Vecchia storia c’è chi lotta e chi incassa

Si parlava di Storia sulla spiaggia della Torre, fra Stephen Dedalus e il suo preside che voleva saggiarne la competenza di docente. E a una domanda in proposito, Stephen rispose con un’asciuttezza che lasciò di stucco il suo superiore: “La Storia è un incubo dal quale cerco inutilmente di svegliarmi”, e concluse così, concentrando lo sguardo addolcito su un cane randagio malnutrito che filò via lungo la battigia   .Siamo nell’Ulysses di Joyce. Per Stephen la Storia era dunque un incubo, per Leopold Bloom la Storia era invece un successo personale nel suo lavoro di assicuratore e un rognone arrostito da sua moglie Molly a compensare il fallimento della sua corte adulterina a Mrs XY; Molly era più sensuale: la Storia era per lei essere sbattuta contro un muro in strada con le vesti alzate per soddisfare le proprie voglie e quelle di uno sconosciuto incontrato per caso. Ognuno ha dunque la propria Storia, anche il giovane anarchico Bazarov che in Padri e figli di Turgenev si uccide perché non può realizzare il suo sogno di redenzione universale; il dottor Bovary con la sua insipida bontà; il nostro Guicciardini con il suo “particulare”; e persino Pinocchio che, ucciso il   Grillo parlante, se ne va nel Paese dei Balocchi con l’amico Lucignolo; ma anche Sterne con il suo impagabile Tristram Shandy. Anche le Nazioni ovviamente hanno una loro Storia a buon o mediocre fine, e anche l’Italia a partire dai Comuni, poi Signorie, poi Stati, quasi sempre con stragi interregionali, per Machiavelli giustificabili quando necessarie. Come è stata la nostra? Di solito la ricordiamo con toni persino trionfali, con quel Cavour, un conservatore laico e illuminato, liberista in economia, che fece la straordinaria mossa di entrare nella guerra di Crimea (perché tanto a morire non ci andava lui, che era solito riconciliarsi con la vita incontrando la contessa di Castiglione nel loro buen retiro), con quel generoso ed eroico Garibaldi, e quel tetro ma inflessibile Mazzini. I Savoia lascia-moli da parte (il migliore, come capita spesso era proprio il più sfortunato, che ha dovuto scontare l’esilio a vita per essere stato, brevemente, il successore di suo padre con grosse responsabilità   sulle spalle, Vittorio Emanuele III, a sua volta successore di quell’Umberto I che rese tutti gli onori possibili a quel generale Bava Beccaris che ordinò una strage di gente colpevole di manifestare contro il pesante carovita, strage vendicata da un anarchico che uccise invece di Bava il re Umberto I in persona).

COME È NOTO , nella Storia come in un qualsiasi altro aspetto della vita nazionale o individuale, vi sono persone mosse da nobili utopie, e altre persone astute manipolatrici delle coscienze e delle idee, che finiscono per avere la meglio. Vedere ad esempio la funzione patriottica del conte di Cavour; gli utopisti, poi, sono spesso costretti a rinnegare se stessi, o almeno la propria “eroica” bontà d’animo, magari trasformandosi, sempre con le migliori intenzioni, persino in guerrafondai, ovviamente per condurre “guerre giuste”: esempio sicuramente ammirevole, Garibaldi, lontano precursore di quella autentica icona della ubiqua guerriglia popolare   che fu Ernesto Guevara. Su Garibaldi c’è poco da scherzare, faceva la guerra vera per l’Italia unita: “Bixio qui si fa l’Italia o si muore”. Ma Bixio, suo luogotenente, aveva la mano troppo pesante e con le spietate esecuzioni di Bronte macchiò il suo nome di molto sangue. Ma dove c’era ingiustizia sociale e potere dispotico, Garibaldi volava, e,   cosa importante, vinceva. Purtroppo per disciplina di combattente patriota, anche “obbediva”. E quando avrebbe voluto saldare il conto con lo Stato Pontificio, fu relegato a Caprera. Ne fuggì, tornò a combattere per giuste cause (sognava la conquista di Roma), ma di nuovo fu arrestato e ristretto a Caprera dove morì. Non era stato molto d’accordo con il cupo ascetismo di Mazzini, ma anche con lui aveva finito per agire di conserva a causa del comune amore per un’Italia unita, anche se alcune tentazioni terroristiche di Mazzini lo preoccupavano molto. Perché Garibaldi era davvero un rivoluzionario buono, e non degno di ironia se si commuoveva all’udire il canto d’un usignolo.

MA L’IMPRESA unitaria aveva avuto anche una terribile responsabilità sociale: il Veneto, avuto in dono dalla Francia, era popolato da lavoratori lasciati vivere in capanne, malnutriti, soggetti ad ogni sorta di malattie, per ingratitudine dei monarchici del nuovo Stato che pure erano stati gratificati da un referendum che li aveva accettati con un quoziente di superiorità “bulgara”. Una dissennata “tassa sulla farina” provocò sobillazioni e tumulti fra larghe masse di contadini ai quali invece di pane venne distribuito “piombo a volontà   ” con centinaia di morti. Nel Sud altre folli iniziative fiscali e agricole, d’impronta duramente piemontese, provocarono   vere battaglie di resistenza, anche qui con centinaia di morti. Mentre sul fronte opposto le bande di Fra Diavolo, arruolate e dirette dal cardinale Ruffo della Scaletta, ammazzavano sia piemontesi che poveri contadini delle campagne meridionali, preparando il terreno a quella che poi si sarebbe chiamata la mafia.

COSA ABBIAMO ereditato mai da tutte queste vicende (alcune gloriose, altre infami)? Governi e istituzioni decenti nei primi anni postbellici gratificati da sovvenzioni Usa e da rari politici italiani di buona volontà. Nei primi anni, dopo la Costituzione, buoni capi di Stato.   Adesso una sorta di comodo balletto governativo, due milioni di disoccupati, altri milioni di precari, una girandola di partiti camaleontici, frammentati al loro interno come specchi presi a sassate, parlamentari voltagabbana, e soprattutto uno “spirito nazionale” mogio, superficialmente acculturato, disposto a qualche squallida risata televisiva, o al “tifo” per squadre di calcio tristemente mercificate. E infine, qualche un po’ svogliato “Viva l’Italia”.

di Luca Canali – IFQ

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