua la politica cominciata da Sadad padre nel 1970. Governo laico all’ombra della Mosca dei soviet, passato ad amicizie supplenti: Iran di Khomeini, ritratti che ossessionavano Damasco; Venezuela di Chavez ma anche aperture verso gli Stati Uniti di Obama con una furbizia diplomatica ereditata dal padre. Analisi di chi guarda di fuori, ma la vita dentro è congelata dalla dittatura senza   spiragli. E senza tenerezze. Qualche giorno prima del massacro (1982) assieme a Robert Fisk ascoltavo ad Hama i Fratelli Musulmani. Erano furibondi con Assad padre. Siamo andati via in tempo. Gli incanti della città sgretolati   dai bombardieri. Forse 20, 40 mila morti. Fisk è tornato quando l’assalto si è concluso ma la vecchia Hama l’ha vista dalla nuova Hama: proibito entrare, hanno costruito un’altra città. Chi sfida il figlio è consapevole dell’intolleranza del regime, ma la corruzione insopportabile anima il coraggio. Per il momento il “mondo libero” osserva immobile. Come osserva il Darfur: dopo 20 anni di una guerra dimenticata, 2 milioni di profughi tormentati dai militari del Sudan scopre che la sabbia galleggia sul petrolio mentre il referendum lo rende indipendente ma con troppi interessi che opprimono una comunità organizzata per sopravvivere, non per governare. Torna la maledizione dell’oro nero. Che nello Zimbabwe è la maledizione dei diamanti di Mugabe al potere dal 1980, indifferente all’isolamento   internazionale, blocco economico che irride. Imbroglia le elezioni, assassina gli avversari, reprime nel sangue le rivolte, ma i diamanti gli allungano la vita. Nessuno paese civile si muove. Fino a quando non si sa.

di Maurizio Cherici – IFQ

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