La Procura di Roma ha aperto un’indagine sul direttore del Tg1 Augusto Minzolini per le sue “spese di rappresentanza” non autorizzate con la carta di credito della Rai: roba da almeno 68 mi-la euro in 15 mesi. In due settimane gli uomini del Nucleo Provinciale della Guardia di Finanza, su mandato del procuratore aggiunto Alberto Caperna (titolare anche dell’inchiesta Rai-Agcom), hanno visitato tre volte i piani alti di Viale Mazzini 14 per acquisire tutta la documentazione necessaria: i verbali del Consiglio di amministrazione della Rai, gli atti dell’indagine interna condotta   dal direttore generale Mauro Masi, la ricevute della carta di credito di Minzolini, i fogli di viaggio delle sue trasferte e così via. Accertamenti sono stati già svolti dalle Fiamme Gialle anche presso la Deutsche Bank, che ha emesso la carta di credito.    L’INDAGINE è iniziata meno di un mese fa, prima che Antonio Di Pietro, in base alle notizie uscite sul Fatto quotidiano e su altri giornali, presentasse un esposto in Procura contro Masi e Minzolini. Prima dei magistrati penali, intanto, si era mossa la Corte dei Conti, che alle prime notizie di stampa aveva avviato un’inchiesta per danno erariale. Al momento il fascicolo della Procura di Roma è aperto a “modello   45”, quindi Minzolini non è stato ancora iscritto nel registro degli indagati (“modello 21”). Ma la Guardia di Finanza, sul caso della sua carta di credito, ipotizza tre possibili reati: peculato aggravato, truffa aggravata ai danni della Rai ed eventuali infrazioni fiscali. Sul peculato, cioè l’indebita appropriazione di denaro o altri beni pubblici da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, esistono illustri precedenti, confermati anche   in Cassazione, sulla qualità di “incaricati di pubblico servizio” dei dirigenti e dei direttori Rai. E pure sul binomio truffa-peculato c’è il caso dell’ex sindaco di Bologna, Flavio Delbono, che ha appena patteggiato la pena per entrambi i reati, proprio per aver pagato con la carta di credito della Regione Emilia Romagna alcune spese private.

QUANTO ai possibili reati fiscali, l’ipotesi nasce da un clamoroso   autogol di Masi. Il quale, appena scoppiò lo scandalo Minzolini, si affrettò a dichiarare in Cda che la carta di credito aziendale era stata concessa al direttore del Tg1 a titolo di benefit compensativo      per l’assunzione in esclusiva. Poi, resosi conto dello scivolone, si precipitò ad autosmentirsi. Ma le sue piroette hanno insospettito gli investigatori, i quali vogliono ora accertare l’eventuale esistenza di un benefit occulto che, se confermato, aggirerebbe le norme tributarie e configurerebbe un reato fiscale, sia a carico di Minzolini, sia a carico del vertice Rai.    Il peculato, secondo gli investigatori, potrebbe derivare dall’uso continuato della carta di credito per spese non autorizzate dall’azienda, come risulta dalla stessa indagine interna disposta da Masi: centinaia e centinaia di “strisciate” nelle località più di-sparate, da Venezia a Marrakech, da Istanbul a Dubai, anche per importi minimi di uno o due euro (Minzolini guadagna 550 mila euro l’anno, ma pare che usasse la carta anche per caffè, brioches e cappuccini), anche   quando il Direttorissimo risultava regolarmente in ufficio a Roma. Quasi sempre, la carta esauriva il credito massimale di 5200 euro mensili, e Minzolini chiedeva a Masi l’autorizzazione a sforare per altre migliaia di euro, 18 mila in totale (viene persino il dubbio che le spese che Masi ha detto di aver autorizzato fossero gli sforamenti dal massima-le mensile della carta, non le singole trasferte). In dettaglio: su 86.680 euro usciti dalla carta di Minzo fra il luglio   del 2009 e l’ottobre del 2010, è stato lo stesso direttore generale ad ammettere di averne autorizzati solo 18 mila. Il che significa che 68 mila e rotti sono il   quantum del possibile peculato. Che chissà a quanto ammonterebbe oggi se a dicembre Masi non si fosse deciso a ritirare la bollente credit card al suo protetto dalle mani bucate. Anche l’ipotesi di truffa nasce dai risultati dell’inchiesta aziendale e riguarda le insanabili contraddizioni che emergono incrociando le date delle “strisciate” della carta da località esotiche e i fogli di presenza di Minzolini.

NEI 15 MESI in cui la carta è rimasta attiva, su 220 giorni lavorativi, in ben 129 (oltre la metà) Minzolini risultava in trasferta. E, su un totale di 56 “missioni” fuori sede, solo di 11 avrebbe indicato lo scopo (tant’è che Masi, messo alle strette dal consigliere Nino Rizzo Nervo, dichiarò al Cda che le altre le aveva autorizzate lui in camera caritatis, in quanto erano “missioni riservate”: roba da servizi segreti). E ben 40 trasferte si svolsero, curiosamente, nei week-end o a ridosso dei fine settimana, sempre in amene località   turistiche. Resta da capire, e anche di questo si occupa la Finanza incrociando le registrazioni e i conti degli hotel con le strisciate della carta, se Minzolini fosse solo o accompagnato, e chi eventualmente pagasse le spese degli eventuali accompagnatori.    Non basta: sono circa 20 i giorni in cui Minzolini risulta regolarmente presente a Roma, mentre la sua carta si attiva ripetutamente all’estero. A Marrakech in coincidenza con le penultime vacanze di Capodanno (29 dicembre 2009-3 gennaio 2010) e a Dubai nel week end di Pasqua 2010. Un caso di ubiquità, oppure una possibile truffa. Minzolini si è sempre difeso dicendo: “Non c’è altro che pranzi di lavoro, punto”.

MA IL CONFRONTO con le spese degli altri direttori di tg è impietoso: a fronte dei suoi 86 mila euro in 15 mesi, il direttore del Tg2 Mario Orfeo non ha superato i 6 mila. Resta da capire perchè Masi, nonostante le sollecitazioni di alcuni consiglieri dell’opposizione, dopo l’indagine informale non abbia mai attivato ufficialmente l’Audit Rai, per procedere disciplinarmente contro il Direttorissimo e far restituire all’azienda i 68 mila euro non autorizzati. I maligni insinuano che l’inazione del direttore generale dipenda dal timore di ripercussioni sull’indagine contabile, e ora anche di quella penale, di cui i vertici Rai, dopo le ripetute ispezioni delle Fiamme Gialle, sono al corrente da due settimane: se Minzo restituisse il malloppo, il suo gesto potrebbe essere inteso   come un’ammissione di colpa e, implicitamente, andrebbe a discapito anche della posizione di Masi, che potrebbe essere accusato,almeno in sede contabile, di omesso controllo.

di Marco Lillo e Carlo Tecce – IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

 

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